Confindustria: l'economia italiana frena e l’export inserisce la retromarcia

Confindustria: l'economia italiana frena e l’export inserisce la retromarcia
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05 Ottobre 2018
Categoria: Marketing internazionale

Nuvoloni neri e carichi di pioggia si sono addensati sul civico 30 di viale dell’Astronomia a Roma, sede centrale di Confindustria, dove lo scorso 3 ottobre è stato presentato il rapporto previsionale sulle prospettive economiche del Belpaese.

“Si assottiglia la crescita dell’Italia”: esordisce così, senza giri di parole, il rapportoDove va l’economia italiana e gli scenari di politica economicaredatto dal Centro Studi Confindustria (CSC). Le previsioni sul futuro dell’economia e delle finanze italiane infatti sono tutt’altro che rosee: il CSC stima una crescita del PIL italiano in rallentamento all’1,1% nel 2018 e allo 0,9% nel 2019, rispetto all’1,6% registrato nel 2017. Si tratta di una revisione al ribasso rispetto alle previsioni di giugno di - 0,2 punti percentuali in entrambi gli anni presi in considerazione.

Sono diversi i fattori che minano la crescita del Belpaese, e molti sono legati all’ormai diffuso clima d‘ incertezza che regna sovrano sulla scena internazionale: dalla guerra commerciale innescata dagli Usa che sta causando un’escalation di misure protezionistiche senza precedenti, alla turbolenza su alcuni importanti Paesi emergenti e di sbocco per l’export italiano come Turchia e Argentina, fino al progressivo aumento dei tassi di interesse come conseguenza della fine del programma di acquisto straordinario da parte della Banca Centrale Europea (il cosiddetto Quantitative Easing).

L’incertezza tuttavia è la cifra dominante anche in ambito nazionale. La lunga campagna elettorale e l’altrettantol unga genesi del Governo hanno bloccato ogni azione di politica economica per almeno i primi sei mesi del 2018, cosa che ha alimentato l’incertezza sulle linee di politica economica, anche perché il contratto di governo e le dichiarazioni dei leader politici non avevano evidenziato una direzione univoca, dando adito a diverse interpretazioni. Ciò ha eroso non solo la fiducia dei consumatori (che tendono a risparmiare a scopo precauzionale piuttosto che a consumare) e delle imprese (che limitano gli investimenti) ma anche dei mercati, cioè di quei risparmiatori (esteri e domestici) che investono nel debito pubblico del Paese. Inoltre, se dovesse crescere ulteriormente la sfiducia sull’Italia, avremmo un ulteriore aumento dello spread sovrano e del costo di finanziamento di Stato, imprese, famiglie.  Un maggior costo e una minore disponibilità del credito a famiglie e imprese agirebbero da freno all’economia, sia penalizzando i consumi delle famiglie, sia togliendo risorse all’attività delle imprese e riducendo la loro competitività.

Export in sofferenza

Potrebbe così innescarsi un circolo vizioso che rischierebbe di far colare a picco le esportazioni, ovvero il principale driver della crescita italiana negli ultimi anni. Una vera e propria doccia fredda per quanti speravano che l’export avrebbe potuto risollevare le sorti del Paese.
La crescita delle esportazioni di beni e servizi, dopo il rimbalzo registrato nel 2017 (+5,7 per cento), infatti rallenta fortemente nel 2018 (+0,7) ma dovrebbe riacquistare un po’ di vigore nel 2019 (+3,3). Le importazioni seguono una dinamica simile, con una frenata meno pronunciata nell’anno in corso (+5,2 per cento nel 2017, +1,7% nel 2018 e +3,1% nel 2019).
Rispetto alle stime di giugno (export al + 2,7 % nel 2018 e al +3,9% nel 2019 ed import al +3% nel 2018 e +3,7% nel 2019), la crescita degli scambi con l’estero dell’Italia è rivista quindi nettamente al ribasso, soprattutto per il 2018. 

Numerosi fattori spiegano la performance deludente, alcuni comuni a tutti i paesi dell’Eurozona, altri specifici per l’Italia.

Anzitutto, il rafforzamento dell’euro ha ridotto la competitività di prezzo dei prodotti italiani ed europei, frenando le vendite nei mercati extra-Eurozona. La dinamica delle vendite italiane negli Stati Uniti ha rallentato nettamente, nonostante l’accelerazione dell’economia USA. Ciò è dovuto, oltre al fattore cambio, anche alle politiche protezionistiche dell’amministrazione Trump, che hanno generato una forte incertezza tra gli operatori. L’impatto è molto significativo, dato che il mercato USA è la prima destinazione extra-europea dei prodotti italiani (con una quota del 9% dell’export). Questi due fattori spiegano, più in generale, la debolezza dell’export dei principali Paesi europei verso le destinazioni extra-UE. Una debolezza che si trasmette, attraverso le catene globali del valore, anche agli scambi intra-europei. Particolarmente rilevante per le vendite italiane è il rallentamento dell’export della Germania, data la forte integrazione dell’industria italiana a monte delle filiere produttive tedesche.

