Cina, l’economia rischia di fermarsi?

Cina, l’economia rischia di fermarsi?
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04 Febbraio 2019
Categoria: Focus Paese
Paese:  Cina

I segnali provenienti da Pechino, con il Pil che nel 2018 ha fatto registrare il dato di crescita più modesto dal 1990 (+6,6%), rendono concreta l’ipotesi di un ridimensionamento delle performance di quella che si appresta a diventare, anche a livello nominale, l’economia più grande al mondo.

Cielo molto nuvoloso con possibili rovesci a carattere temporalesco. In questo modo potrebbe essere riassunta la situazione economica cinese divenuta uno dei principali elementi di preoccupazione per operatori ed istituzioni internazionali. Sull’economia del Dragone, infatti, da quando Trump ha dato il via ad una guerra commerciale dagli esiti incerti ma dagli effetti potenzialmente nefasti, si sono addensate delle grosse nubi cariche di pioggia. Il mondo, nel frattempo, è alla finestra ed aspetta di capire se alla fine arriverà un po’ di vento a scacciare le nubi, evitando l’arrivo del temporale o se, al contrario, è bene munirsi di impermeabile ed ombrello per evitare di bagnarsi.

Effettivamente negli ultimi anni la politica economica cinese si è presa alcuni rischi non di poco conto, specialmente a partire dalla crisi economica globale del 2008. La risposta delle autorità di Pechino alla crisi fu infatti quella di mettere in atto un’incredibile iniezione di denaro nella casse di imprese e famiglie, attraverso la concessione quasi indiscriminata di prestiti, che hanno condotto ad una vera e propria esplosione del rapporto deficit Pil, cresciuto di oltre 100 punti percentuali in dieci anni e che oggi si attesta intorno al 250%. Una cifra monstre, insostenibile per quasi tutte le economie del mondo.

Va però detto che l’esplosione del debito ha contribuito a finanziare anche infrastrutture e nuove industrie, producendo quindi anche effetti positivi sull’economia del Dragone. Resta il fatto che per il momento – complici anche la natura di un sistema politico autoritario e centralizzato in cui le decisioni vengono prese con estrema rapidità e la presenza di consistenti riserve valutarie e sostanziosi risparmi interni – gli istituti di credito cinesi sembrano non subire alcun tipo di pressione.

E’ vero: la crescita del Pil sta rallentando e nel 2019 il Fmi prevede un’ulteriore decelerazione (+6,2%), ma all’orizzonte non si intravede ancora alcun tracollo, nonostante l’accumulo di una quantità di debito ben oltre i livelli di guardia. Bisognerà però capire se la frenata cinese si concretizzerà in un semplice ed indolore riposizionamento di Pechino su livelli di crescita meno esaltanti rispetto al passato o se, invece, la quiete del momento prelude all’arrivo di una tempesta e dunque di una fase economica buia con l’eventuale recessione cinese che, inevitabilmente, farebbe vacillare l’intero sistema economico globale.

Fra i fattori che potrebbero far pendere l’ago della bilancia verso la seconda opzione ci sono in primo luogo le tensioni commerciali fra Stati Uniti e Cina con l’attuale tregua che scadrà all’inizio di marzo 2018 che, senza la conclusione di accordi risolutivi, finirebbe per danneggiare ulteriormente l’export cinese minando ancor più seriamente la crescita di Pechino.

Un altro fattore che sta provocando più di qualche grattacapo a Xi Jinping riguarda invece l’incremento dei tassi d’interesse Usa che potrebbe portare o ad una fuga di capitali cinesi verso gli States o, qualora la classe dirigente locale decidesse di ristabilire severi controlli sulla fuoriuscita di capitali dal Paese, un grave colpo a livello reputazionale per uno stato che sta provando ad accreditarsi come un leader economico liberale, producendo una drastica riduzione degli investimenti esteri.

La gestione di questa fase economica è quindi molto delicata ma l’intenzione di Pechino sembra quella di attuare dei provvedimenti concreti che possano dare un chiaro segnale ai mercati internazionali. In questo senso dunque sarà di grande interesse la seduta parlamentare che si svolgerà il prossimo 5 marzo durante la quale si discuterà (l’approvazione è praticamente scontata) la nuova normativa cinese sugli investimenti stranieri. La legge nasce con l’intento di attrarre un più corposo flusso d’investimenti dall’estero concedendo inoltre alle imprese straniere che operano in Cina una migliore tutela legale: ad oggi infatti vige ancora l’obbligo, in caso di joint venture, di trasferimento del proprio know-how tecnologico alle aziende locali. Altrettanto rilevante sarà poi l’eliminazione del limite del 49% nella partecipazione da parte di imprese estere, nel capitale di banche o aziende locali. Tuttavia si specifica che l’acquisizione di partecipazioni di controllo da parte di imprese straniere rimarrà soggetta all’autorizzazione delle autorità cinesi.

Opportunità per l’Italia

I rapporti commerciali fra Roma e Pechino sono intensi, con un interscambio vicino ai 42 miliardi euro (dati 2017), sebbene largamente sbilanciati a favore della Cina che conserva un saldo commerciale positivo per circa 15 miliardi di euro annui. I dati provvisori relativi ai primi 10 mesi del 2018 hanno invece indicato una crescita dell’import italiano pari al 6% a fronte di una leggera riduzione delle esportazioni (-1,7%).

Ovviamente però il Made in Italy avrebbe incredibili opportunità da cogliere a Pechino e dintorni visto anche il processo di trasformazione economica che il colosso asiatico sta affrontando con il maggiore focus sui consumi interni e il tentativo di upgrade produttivo verso attività a maggiore valore aggiunto. Il probabile (modesto) rallentamento del 2018 non deve quindi allarmare specialmente perché arriverebbe dopo un incremento del 22,2% registrato nel 2017. Per il prossimo triennio le previsioni di Sace per l’export italiano in terra cinese rimangono quindi ampiamente positive con stime particolarmente interessanti per prodotti come beni d’investimento, mezzi di trasporto, prodotti chimici, prodotti del settore tessile.

Quello che però le imprese italiane dovrebbero valutare con attenzione è che il ruolo globale della Cina si sta modificando così come si sta modificando il comportamento dei suoi consumatori sempre più spendaccioni e meno risparmiatori: un’indicazione da tenere presente per tutte le produzioni premium Made in Italy che potrebbero andare incontro ad un interesse crescente nel prossimo futuro, con particolare riferimento a quelle che riusciranno ad entrare con successo sul mercato e-commerce cinese.

Fonte: a cura di Exportiamo, di Marco Sabatini, redazione@exportiamo.it

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