Perché si esportano prodotti contraffatti?

Perché si esportano prodotti contraffatti?
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27 Agosto 2018
Categoria: Proprietà industriale

Corruzione, scarsa tutela della proprietà intellettuale e basso costo del lavoro sono alcuni dei fattori che favoriscono l’esportazione dei falsi in tutto il mondo. Lo rivela il report OCSE-EUIPO sulle cause alla base dell’export di prodotti contraffatti.

Il traffico internazionale di beni contraffatti è un problema di vecchia data le cui proporzioni non accennano a ridursi, ma al contrario crescono a dismisura. Pensiamo ad esempio alla sempre più grande diffusione della pirateria online, fenomeno cresciuto significativamente negli ultimi anni soprattutto a causa della maggior propensione dei consumatori a realizzare acquisti in rete e della moltiplicazione dei canali di vendita che ha coinvolto anche i social media. La possibilità di ordinare online, nascondendosi dietro lo schermo di un pc o di uno smartphone, ha fatto venir meno anche quella che poteva essere una sorta di “vergogna sociale”, cosa che rende più facile gli acquisti di prodotti fake. Non dimentichiamo infatti che chi compra merce contraffatta è complice di vari reati come il lavoro nero, lo sfruttamento minorile, la clandestinità, il furto di brevetti, etc.

I danni provocati dai prodotti contraffatti

La contraffazione, che costituisce una delle principali fonti di reddito delle organizzazioni criminali, è una seria minaccia socio-economica sia per le imprese che per i consumatori di tutto il mondo, e soprattutto, rischia di far inceppare il motore della crescita economica, riducendo i profitti delle imprese e minando la loro propensione all’innovazione. Ad essere danneggiati infatti sono soprattutto gli imprenditori che pagano le tasse, che producono nel rispetto delle normative ed investono in ricerca, sviluppo, innovazione ed immagine.

Le dimensioni economiche del fenomeno sono rilevanti. Come messo in evidenza dai due studi Trade in Counterfeit and Pirated Goods: Mapping the Economic Impact (2016) e Mapping the Real Routes of Trade in Fake Goods (2017), realizzati entrambi in maniera congiunta dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) e l’Ufficio dell’UE per la proprietà intellettuale (EUIPO), l’importazione globale di prodotti contraffatti nel 2013 ha raggiunto un valore di 461 miliardi di dollari, pari al 2,5% del commercio mondiale.

Il nostro Paese è particolarmente colpito dal fenomeno in quanto i nostri prodotti, in termini di eccellenza, qualità e design sono tra i più richiesti al mondo, e per lo stesso motivo, anche i più imitati. Stando sempre ai dati EUIPO, in Italia i “tarocchi” causano ogni anno perdite per oltre 8,6 miliardi di euro, pari all’8% delle vendite dirette.

La contraffazione rappresenta quindi un enorme danno economico per il Made in Italy, aggravato dal fenomeno dell’Italian Sounding, espressione che fa riferimento all’imitazione di un prodotto/denominazione/marchio attraverso un richiamo alla presunta italianità del prodotto e che provoca ingenti danni d’immagine.

Purtroppo però le conseguenze non sono solo economiche, ma riguardano anche la salute dei consumatori poiché chi indossa capi o accessori, utilizza materiali o ingerisce alimenti contraffatti rischia gravi danni alla salute causati da sostanze altamente tossiche presenti in tali prodotti quali agenti chimici, coloranti, collanti allergenici e/o cancerogeni, etc.

Anche la propria sicurezza e quella degli altri viene messa a rischio quando si utilizzano pezzi di ricambio per i veicoli, oggetti elettronici o si comprano giocattoli contraffatti, perché per la produzione di tali oggetti vengono utilizzati materiali scadenti.

I fattori che favoriscono l’export dei falsi

Se dunque chi agisce nella legalità si trova a dover subire le conseguenze dell’export di prodotti contraffatti, dall’altra parte c’è chi evidentemente nell’illegalità dell’industria del falso prospera e guadagna.

Ma a questo punto è lecito chiedersi: perché alcuni Paesi sono più votati alla produzione ed all’esportazione di prodotti falsi rispetto ad altri? OCSE e EUIPO hanno cercato di rispondere a questa domanda nel loro ultimo rapporto “Why do countries export fakes?” del 2018, analizzando i fattori che influenzano l’esportazione di prodotti contraffatti a livello globale. Secondo lo studio, si tratta di un fenomeno che potenzialmente colpisce tutte le economie, ma alcune hanno una maggiore propensione determinata dalla presenza di 5 fattori che fungono da driver:

  • governance: alti livelli di corruzione e protezione insufficiente della proprietà intellettuale;
  • zone di libero scambio: offrono uno spazio relativamente sicuro ai soggetti che trafficano prodotti falsi, grazie alla presenza di buone infrastrutture e controlli limitati. La percentuale di beni contraffatti nelle economie che ospitano le 20 più grandi zone di libero scambio del mondo è due volte maggiore rispetto a quelle che non ne possiedono;
  • strutture di produzione: basso costo della manodopera e regolamentazione del mercato del lavoro inadeguata;
  • infrastrutture logistiche: bassi costi di spedizione, procedure doganali semplici e veloci, buona qualità delle infrastrutture di trasporto (porti, ferrovie, strade) sono fattori vantaggiosi per qualsiasi tipo di commercio, e quindi anche per quello in nero;
  • politiche di agevolazione degli scambi, come decisioni anticipate sulla classificazione dei prodotti e la possibilità di impugnare le decisioni amministrative da parte delle agenzie di frontiera possono aumentare le possibilità di esportare prodotti contraffatti. Anche in questo caso si tratta di pratiche che in sé e per sé favoriscono il commercio internazionale, ma il problema è che se ne fa un uso improprio.

Nel report si sottolinea comunque che nessuno dei cinque fattori può spiegare da solo l’intensità dell’export dei falsi in una data economia, bensì è la combinazione di vari elementi a definirne il livello.

I top player del settore sono soprattutto le economie emergenti con un basso reddito pro-capite. In cima alla lista dei maggiori produttori ed esportatori mondiali di prodotti contraffatti ci sono i Paesi asiatici, con il podio occupato nell’ordine da Cina, India e Turchia, sia in termini di valore che di varietà di prodotti.

I settori più gettonati sono quelli dell’abbigliamento, delle calzature, della profumeria e della cosmetica, dei prodotti farmaceutici, degli orologi e dei gioielli, degli apparecchi elettronici e dei giocattoli, e ovviamente dei prodotti agroalimentari.

Come ridurre contraffazione e pirateria?

Migliori condizioni di lavoro, incremento del salario minimo, applicazione dei diritti di proprietà intellettuale e maggiore trasparenza nelle procedure di scambio contribuiscono a ridurre contraffazione e pirateria, favorendo crescita e sviluppo. E’ questa la ricetta proposta da OCSE e EUIPO nel report.

Tuttavia, per individuare le strategie di intervento più adatte è necessario approfondire alcuni aspetti, a partire dalle dinamiche tra corruzione, governance e tutela della proprietà intellettuale. L’obiettivo è individuare le zone più a rischio, al fine di sviluppare strumenti idonei a contrastare la commercializzazione di beni contraffatti.

Fonte: a cura di Exportiamo, di Miriam Castelli, redazione@exportiamo.it

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