Dazi USA: quali sono i rischi per l’export italiano?

Dazi USA: quali sono i rischi per l’export italiano?
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13 Marzo 2018
Categoria: Dogane e trasporti
Paese:  USA

Donald Trump ha ufficialmente approvato l’introduzione dei dazi doganali pari al 25% sull’acciaio e del 10% sull’alluminio. Il provvedimento entrerà in vigore entro 15 giorni con l’obiettivo di favorire lo sviluppo dell’industria americana e la crescita del prodotto interno lordo. La misura non dovrebbe rivolgersi ai paesi NAFTA, Canada e Messico, almeno fino alla rinegoziazione dell’alleanza, e all’Australia, perché, come sottolineato da Trump, gli USA vantano “un’eccedenza commerciale con questo Paese formidabile”.

Un ritorno al protezionismo non è auspicabile in quella che è un’economia interconnessa in quanto se uno stato decide di chiudere le porte del proprio mercato ottiene come conseguenza quella di disincentivare il resto del mondo a comprare i beni che produce. Maggiore chiusura implica minori consumi, minore produzione, minore domanda e minori investimenti.

Cosa rischia l’Italia nella partita dell’applicazione dei dazi doganali?

Nel 2017 le esportazioni italiane sono state da record: l’Istat ha stimato che, nel mondo, sono stati venduti beni per 448 miliardi di euro, registrando un aumento del 7,4% rispetto alla performance dell’anno precedente. Questo incremento ha fatto guadagnare al Belpaese ben tre posizioni, balzando così all’ottavo posto nella classifica dei principali paesi esportatori negli States, superando la Francia.

Dai dati del Ministero dello sviluppo economico si evince che dal 2009 le esportazioni italiane negli Stati Uniti sono aumentate del 137%, mentre quelle americane in Italia del 58%, passate da 9,4 a 15 miliardi.Sono questi dati ad aver allarmato e indispettito il presidente statunitense decidendo di frenare gli scambi con l’estero.

Antonio Gozzi, presidente di Federacciai, ha per questo espresso la sua preoccupazione:“Stiamo valutando esattamente la ripercussione sulle singole imprese italiane, ma è chiaro che ci sono aziende molto colpite, come per esempio la Valbruna, che esporta oltre 40 mila tonnellate di acciaio inossidabile negli Stati Uniti”.

Turbato anche Luigi Scordamaglia, presidente di Federalimentare: “Non è mai un fatto positivo quando la crescita del commercio mondiale viene ostacolata da dazi e neoprotezionismi”.

A questo punto il timore principale è quello della guerra commerciale non solo a livello mondiale, ma che questa pratica protezionista si diffonda a macchia d’olio anche in altri settori e prodotti, oltre acciaio e alluminio. Ad esempio, l’agroalimentare negli USA è il primo settore dell’export italiano e vale 3 miliardi 756 milioni di euro, con un tasso di crescita nel 2017 di +6,2%.

Dello stesso avviso il presidente di Confagricoltura, Massimiliano Giansanti: “Le guerre commerciali non giovano a nessuno e rischiano di compromettere la ripresa economica che è in atto su scala mondiale”.

I rischi per l’Europa

Secondo una stima di Federacciai, gli Stati Uniti hanno importato dal resto del mondo 35,6 milioni di tonnellate di acciaio, di questi l’Unione europea ha fornito circa 5 milioni di tonnellate di cui ben 500mila provenienti dall’Italia.Il valore economico relativo si attesta intorno ai 5 miliardi di dollari e quindi una tariffa del 25% significherebbe perdite per 1 miliardo di dollari. Gli stessi calcoli ma con numeri inferiori possono essere ripetuti per quanto riguarda l’alluminio, il cui valore delle esportazioni verso gli USA si aggira intorno a 1,2 miliardi di euro annui.

