La crisi della Turchia preoccupa anche l’Italia

La crisi della Turchia preoccupa anche l’Italia
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30 Agosto 2018
Categoria: Dogane e trasporti
Paese:  Turchia USA

Svalutazione della lira, rapporti tesi con gli Stati Uniti e forte incertezza da parte degli investitori internazionali: sono questi gli ingredienti che negli ultimi mesi stanno mettendo in ginocchio la Turchia. E anche il Belpaese rischia.

Momento di grande incertezza economica in Turchia dove la lira ha perso nell’ultimo mese circa il 40% del suo valore passando da un cambio di 5.18 ad un massimo di 7.86 nei confronti dell’euro.

Le conseguenze potrebbero riflettersi anche sui principali partner commerciali dato che la Turchia è un Paese tipicamente importatore con una bilancia commerciale che nel 2017 ha segnato un saldo negativo di 52 miliardi di euro con il totale import che ha toccato quota 207 miliardi di euro. Tra i principali fornitori citiamo la Cina (20,6 miliardi di euro), Germania (18,8 miliardi) e Russia (17,2 miliardi), mentre l’Italia si piazza al quinto posto con 10 miliardi di euro esportati verso Istanbul nel 2017 (+8.7% rispetto al 2016).

Le previsioni di SACE, prima della crisi degli ultimi mesi, parlavano di un mercato che nel 2021 avrebbe potuto raggiungere i 12 miliardi in valore per l’export tricolore composto prevalentemente da meccanica strumentale (30%), mezzi di trasporto (12%), metalli (8%), chimica (8%), gomma e plastica (8%), estrattiva (8%). Ora, con l’aggravarsi della crisi, lo scenario futuro appare fortemente imprevedibile per quello che ad oggi rappresenta il 1° mercato di destinazione dell’export italiano in Medio Oriente e Nord Africa.

I motivi della crisi

Secondo gli economisti la principale causa del crollo della lira è da rintracciarsi nelle manovre espansive di Erdogan: infatti la Turchia nel 2017 ha visto crescere il suo PIL del 7% grazie in particolare alla (facile) concessione di credito ad imprese e famiglie che ha provocato un considerevole aumento dell’inflazione (oltre il 16% nell’ultimo anno).

Ulteriore motivo è sicuramente il rapporto teso con Donald Trump che secondo Erdogan “se da un lato si considera partner strategico nella Nato, dall’altro sta cercando di pugnalare la Turchia alle spalle”. Infatti gli Stati Uniti hanno aumentato al 50 ed al 20% i dazi su acciaio ed alluminio, mentre Istanbul ha invitato al boicottaggio dei prodotti a stelle e strisce come cellulari, automobili, tabacco, riso e alcolici. E non è finita: tiene ancora banco la vicenda del pastore americano Andrew Brunson, detenuto in Turchia con accuse di spionaggio per il tentato golpe del 2016 e per il quale gli Stati Uniti chiedono la liberazione.

Non per ultimo vi è l’argomento “fake news” sul quale le autorità turche stanno indagando: infatti secondo la procura di Istanbul sono in corso una serie di azioni attraverso i social media per mettere a repentaglio la pace sociale e la sicurezza economica del Paese. Si parla infatti di 346 account falsi che hanno inondato la rete di messaggi al fine di provocare l’aumento del dollaro.

In generale sembra chiaro il clima di sfiducia dei mercati nei confronti delle politiche economiche di Erdogan: infatti a luglio gli investitori internazionali si aspettavano un aumento dei tassi d’interesse della Banca centrale che però non si è verificato. Ad oggi la preoccupazione principale riguarda la capacità di rifinanziare il debito pubblico turco che vale più di 350 miliardi di euro, con la svalutazione della lira che ha notevolmente peggiorato la situazione.

La posizione dell’Italia

Come già sottolineato in precedenza i rapporti commerciali tra Italia e Turchia sono cresciuti nell’ultimo anno fino a raggiungere una bilancia commerciale pari a 17,5 miliardi di euro nel 2017 con il Belpaese che conserva un surplus di circa 2,5 miliardi.

Inoltre nel 2016 l’Italia ha investito in Turchia circa 4 miliardi di euro piazzandosi al dodicesimo posto nella graduatoria degli IDE verso Istanbul.
La Fiat controlla il 38% della società costruttrice di autoveicoli Tofas con sede a Bursa che produce anche alcuni modelli destinati al mercato europeo come Tipo, Doblò, Qubo e Fiorino.

Unicredit inoltre detiene il 40.9% della banca Yapi Kredi, la quarta del Paese con 788 sportelli e asset per un valore di 53 miliardi di euro circa.
In generale le banche italiane sono esposte verso la Turchia per circa 15 miliardi di euro, cifra comunque inferiore se paragonata a quella delle banche spagnole (71 miliardi), francesi (33 miliardi) e britanniche (16,5 miliardi).

Insomma una situazione intricata che si inserisce in uno scenario di pessimismo diffuso, con il “rischio contagio” che potrebbe colpire in primis l’Europa.

Fonte: a cura di Exportiamo, di Anthony Pascarella, redazione@exportiamo.it

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