Intelligenza artificiale: l’Europa arranca ma vuole fare di più

Intelligenza artificiale: l’Europa arranca ma vuole fare di più
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28 Maggio 2018
Categoria: Marketing internazionale
Paese:  USA Cina

Cina e Stati Uniti intimoriscono il Vecchio Continente anche nella sfida tecnologica e, per non rimanere indietro, l’UE ha intenzione di stanziare 20 miliardi di euro da qui al 2020. Vediamo insieme quali sfide attendono Bruxelles nel prossimo futuro.

Gli Stati Uniti e la Cina non hanno mai fatto segreto della loro voglia di “mangiarsi il mondo” e di primeggiare. Questo vale anche nel settore tecnologico dove gli States si sono storicamente distinti ed ora sono tallonati dall’impetuosa avanzata di Pechino.

Nelle intenzioni delgoverno cinese c’è la costruzione di un centro ricerche da 13,8 miliardi di yuan, corrispondente a circa 2,1 miliardi di dollari, per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale. Il centro di ricerca si prevede sarà costruito entro cinque anni nel quartiere di periferia Mentougou, a ovest di Pechino e coprirà 54,87 ettari. Il polo ospiterà circa 400 imprese e si stima sarà in grado di creare un valore di produzione annuo di circa 50 miliardi di yuan. Dall’altro lato, gli Stati Uniti si sono sempre fatti strada nel settore a partire dagli studi, dalle sperimentazioni, dalla grande libertà di azione e dalle start up innovative made in Silicon Valley.

In ogni caso quello di intelligenza artificiale è un concetto ampio e complesso e per questo difficile da definire. Secondo Wikipedia per intelligenza artificiale si intende “l’abilità di un computer di svolgere funzioni e ragionamenti tipici della mente umana” mentre il dizionario De Mauro la definisce come “l’insieme di studi e tecniche che tendono alla realizzazione di macchine in grado di risolvere problemi e di riprodurre attività proprie dell’intelligenza umana”. Ma l’intelligenza artificiale, come dicevamo, abbatte gli argini delle definizioni e si riversa altrove: ha a che fare con temi come il nuovo regolamento europeo sulla privacy, il lavoro dell’uomo in un ambiente industriale sempre più automatizzato e la cyber security.

Dunque il ruolo delle istituzioni internazionali, degli stati e delle pubbliche amministrazioni a livello locale è quello di studiare una strategia di lungo termine che consenta la regolazione di questo processo, preservando i lavoratori e progredendo verso il futuro, facendosi aiutare e non sostituire dai robot.

Di questa strategia Stati Uniti e Cina sono stati pionieri, comprendendo le enormi potenzialità offerte dall’intelligenza artificiale, capace di garantire efficienza, produttività e velocità di trasformazione.

Ma anche in Europa qualcosa si muove come dimostrato in occasione del Digital Day 2018, occasione in cui 25 Paesi UE hanno sottoscritto l’alleanza europea per l’intelligenza artificiale che sancisce l’inizio della loro cooperazione sul tema. Virtuosi gli esempi di Germania, Finlandia e della Francia di Emmanuel Macron che ha lanciato da sola un piano da 1,5 miliardi di euro nel tentativo di accendere i motori del cambiamento: “L’intelligenza artificiale pone sfide nuove che l’Europa deve affrontare compatta se vogliamo che questa tecnologia abbia successo e funzioni per tutti. Dobbiamo investire almeno 20 miliardi di euro entro la fine del 2020”, ha affermato il vicepresidente per il Mercato unico ditale della Commissione europea, Andrus Ansip, annunciando la prima iniziativa concreta da parte di Bruxelles.

La convinzione negli ambienti europei è che agli Stati membri non manchi nulla per essere protagonisti di questa rivoluzione tecnologica se non maggiore convinzione e più investimenti, sia pubblici sia privati, che però non devono mai far scivolare in secondo piano la salvaguardia dei diritti sociali degli individui.

In alcuni casi infatti la foga nello scovare l’intuizione del secolo può appannare l’importanza della tutela del lavoro nel contesto dell’economia digitale ed invece è fondamentale che ai lavoratori venga garantita la riqualificazione delle loro competenze per evitare di diventare “obsoleti”. La partita delle competenze e della formazione va giocata in attacco per sconfiggere quel rifiuto della modernità che emerge nelle società.

Focalizzandoci sull’Italia vediamo che il Global Talent Trends Study 2018 di Mercer – report che quest’anno ha raccolto le testimonianze di oltre 7600 dipendenti, HR Manager, Executive e Board Members di 57 Paesi in cui sono state raccolte le opinioni quali-quantitative di 51 alti dirigenti, 322 singoli dipendenti, 109 HR Manager - ne segnala una pessima posizione e la penisola risulta tanto pessimista quanto bloccata. Il 71% dei top manager italiani è convinto che almeno il 20% dei ruoli che oggi si contano nella sua azienda sparirà entro i prossimi cinque anni. Nonostante si sia individuato il problema, mancano le iniziative concrete per ammortizzare i rischi di una simile prospettiva: solo il 31% delle aziende sta aumentando l’accesso ai corsi di apprendimento online ed appena il 17% sta promuovendo attivamente la rotazione interna dei ruoli. È come se il problema fosse stato inquadrato ma non messo a fuoco e, di conseguenza, le risposte si traducessero in una serie di tentativi, nemmeno troppo convinti.

All’assemblea di Confindustria dello scorso 23 maggio, Carlo Calenda – ormai ex Ministro dello Sviluppo economico – ha tenuto il suo discorso di commiato, ponendo all’uditorio una serie di domande a cui è difficile dare una risposta oggi, ma da cui non si può fuggire: “L’innovazione tecnologica rimarrà uno strumento a disposizione dell’uomo o farà dell’uomo un suo strumento? Lo spostamento di potere politico ed economico verso Oriente porterà a conflitti globali o, per la prima volta nella storia, riusciremo ad evitarli? Il mondo potrà sostenere un benessere diffuso? Le nostre economie sono destinate a una stagnazione secolare? Nessuna di queste domande ha una risposta semplice. Ma soprattutto a nessuna di queste domande dobbiamo dare una risposta semplicistica cercando di esorcizzare o, peggio, di ridicolizzare le paure. Negare il diritto di cittadinanza alla paura è un tragico errore che abbiamo già commesso e che è alla base della caduta delle classi dirigenti liberal-democratiche e, in ultima analisi, dell’indebolimento dell’Occidente stesso”.

È quindi il futuro la direzione verso cui l’Europa deve guardare e l’innovazione è l’unico strumento in suo possesso per compiere le scelte giuste ma sarà probabilmente la capacità di adeguarsi al cambiamento l’elemento fondamentale che detterà il ritmo del progresso tecnologico di tutto il Vecchio Continente.

Fonte: a cura di Exportiamo, di Claudia Cavaliere, redazione@exportiamo.it

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