Petrolio in caduta libera

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31 Marzo 2015
Categoria: Marketing Internazionale
Paese:  Italia Iran

Il prezzo del petrolio continua a scendere e sembra non volersi fermare.

Lo scorso 17 marzo il prezzo di riferimento al barile ha abbattuto la soglia dei 40 dollari: il costo del greggio é crollato rispetto ai circa 105 dollari dello scorso luglio riducendosi di oltre il 60% in soli 8 mesi.

Questa variazione ha una portata storica ed in effetti si sta configurando come una delle più significative, se non la più significativa (usando come arco temporale di riferimento un anno solare) dell’ultimo quarantennio.

Anche in passato non mancano esempi e momenti in cui il prezzo del petrolio ha subito forti oscillazioni come quelle registrate negli ultimi mesi, ecco qui di seguito un breve quadro sui precedenti.

1973-1974: da 15 a 50 dollari.

Il 5 ottobre 1973 lo scoppio della Guerra del Kippur sancì l’avvio della I crisi petrolifera che portò alla fissazione unilaterale dei prezzi da parte dell’OPEC. I prezzi del petrolio tra il 1973 e il 1974 salirono del 217% in termini reali.

1978-1979: da 46 a 93 dollari.

Nel 1978 l’Iran, allora quarto produttore di petrolio a livello mondiale, ridusse drasticamente la produzione di greggio. La conseguenza fu che il prezzo del petrolio raddoppiò nell’arco di un anno.

1985-1986: da 60 a 30 dollari al barile.

Alla fine del 1985 l’OPEC dichiarò ufficialmente il passaggio da una strategia di difesa dei prezzi con controllo restrittivo della produzione ad una strategia di difesa delle quote di mercato con prezzi lasciati liberi di trovare il loro equilibrio nel gioco domanda-offerta.

Da price maker diventò così price taker dichiarandosi pronta a collocare qualsiasi quantità il mercato avesse richiesto. Lasciando che fosse il mercato a determinare i prezzi i paesi OPEC lanciarono un chiaro segnale agli altri paesi produttori di greggio: se questi non avessero ridotto l’offerta di petrolio i prezzi avrebbero inesorabilmente continuato la loro discesa.

2007-2008: da 105 a 67 dollari al barile.

Il 14 luglio 2008 i prezzi petroliferi toccarono il livello record di 141 dollari al barile.

Tuttavia nel mese successivo, iniziò una veloce discesa dei prezzi generata dalla consapevolezza per i mercati che la crisi economica e finanziaria degli Stati Uniti si stava propagando al mondo, generando un crollo dei prezzi, a picco fino a toccare quota 35 dollari a dicembre 2008.

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E’ interessante rilevare come i quattro esempi di grandi scostamenti del prezzo citati, sono stati generati da situazioni di forte difficoltà come le due crisi energetiche (1973 e 1979), il drastico cambiamento di politica in materia di fissazione di prezzi petroliferi da parte dell’OPEC (1985-1986) e la più recente crisi economico-finanziaria (2007-2008).

La situazione odierna però non é assimilabile a nessuna delle precedenti e può essere spiegata come una conseguenza di due fatti:

- Incremento della produzione petrolifera degli USA: circa +50% fra il 2011 ed il 2014, provocando una riduzione delle importazioni statunitensi di petrolio e contribuendo così, simultaneamente, ad aumentare l’offerta e a diminuire la domanda mondiale di petrolio greggio.

- Calo della domanda: al continuo calo della domanda europea si é aggiunto l’inaspettato calo della domanda proveniente dai mercati asiatici.

Si é creato quindi uno scompenso tra la domanda attesa dagli operatori e quella effettivamente registrata e ciò ha innescato la discesa dei prezzi.

Probabilmente queste dinamiche macroeconomiche non appassionano la maggioranza dei cittadini italiani che invece si domandano perché ad un così forte calo dei prezzi al barile non sia seguita un discesa altrettanto significativa dei prezzi per i consumatori finali (1844 euro/litro a luglio 2014 e 1667 a marzo 2015).

La risposta va cercata nel livello di tassazione che il governo italiano applica sui carburanti:

72 centesimi al litro sulla benzina e 61 per il gasolio (a tali importi va poi aggiunta l’Iva al 22%) e il processo di abbassamento del prezzo al consumatore finale é frenato oggi anche dalla svalutazione dell’euro nei confronti del dollaro, valuta di riferimento per gli scambi petroliferi.

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Ad oggi ci sono opinioni contrastanti circa gli effetti che questa situazione potrebbe produrre a livello globale.

C’é chi vede nella flessione dei prezzi un’opportunità soprattutto per l’Europa perché il costo più basso dell’energia ha storicamente favorito la nascita di cicli di espansione economica.

Un euro più debole dunque facilita le esportazioni ma al tempo stesso il ribasso del petrolio rende meno onerose le importazioni energetiche, evitando il fenomeno dell’inflazione importata. L’intreccio di questi due fenomeni, petrolio meno caro ed euro più debole nei confronti del dollaro, é una chance per le istituzioni comunitarie per provare a varare politiche finalmente espansive.

Per l’Italia in effetti é stato calcolato che - se il livello dei prezzi dovesse assestarsi fra i 40 ed i 45 dollari al barile per tutto il 2015 ed il rapporto euro-dollaro rimanere relativamente stabile (intorno all’ 1,1)  - si potrebbero risparmiare circa 15 miliardi di euro pari all’1% del Pil..

C’é pero da considerare anche l’altra faccia della medaglia.

Alcuni osservatori fanno notare come un prezzo intorno ai 40 dollari al barile possa non solo mettere a rischio gli investimenti delle grandi compagnie petrolifere ma soprattutto mettere a repentaglio le finanze dei Paesi emergenti esportatori di petrolio greggio.

In particolare Iran, Russia e Venezuela potrebbero subire ripercussioni molto negative in quanto hanno impostato le spese di bilancio stimando  prezzi al barile ben più alti di quelli attuali.

L’Iran - che ha fissato il punto di pareggio di bilancio con un prezzo del petrolio pari a 140 dollari al barile - é forse il paese maggiormente a rischio e Teheran sta correndo il pericolo di non avere le risorse necessarie per sostenere i propri impellenti impegni di spesa pubblica.

Il Venezuela - che ha impostato il budget governativo basandosi su un prezzo del petrolio a 100 dollari - rischia di cadere in una pesante crisi a livello sociale perché Caracas utilizza i proventi del petrolio per pagare le importazioni di beni di prima necessità.

La Russia - che ha impostato il budget governativo basandosi su un prezzo del petrolio a 105 dollari - sta incontrando non poche difficoltà a mantenere invariato il livello della spesa pubblica. Il Cremlino però può contare sulla svalutazione del rublo che in parte controbilancia la caduta del prezzo del petrolio rendendo le esportazioni del Paese più competitive.

 

Dunque un conto é un abbassamento dei prezzi del greggio di cui l’Europa potrebbe giovarsi, un altro conto sarebbe la deflagrazione di un’eventuale crisi economico-sociale di alcuni importanti attori del panorama internazionale che - nel mondo globale - potrebbe produrre effetti imprevedibilmente dannosi.

 

Fonte: a cura di Exportiamo, di Marco Sabatini, redazione@exportiamo.it

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