Kenya: alla ricerca di tranquillità e know-how

Kenya: alla ricerca di tranquillità e know-how
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11 Settembre 2017
Categoria: Focus Paese
Paese:  Kenya

Nel nostro approfondimento odierno analizziamo la situazione del Kenya e della sua economia che avrebbe bisogno di importanti riforme e prezioso know-how per viaggiare spedita verso lo sviluppo.

Purtroppo le preoccupazioni della vigilia si sono rivelate più che fondate: il Kenya è effettivamente sprofondato nel caos all’indomani delle elezioni presidenziali tenutesi lo scorso 8 agosto nel Paese.

Inizialmente la Commissione Elettorale Indipendente (IEBC) aveva attribuito la vittoria al Presidente uscente, Uhuru Kenyatta, che, secondo l’organismo, aveva - con il 54% dei consensi - superato il suo sfidante, Raila Odinga.

Fin da subito però Odinga si era dimostrato deciso a non riconoscere la vittoria accusando il partito di governo di brogli affermando a chiare lettere che “è stato manipolato il sistema elettronico del voto e dunque il risultato diffuso è falso”.

Ma neanche l’atteggiamento conciliatore di Kenyatta, che si è rivolto a Odinga proponendo la ricerca di “una cooperazione amichevole”, ha fatto breccia nello schieramento opposto ed al contrario Odinga e i suoi hanno deciso di rivolgersi alla Corte Suprema del Kenya che, a sorpresa, ha deciso (lo scorso 1 settembre) di annullare il risultato delle elezioni.

Secondo il presidente della Corte Maraga infatti “l’elezione non è stata costituzionale”. Adesso la palla passa alla Commissione Elettorale che avrà 2 mesi di tempo per organizzare una nuova votazione. Curioso ricordare che, già nel 2013, Odinga avviò un ricorso alla Corte Suprema contro lo stesso Kenyatta che però non ebbe successo.

Oggi comunque il Paese è senza guida e l’incertezza sul futuro politico del Kenya rimane molto elevata.

Economia

Il Kenya è un Paese che conserva enormi problematiche ma nell’ultimo triennio è cresciuto ad un buon ritmo, di poco superiore al 5,5% annuo. Se si va ancora più indietro nel tempo e si guardano i dati del PIL locale registrati fra il 2010 ed il 2016 la crescita media sfiora addirittura il 7%.

L’economia keniota è ancora fortemente influenzata dalla produzione agricola che pesa per il 32,7% sulla formazione PIL nazionale (su tutti spicca la produzione di caffè) e che risente di ripetuti periodi di siccità.

Uno degli aspetti più critici per Nairobi riguarda la situazione del mercato del lavoro: l’ultimo dato sul tasso di disoccupazione giovanile (22%) è estremamente allarmante se si considera che l’80% della popolazione ha meno di 35 anni.

Inoltre lo Stato africano è afflitto dalla piaga della corruzione essendo uno dei Paesi con il più alto indice di corruzione al mondo (145 su 176 secondo il Corruption Perceptions Index 2016) che inevitabilmente scoraggia gli investimenti esteri.

Ci sono tuttavia alcuni elementi positivi che potrebbero spingere le imprese italiane a scegliere il Kenya come una località dove fare business, tra questi:

- lo stimato incremento della middle-class locale che, in prospettiva, farà lievitare il numero di kenioti che potranno permettersi prodotti griffati Made in Italy;

- il comodo accesso al mare che rende più agevole lo scambio di merci;

- un sistema bancario del Kenya sviluppato (primo in Africa Orientale), con buoni indici di redditività e di qualità del capitale.

Rapporti con l’Italia

L’interscambio fra Italia e Kenya, attualmente, si attesta su livelli assai insoddisfacenti: basti pensare che nel 2016 il giro d’affari fra Roma e Nairobi è stato di appena 263 milioni di euro (fortemente sbilanciato a favore del Belpaese che ha esportato 211 milioni di euro importandone solo 52).

Nel Paese africano vendiamo in particolar modo macchinari industriali, prodotti chimici, elettrodomestici e prodotti alimentari. In generale si può affermare che il Made in Italy sia molto apprezzato nonostante esso debba fare i conti con l’agguerrita concorrenza di imprese turche e cinesi.

Inoltre, in Kenya, gli italiani rappresentano la seconda comunità italiana più grande di tutta l’Africa sub-Sahariana e la seconda comunità straniera più numerosa. Roma è seriamente impegnata nella cooperazione allo sviluppo del Paese e partecipa in prima linea a diversi progetti che hanno l’obiettivo di ridurre il tasso di povertà, ancora abbondantemente superiore al 40%.

Il turismo rimane un settore di fondamentale importanza nel Paese e parecchi investimenti italiani sono stati fatti e continuano a farsi in questa direzione, anche se si segnala la presenza di numerose aziende che operano nel campo del caseario, dell’allevamento e dell’edilizia.

Le aziende italiane hanno quindi voglia di offrire il proprio know-how ed i propri prodotti per contribuire alla crescita sociale ed economica di cui il Kenya ha terribilmente bisogno.

E le prospettive non sembrano latitare perché, secondo Sace, l’export italiano dovrebbe crescere del 5,7% nel 2017 e del 6,5 fra il 2018 ed il 2020. Ora bisogna solo capire se il contesto politico futuro del Kenya agevolerà o scoraggerà l’intensificazione dei rapporti commerciali con il Belpaese.

Fonte: a cura di Exportiamo, di Marco Sabatini, redazione@exportiamo.it

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