Davos: nell’anno delle grandi assenze emergono Conte e Bolsonaro

Davos: nell’anno delle grandi assenze emergono Conte e Bolsonaro
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26 Gennaio 2019
Categoria: Marketing internazionale

Si è concluso ieri il World Economic Forum (Wef), summit che raccoglie ogni anno i leader del panorama politico, economico e finanziario globale, e che ha luogo – ormai da quasi mezzo secolo (quella appena conclusa è stata la 49esima edizione) – nella piccola località sciistica svizzera di Davos.

Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?”. A scorrere i nominativi degli assenti al Wef tenutosi fra il 22 ed il 25 gennaio torna alla mente una celebre scena di Nanni Moretti in Ecce Bombo anche se, in questo caso, l’assenza di importanti personaggi è dovuta più a contingenze politiche che a stravaganti strategie per attirare l’attenzione.

In ogni caso il numero ed il “peso specifico” delle defezioni è stato abbastanza impressionate perché, in un ipotetico appello, a rispondere presente sarebbero stati solo tre degli otto leader delle economie parte del G8: Angela Merkel, Giuseppe Conte e Shinzō Abe.

L’assenza più clamorosa è probabilmente quella di Donald Trump (a causa dello shutdown più lungo della storia statunitense), specialmente perché a fare le sue veci non c’è stata nessuna delegazione Usa, anche se non passate inosservate anche le defezioni di Theresa May, il cui esecutivo è in pieno caos, ed Emmanuel Macron, alle prese con le massicce proteste dei gilet gialli.

Trudeau ha invece deciso di non partecipare a causa delle violente polemiche provocate dalle spese dello scorso anno (circa 400mila euro) mentre Putin, dopo aver minacciato di sabotare l’incontro, si è deciso ad inviare una delegazione capeggiata dal ministro per lo Sviluppo economico, Maksim Oreshkin.

Quello che è sembrato emergere dall’incontro è un ridimensionamento delle condizioni che per molto tempo hanno reso Davos un appuntamento imperdibile per i leader delle più importanti economie globali: Usa ed Europa forti e stabili, piena fiducia nei processi di globalizzazione e continua ascesa dei mercati emergenti.

Oggi, infatti, le cose sono cambiate e niente è più come prima: l’ondata protezionistica a stelle e strisce ha travolto le speranze più recenti, ben rappresentate dai proclami di Xin Jinping (anche lui assente) di due anni fa, attraverso i quali Pechino si ergeva a paladina del libero commercio.

La realtà odierna è dominata da una guerra commerciale difficile da gestire e prevedere dal momento che nessuno sa ancora quello che accadrà allo scadere della tregua fra Washington e Pechino, che durerà fino a inizio marzo 2019. Il mondo di oggi è più incerto ed il futuro dell’economia mondiale sembra essere sempre meno radioso come confermato dal Fmi solo pochi giorni fa con l’abbassamento delle previsioni di crescita, al +3,5% per quest’anno e al +3,6% per il 2020, rispetto alle stime di ottobre.

Il tutto in quadro in cui il 50% della popolazione mondiale vive con appena 5,5 dollari al giorno: un dato che lascia a pensare che le ricette di stampo capitalistico abbiano prodotto un mondo decisamente troppo diseguale.

Due “debuttanti” già protagonisti: Conte e Bolsonaro

Fra i personaggi più attesi c’era certamente il nuovo presidente brasiliano, Jair Bolsonaro, che ha tentato di inviare al mondo economico ed imprenditoriale un messaggio rassicurante promuovendo la nascita di un “nuovo Brasile”, sia da un punto di vista etico sia da un punto di vista economico. Le promesse fatte del presidente sono state a dir poco roboanti ed hanno toccato temi come abbattimento delle tasse, privatizzazioni ed apertura del Paese al libero scambio al fine di riuscire a diventare, al più presto, uno fra i 50 Paesi più competitivi del mondo. Traguardi da raggiungere però nel pieno rispetto dell’ambiente, valore che – almeno a parole – non dovrebbe essere sacrificato in ragione di uno sviluppo ultra-rapido. Anche se la chiosa finale “nessun Paese ha tante foreste” avrà certamente fatto correre più di un brivido sulla schiena delle sensibilità più ambientaliste.

Per quanto riguarda il Belpaese invece le premesse, alla vigilia del forum, erano piuttosto fosche visto e considerato che il Fmi, oltre ad aver abbassato le previsioni di crescita 2019 di Roma dal +1% al +0,6%, si era anche spinto a dichiarare che l’Italia doveva essere considerata come una minaccia ed una zavorra per l’economia mondiale. In realtà il premier Giuseppe Conte, coadiuvato dal ministro dell’Economia Giovanni Tria e da quello degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi se l’è cavata abbastanza bene, dimostrandosi capace di interloquire con una certa scioltezza con alcuni dei più importanti leader del mondo instaurando, fra l’altro, un buon feeling con la cancelliera tedesca Angela Merkel.

Tuttavia il discorso del premier italiano è apparso abbastanza intriso di retorica e poco calato nella reale situazione economica del Paese, dominata dal susseguirsi di preoccupanti segnali come rallentamento del Pil e brusco stop della produzione industriale. Secondo Conte è indispensabile costruire “un’Europa del popolo, fatta dal popolo e per il popolo” perché “gli italiani sono stati pazienti per molti anni” concedendo “fiducia alle istituzioni politiche e tecniche europee”. C’è quindi bisogno di rilanciare il progetto europeo con un “nuovo umanesimo che metta al centro gli esseri umani, le famiglie, le comunità”.

La critica al progetto europeo ed all’euro di Conte è stata quindi severissima così come a lasciare sorpresi è stata anche la previsione sul Pil che “potrebbe arrivare fino all’1,5% quest’anno”. Un dato largamente superiore a quello presente nei documenti ufficiali dello stesso governo da lui guidato (+1%) e di quello condiviso da Bankitalia e Fmi (+0,6%).

L’avvocato del popolo ha invece deciso di placare gli animi in politica estera spegnendo le recenti polemiche con la Francia accese dai due vicepremier: “C’è un’amicizia tradizionale tra Italia e Francia e tra Italia e Germania: se discutiamo su alcune cose questo non compromette l’amicizia”.

Conclusioni

Sebbene quindi i temi ufficiali del forum dovevano essere quelli inerenti alla globalizzazione 4.0, ovvero i cambiamenti tecnologici ed il loro impatto sulla finanza e l’industria, il summit è diventato più un’occasione di gala in cui si è resa pubblica l’instabilità economica geopolitica attuale.

Il quadro di prospettive economiche sempre più buie – fortemente legate all’incremento dell’opzione “No deal” per quanto riguarda la Brexit e dal rallentamento dell’economia cinese, cresciuta nel 2018 al ritmo più basso dal 1990 (+6,6%) – ha così rubato la scena ai protagonisti. O almeno a quelli che si sono presentati.

Per arginare tale tendenza negativa, secondo il Fmi, sarebbe dunque bene cercare di ridurre l’incertezza politica mettendo fine alle dispute commerciali “anziché aumentare ulteriormente dannose barriere e destabilizzare un’economia globale che sta già rallentando”. Un auspicio che però, dati i fatti e le intenzioni di alcuni dei principali leader mondiali, sembra destinato a rimanere tale.

Fonte: a cura di Exportiamo, di Marco Sabatini, redazione@exportiamo.it

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