Sudafrica, l’ex astro nascente dell’economia mondiale alla prova della crescita

Sudafrica, l’ex astro nascente dell’economia mondiale alla prova della crescita
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08 Ottobre 2018
Categoria: Focus Paese
Paese:  Sudafrica

All’economia sudafricana serve una svolta: riuscirà il nuovo presidente ad incidere sulle principali variabili che non permettono a Città del Capo di sfruttare il suo invadibile potenziale?

Economia

Sono passati quasi 8 anni da quando, nel dicembre del 2010, la “esse” iniziale di Sudafrica fu aggiunta all’acronimo Bric tramutandolo così in Brics e sancendo l’approdo del Paese africano nell’alveo delle maggiori economie emergenti al mondo. Quella investitura però si rivelò poco più di un’illusione perché, da allora, la “nazione arcobaleno” ha vissuto grandi difficoltà che hanno generato un sostanziale ridimensionamento delle aspettative di sviluppo createsi.

In effetti ancora oggi Città del Capo fatica a spiccare il volo: i tassi d’incremento del Pil della metà degli anni 2000 sono oramai un ricordo lontano e la crescita media dell’ultimo triennio (2015-2017) è stata appena superiore all’1%. Nonostante ciò però i recenti cambiamenti a livello politico hanno aperto alcuni scenari di cambiamento e, auspicabilmente, dovrebbero porre un freno all’impoverimento della middle-class sudafricana, vero motore dell’economia nazionale.

Oggi il Sudafrica, pur essendo la 32esima economia più grande al mondo, produce un Pil stimato in “appena” circa 350 miliardi di dollari, poca cosa se si considera che gli abitanti del Paese sono quasi 55 milioni. Per avere un termine di paragone è sufficiente confrontare tale dato con quello italiano: il Belpaese produce un Pil 5,5 annuo volte superiore al Sudafrica (1.938 miliardi di dollari) contando solamente sul 13,3% di abitanti in più.

Fornire una spiegazione a tali dati è fin troppo semplice perché fra i più annosi problemi del Paese figura quello della disoccupazione, salita fino al 27,6% nel 2017, e che tocca punte del 50% fra le fasce più giovani della popolazione.

La fragilità sudafricana è cosa nota fra i più importanti analisti internazionali ed è opinione diffusa che uno dei principali elementi di criticità per l’economia di Città del Capo sia l’eccessiva dipendenza dai capitali stranieri, cui è stato fatto massiccio ricorso per spingere lo sviluppo nazionale. Il problema è che le oscillazioni valutarie potrebbero produrre, ed in parte stanno già producendo, degli effetti davvero nefasti per l’economia rendendo più costoso ripagare i debiti contratti.

A tutto ciò bisogna aggiungere la presenza di enormi diseguaglianze che fanno del Paese, secondo l’indice di Gini, il secondo più diseguale al mondo con il triste lascito dell’apartheid che ancora fa sentire i suoi effetti dal momento che il 10% della popolazione bianca detiene circa il 90 percento della ricchezza nazionale.

In più non va dimenticata la corruzione diffusa che, secondo il “Corruption Perception Index”, posiziona il Paese al 71esimo posto su 180 nazioni per livello di corruzione percepita.

Politica

Comunque, nonostante le criticità riscontrate, l’economia del Continente nero conserva significative potenzialità anche se si deve constatare che l’impossibilità di sfruttarle è diretta responsabilità della classe dirigente sudafricana, incapace di prendere esempio dalla straordinaria figura di Nelson Mandela, unico presidente in grado di lasciare una positiva e reale impronta nell’economia, nella società e nell’immagine internazionale del Paese.

Fra i principali responsabili del mancato cambiamento vi è Jacob Zuma, alla guida del Paese dal maggio 2009 al 14 febbraio 2018, convinto a rassegnare le proprie dimissioni in seguito a forti pressioni provenienti da un’ampia fetta di cittadini. A deludere è stata non solo l’assenza di riforme in grado di favorire la redistribuzione della ricchezza e di spingere la crescita del Paese africano ma soprattutto le grandi ombre che pian piano si sono allungate su questa controversa figura, oggetto di più di 700 denunce con accuse che spaziano dalla corruzione alla frode, dal riciclaggio all’estorsione per arrivare fino alla violenza sessuale.

Sembra chiaro che gli anni di presidenza Zuma siano stati caratterizzati dal tentativo di utilizzare il potere per ottenere vantaggi personali a tal punto che Zuma avrebbe addirittura autorizzato lavori per 21 milioni di dollari (di soldi pubblici) per migliorare la sua fattoria personale.

Con il passare degli anni Zuma ha quindi progressivamente rovinato l’immagine di un Paese che, nell’inverno del 2017, ha dovuto anche subire il declassamento dei propri titoli di stato da parte delle principali agenzie di rating che li hanno classificati come “titoli spazzatura”, creando allarme fra gli investitori che, in massa, hanno deciso di vendere le obbligazioni in loro possesso mettendo in seria difficoltà le finanze pubbliche sudafricane.

Il successore di Zuma, Cyril Ramaphosa, si trova dunque di fronte ad una situazione piuttosto complicata ma sembra aver intenzione di cambiare radicalmente le carte in tavola, respingendo l’operato del suo predecessore nel tentativo di rassicurare i mercati e di riportare il Paese sui binari della crescita economica attraverso riforme liberali e market-friendly. Missione molto difficile dal momento che elevata disoccupazione, alto debito pubblico e fuga degli investitori rendono il contesto sociale infuocato e i margini di manovra a livello macroeconomico piuttosto ridotti.

Opportunità per il Made in Italy

I rapporti commerciali fra Roma e Città del Capo sono buoni con un interscambio che nel 2017 è stato di oltre 2,1 miliardi di euro, in aumento del 15,7% rispetto all’anno precedente, con un saldo positivo a favore del Belpaese di poco inferiore a 600 milioni di euro. Fra i prodotti Made in Italy più esportati in Sudafrica spiccano macchinari ed apparecchiature, che rappresentano circa 1/3 sul totale dell’export tricolore, i prodotti chimici, autoveicoli, coke e altri prodotti derivanti dalla raffinazione del petrolio ed altri prodotti del comparto manifatturiero.

Stando ai dati diffusi da Sace l’export italiano verso il Sudafrica dovrebbe aumentare del 5,1% nell’arco dei prossimi tre anni anche grazie alla dinamica di crescita prevista per tre settori in particolare, mezzi di trasporto (+8,8%), chimica (+8,7%) e food&beverage (+7,3%).

A livello generale le Pmi intenzionate ad investire nel Paese africano devono essere consce del fatto che il Sudafrica è un Paese molto particolare, in cui accanto alle ampie fasce di povertà esistono nicchie assai benestanti che possono permettersi prodotti italiani di qualità premium. Tuttavia l’accesso al mercato è piuttosto complicato e la concorrenza in termini di prezzo è elevata non solo per i prodotti di fascia bassa, vista la presenza di moltissimi prodotti Made in China, ma anche per quelli di fascia alta.

Fonte: a cura di Exportiamo, di Marco Sabatini, redazione@exportiamo.it

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