Reti d'impresa: uno strumento di politica industriale efficace ed orientato all'internazionalizzazione

Reti d'impresa: uno strumento di politica industriale efficace ed orientato all'internazionalizzazione
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05 Dicembre 2017
Categoria: Contrattualistica internazionale

Nel nostro approfondimento si approfondirà la conoscenza del contratto di rete, facendo luce sui risultati del rapporto “Reti d’impresa: gli effetti del contratto di Rete sulla performance delle imprese” che rientra in un progetto di ricerca avviato nel 2014 dal Centro studi di Confindustria e dall’Istat in collaborazione con RetImpresa.

Il contratto di Rete d’impresa viene introdotto nell’ordinamento giuridico italiano nel 2009 come strumento di aggregazione volto a promuovere progetti d’investimento condivisi fra più imprese, per far fronte alle difficoltà poste dalla globalizzazione e dalla nuova era digitale.

Il sopracitato rapporto si divide in due parti. La prima parte esamina principalmente il grado di diffusione del contratto di rete, e le connessioni inter-setterioali e inter-provinciali, mentre la seconda parte analizza l’impatto di questo strumento sull’occupazione e il fatturato delle imprese contraenti.

Sulla base di questa struttura, viene adottata come metodologia la network analysis nella prima parte e l’approccio controfattuale nelle seconda.

I risultati del rapporto dimostrano generalmente come il fenomeno delle reti si sia diffuso rapidamente dal 2010 e come questa diffusione sia continua e costante nel tempo.

Secondo dati Istat del 2015, il fenomeno delle reti ha impiegato complessivamente 372 mila addetti, segnando 89 miliardi di euro di fatturato e 20 miliardi di valore aggiunto.

Nel biennio 2016-17 si è registrato il più alto numero di contratti stipulati e imprese coinvolte (917 nuove reti e circa 5 mila soggetti contraenti), confermando il costante aumento delle reti d’impresa.

Nella prima parte del rapporto, il dato che colpisce maggiormente è l’alta percentuale (80%) di reti formate da imprese appartenenti a settori produttivi diversi. In dettaglio, la metodologia del network analysis ha individuato l’impiantistica industriale, l’agroalimentare e le attività del terziario avanzato come i settori in cui si sono verificati più scambi. Sul piano geografico, invece, il 50% delle imprese appartenuti alla stessa provincia ha formato una rete, rappresentando un’omogeneità maggiore rispetto al piano settoriale.

Nella seconda parte del rapporto, grazie alla metodologia dell’approccio controfattuale (che permette l’isolamento di alcuni fattori come il ciclo economico e le dimensioni aziendali), i dati dimostrano come la prestazione delle imprese aderenti a una rete d’impresa sia migliorata sotto il piano occupazionale (superiore di 5,2 punti percentuali ad un anno, di 8,1% a due anni e di 11,2 a tre anni) e quello del fatturato (da 7,4 punti percentuali dopo un anno a 14,4 dopo tre anni).

Inoltre, i dati dimostrano come l’impatto positivo del contratto di rete sia stato maggiore negli ultimi anni e di come si è distribuito eterogeneamente all’interno del sistema produttivo italiano, beneficiando le imprese di qualsiasi dimensione.

Restano tuttavia degli aspetti da migliorare e sui cui il tessuto produttivo dell’economia italiana potrebbe fare leva e fra questi bisognerebbe certamente sfruttare maggiormente la propensione del mondo imprenditoriale italiano a lavorare insieme.

Alla luce di questa tendenza bisognerebbe promuovere maggiore coordinamento nelle filiere italiane e stimolare la contaminazione di conoscenza fra diversi settori.

I principali driver che spingono le imprese ad aggregarsi in una rete sono l’innovazione, l’internazionalizzazione e la tutela dell’ambiente. La rete d’impresa promuove l’innovazione attraverso collaborazioni e scambi di know-how, l’internazionalizzazione attraverso l’apertura a mercati esteri e la tutela dell’ ambientale attraverso l’uso efficiente delle risorse.

Si può quindi parlare del contratto di rete come uno strumento valido e di successo nel rafforzare la catena di valore italiana e a promuovere la cooperazione industriale e l’internazionalizzazione delle imprese.

Un altro aspetto molto importante è il contributo delle reti d’impresa all’economia circolare: il contratto di rete è infatti un elemento costituivo dell’economia circolare nel promuovere un efficiente uso delle risorse, una riduzione dei costi nel ciclo economico e soprattutto una soluzione ai problemi ambientali.

Certamente questo strumento mantiene anche alcune criticità specialmente in merito alla leadership e alla governance delle reti legate ad una mancata parte del controllo centrale e ad una fragilità del sistema di reti senza reali operazioni di fusione e acquisizione (M&A).

Fra le possibili soluzioni si segnalano l’utilizzo di misure di fiscalità agevolata su operazioni straordinarie (al fine di incoraggiare scambi e le acquisizioni), l’eliminazione dell’iva nello scambio di merci fra le imprese e lo sfruttamento del rating delle reti per attrarre risorse umane e capitali per lo sviluppo di nuovi programmi.

In definitiva, nonostante le criticità, i risultati del rapporto confermano l’impatto positivo delle reti d’impresa sul sistema produttivo dell’economia italiana e l’efficacia del contratto di rete d’impresa come uno strumento di politica industriale orientato all’innovazione, alla cooperazione e all’internazionalizzazione.

Fonte: a cura di Exportiamo, Claudio Passalacqua, redazione@exportiamo.it

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