La frenata delle esportazioni italiane, tuttavia, è più marcata di quella dei principali partner europei. Ciò può essere ricondotto alla performance meno positiva in alcuni specifici settori (autoveicoli, macchinari, articoli farmaceutici) e mercati di destinazione (Cina, Giappone, Russia) in cui l’export italiano aveva ben performato in questi ultimi anni. La causa è da ricercare soprattutto nell’incremento dei prezzi dei prodotti italiani venduti fuori dall’Eurozona maggiore di quello, ad esempio, dei concorrenti tedeschi, a detrimento della competitività.

Nel 2019, il graduale assestamento delle tensioni commerciali, specie tra Europa e Stati Uniti, e il venire meno del freno del cambio dovrebbero invece favorire una moderata ripartenza dell’export italiano intorno ai ritmi medi registrati nell’ultimo quinquennio.

Governo della “finanza allegra”? No, grazie

Le previsioni del Centro Studi non incorporano comunque le intenzioni del Governo perché le misure andranno dettagliate in sede di Legge di bilancio e gli effetti macro dipenderanno dal modo in cui gli interventi verranno disegnati. Sulla base delle informazioni ad oggi disponibili, il Governo ha fissato l’obiettivo di deficit per il 2019 al 2,4%. Ciò equivarrebbe a realizzare il prossimo anno una manovra espansiva per un punto di PIL.

Tuttavia gli economisti di Confindustria si sono dichiarati piuttosto scettici rispetto alla sostenibilità del contratto di governo poiché, secondo le loro stime, accrescere l’obiettivo di deficit programmato al 2,4% difficilmente consentirà di avere i margini per attuare le misure di policy delineate dal Governo senza individuare adeguate coperture e le stime sulla crescita del Pil del governo (+1,6% nel 2019 e +1,7% nel 2020) rappresentano “ipotesi forti e difficili da realizzare”. L’aumento del deficit, nelle intenzioni del governo, servirà infatti per avviare parti del contratto di governo di sostegno al welfare (flat tax, reddito di cittadinanza, controriforma delle pensioni), misure molto difficili da cancellare se non in situazioni emergenziali. “Se gli operatori sono razionali e percepiranno questa maggiore spesa pubblica come permanente si aspetteranno tasse più alte in futuro”, sottolinea il Csc.

E su questo punto la reazione dell’Esecutivo non si è certo fatta attendere. Se il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, presente in viale dell’Astronomia, ha cercato di fare da sponda tra le due parti, da un lato elogiando il lavoro del Csc definendolo “eccellente” perché in grado di “descrivere bene la fase di rallentamento” dell’economia italiana e internazionale, e dall’altro precisando che la Manovra non è improntata a “una finanza allegra” che farà “saltare i conti pubblici per dare spazio alle promesse”, le reazioni di M5S e Lega sono state ben più aspre. Il vicepremier Luigi Di Maio manda a dire agli industriali che “chi pensa che si torna indietro sulle misure, si illude e basta, si sta facendo una cattiva idea dell’atteggiamento di questo governo che sarà sempre dalla parte dei cittadini”, mentre l’altro vice presidente Matteo Salvini, dopo aver definito “stitiche” le previsioni del CSC, si dice sicuro che il governo riuscirà perfino a stupire la stessa Confederazione la quale alla fine dovrà dargli ragione.

Su un punto però si sono definiti tutti d’accordo, gli ingredienti della ricetta per la ripresa: rafforzare le misure di sostegno alle imprese, realizzare un grande piano per le infrastrutture, avviare la riforma fiscale per imprese e famiglie e condurre un’azione efficace di revisione della spesa pubblica.

Riguardo al primo punto, in particolare, bisogna continuare a sostenere l’innovazione tecnologica e l’internazionalizzazione, rafforzando gli strumenti che finora hanno funzionato bene come il Piano Nazionale Industria 4.0 e il Piano per la promozione straordinaria del Made in Italy, nonché un maggiore impegno da parte di Cassa Depositi e Prestiti, come ha promesso il vice presidente Luigi Paganetto presente alla conferenza.

Il punto sarà riuscire a concordare sulla fase di preparazione, cosa che appare tutt’altro che semplice viste le notevoli divergenze che sono emerse, anche se una maggiore coesione interna potrebbe rappresentare l’unica arma in grado di neutralizzare i fattori di rischio sullo scenario internazionale.

Fonte: a cura di Exportiamo, di Miriam Castelli, redazione@exportiamo.it

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