La posizione dell’Europa, seppure aperta al dialogo, è rimasta ben salda e nelle passate settimane Bruxelles ha elaborato una strategia per impedire una guerra commerciale a livello globale. Il piano, in tre punti, si compone come segue:

- Elenco di tutti i beni esportati oltreoceano: jeans, motociclette, riso, whiskey e altri per un totale di 2,83 miliardi di euro.
- Elaborazione di alcune misure protettive per evitare che l’acciaio e l’alluminio che non saranno importati dagli Stati Uniti si riversino sul mercato europeo, determinando una crisi del settore siderurgico. Lo European Aluminium teme che il dumping possa provocare un ribasso fino al 35% dei prezzi di vendita dei prodotti semilavorati nella Ue.
- Ricorso al WTO contro la pratica scorretta di Washington.

La Germania nella figura della cancelliera tedesca Angela Merkel si è espressa come segue: “È chiaro che i dazi sono svantaggiosi per tutti. Inoltre, per l’Unione europea è doveroso curare il canale del dialogo con Washington, ma anche con altri partner colpiti da effetti collaterali, come la Cina”. La Confindustria tedesca ha definito i dazi su alluminio e acciaio “un affronto” e ha avvertito Trump: “Rischia una guerra commerciale su scala mondiale che può solo perdere. Gli Usa danneggiano loro stessi”.

La risposta di Donald Trump potrebbe essere ancora più pesante con l’introduzione di barriere tariffarie anche sull’automotive, eventualità questa che colpirebbe duramente anche la penisola.

Le esportazioni europee del settore hanno un valore di 37 miliardi di euro così ripartiti: 16 miliardi dalla Germania, 7 dal Regno Unito, 4 dall’Italia per un totale di 2,8 milioni di posti di lavoro nel vecchio continente.

Il settore dell’automotive è in effetti il fiore all’occhiello dell’export italiano verso gli Stati Uniti, tanto che tra gennaio e ottobre 2017, le vendite relative a questo settore hanno toccato 3,7 miliardi di euro, l’11,3% di tutto il made in Italy sbarcato negli Statesin quel periodo.

La Cina risentirà dei dazi imposti dagli Stati Uniti?

Il principale paese cui il provvedimento è diretto è la Cina. Tuttavia, il mercato asiatico, che rappresenta il più importante produttore di acciaio (49% della produzione mondiale) e di alluminio, risentirebbe solo in modo marginale della decisione adottata da Donald Trump, dal momento che il paese fornisce agli USA una quota residuale di acciaio, secondo Wood Mackenzie appena l’1,4% su una quota totale di 74,82 milioni di tonnellate vendute all’estero nel 2017, e alluminio.

I più colpiti sarebbero invece i paesi alleati, come Unione europea, Corea del Sud e Brasile, ma problemi potrebbero determinarsi anche per Canada e Messico, se non verrà rinegoziato il NAFTA. “Scegliere la guerra commerciale è una soluzione sbagliata. Alla fine si danneggiano gli altri e sè stessi”, ha affermato il ministro degli Esteri Wang Yi.

Quali implicazioni per gli Stati Uniti?

È controversa la partita avviata da Donald Trump sui dazi. Il segretario al commercio americano, Wilbur Ross, afferma che l’intervento statunitense sarà replicato da altri stati e questo determinerà un effetto domino che si ripercuoterà sull’unico responsabile di aver creato eccedenza di acciaio e alluminio nel mondo: la Cina.

L’altra faccia della medaglia è che se questo accade ogni mercato guarderà a sé, creando uno stallo economico internazionale. Una seconda evidenza, secondo Ross, è legata alla direzione che Trump vuole dare al mercato americano, ma soprattutto una conferma alla base repubblicana che lo ha sostenuto nel 2016 e che è fortemente contraria alla globalizzazione e vuole proteggere il mercato interno.

Tuttavia, non mancano le perplessità legate alle ripercussioni interne agli Stati Uniti. È la stessa industria petrolifera americana a essere in allerta, dal momento che molte tipologie di acciaio cui ricorre non sono reperibili sul mercato domestico e vanno importate: l’acciaio potrebbe rincarare “di almeno il 25%” con un pericoloso aggravio dei costi per le industrie interne che lo consumano, dall’automotive e all’Oil& Gas. Ma a questo punto, non è da escludere che altri paesi adottino misure protezioniste sul petrolio e sul gas americani, arrestandone l’espansione sui mercati globali.

Fonte: a cura di Exportiamo, Claudia Cavaliere, redazione@exportiamo.it

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