Polonia: continuare a crescere è l’unica cosa che conta

Polonia: continuare a crescere è l’unica cosa che conta
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14 Gennaio 2019
Categoria: Focus Paese
Paese:  Polonia

La recente visita di Salvini in terra polacca ha dimostrato che, sebbene i Paesi condividano posizioni sovraniste ed euroscettiche, gli interessi nazionali vengono prima di ogni forma di collaborazione.

Economia

Ormai da qualche tempo la crescita dell’economia polacca non rappresenta più un elemento di sorpresa per gli osservatori internazionali anche se, secondo il Fondo Monetario Internazionale, già dal 2019 l’avanzata di Varsavia dovrebbe subire una piccola frenata passando dal +4,5% del 2018 ad un più contenuto ma pur sempre vivace +3,5%.

Non un dramma per un’economia che vive una fase di continua espansione trainata da consumi interni ed export, con il Made in Poland in grado di recuperare un certo grado di competitività anche grazie al Piano quinquennale di Sviluppo Sostenibile (lanciato nel 2016) e che sta puntando moltissimo sul supporto alle imprese locali per promuovere uno sviluppo equilibrato, in grado di portare benefici a tutti i cittadini polacchi.

Alcuni effetti di una programmazione di medio-lungo periodo sono tuttavia già visibili specialmente per quel che concerne il tasso di disoccupazione, dimezzatosi dal 2015 ad oggi ed ora giunto al 4%.

Ma uno dei fenomeni cui le aziende straniere dovrebbero guardare con maggiore interesse è l’incremento del Pil pro capite, che nel 2017 ha sfiorato i 30mila dollari, ormai non troppo distante da quello italiano che, stando ai dati della Central Intelligence Agency, si ferma a poco più di 38mila dollari.

Il processo di arricchimento della popolazione polacca è dunque una realtà innegabile certificata dall’ingresso di un consistente numero di cittadini nella cosiddetta middle-class. Ciò significa, in parole povere, che un crescente numero di polacchi può permettersi alcuni prodotti d’importazione (e quindi anche Made in Italy) fino a poco tempo fa considerati fuori budget.

Stiamo dunque parlando di un’economia estremamente solida e proiettata verso un costante miglioramento: insomma la ricetta polacca, valutata solo sulla base dei principali indicatori macroeconomici, sarebbe da prendere a modello. Ed invece il successo di Varsavia fa storcere il naso a molti dei governi del Vecchio Continente perché ottenuto da un esecutivo populista, conservatore e nazionalista.

Politica

L’anno chiave del cambiamento politico polacco è stato il 2015 quando il Paese dell’est fece una inversione di 180° gradi passando da un governo a forte trazione europeista, come quello guidato da Donald Tusk, ad uno guidato dal partito ultraconservatore Diritto e Giustizia (PiS) che secondo diversi illustri osservatori sta lentamente facendo scivolare il Paese, con la complicità della Chiesa, verso una deriva autoritaria.

Ad alimentare questi timori c’è la riforma del sistema giudiziario, approvata a luglio 2018, che di fatto ha esautora la magistratura polacca ponendola sotto il controllo del potere esecutivo attraverso due misure: l’abbassamento dell’età pensionabile dei giudici della Corte Suprema, che costringerebbe 27 giudici su 74 a ritirarsi anzitempo, e l’ampliamento del numero dei componenti del più importante organo giudiziario del Paese, fino a 120. Tutti i nuovi giudici sarebbero quindi nominati dal governo e dunque con l’applicazione di tali misure, come è facile immaginare, l’indipendenza del potere giudiziario andrebbe a farsi benedire.

Lo scorso ottobre la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha però ordinato alla Polonia di sospendere l’implementazione della riforma e, a quanto pare il governo (per il momento) sembra aver deciso di fare un passo indietro – anche per evitare le conseguenze economiche della conclusione della procedura d’infrazione aperta dalla Commissione Europea nei suoi confronti, anche se nello scenario peggiore la multa potrebbe ammontare ad una cifra corrispondente allo 0,2% del Pil nazionale. Una cifra che non rischierebbe minimamente di mandare in tilt il sistema economico polacco.

Piuttosto nella decisione di non calcare la mano potrebbe aver pesato la preoccupazione circa i problemi d’immagine che l’applicazione di tale riforma avrebbe potuto provocare agli occhi degli investitori internazionali dal momento che oggi, secondo CEOWorld Magazine, la Polonia si posiziona al secondo posto fra i migliori Paesi al mondo in cui investire e fare business (per la Banca Mondiale è invece 27esima su 190 Paesi), seconda soltanto la Malesia, ed al settimo posto tra quelli più favorevoli alle startup.

Al di là dei ranking comunque la Polonia ha bisogno del denaro estero (anche quello dei fondi Ue attraverso cui ha finanziato buona parte del suo sviluppo) e quindi non sembra ancora pronta ad andare al muro contro muro con l’Ue e con le opposizioni interne, anche in vista delle elezioni politiche che si terranno nell’autunno del 2020.

Rapporti con l’Italia

Le relazioni economiche fra Roma e Varsavia sono fitte ed in continuo miglioramento come dimostrato dai dati sull’interscambio commerciale giunto a superare i 22,4 miliardi di euro nel 2017, con un saldo ampiamente a favore del Belpaese. Per quanto riguarda il 2018 l’export italiano in effetti si prepara a registrare un nuovo record – dopo gli oltre 12,5 miliardi di beni esportati nel 2017 (+12% rispetto al 2016) – come suggeriscono i dati parziali che segnalano un consistente incremento delle vendite di Made in Italy in Polonia, nei primi 9 mesi del 2018, pari al +8,1%.

Fra i settori più importanti spicca la meccanica strumentale che rappresenta quasi ¼ delle vendite italiane nel Paese dell’Est ma è bene prestare attenzione anche alla crescita a doppia cifra di una serie di prodotti fra cui metalli, food&beverage, mezzi di trasporto, gomma e plastica ed apparecchi elettrici.

Inoltre per quel che concerne il triennio 2019-2021, SACE conferma il trend positivo dell’export italiano in terra polacca, con aspettative di crescita medie annue vicine al +7%.

Tuttavia il recente incontro (10 gennaio scorso, ndr) fra Matteo Salvini e Jaroslaw Aleksander Kaczynski, presidente del PiS, partito nazionalista ed euroscettico che governa la Polonia e vero burattinaio della vita politica polacca, ha in effetti avuto più un valore simbolico che concreto. I vertici istituzionali polacchi, in vista delle prossime elezioni europee di maggio, intendono innanzitutto salvaguardare i propri interessi economici più che siglare alleanze, nonostante fra i due governi esistano diversi punti di convergenza, specialmente in materia di politiche migratorie e sociali. Perché, evidentemente, per la Polonia continuare a crescere sembra essere l’unica cosa che conta.

Fonte: a cura di Exportiamo, di Marco Sabatini, redazione@exportiamo.it

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