Global Competitiveness Index 2015-2016: servono talento e innovazione

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15 Ottobre 2015
Categoria: Marketing Internazionale

L’economia mondiale oggi cosciente del “new normal” caratterizzato da minore crescita economica e conseguente produttività in calo, accompagnata da elevati livelli di disoccupazione è in continua evoluzione e all’orizzonte si intravedono più rischi che opportunità legate alla normalizzazione della politica monetaria negli Stati Uniti, all’andamento dei tassi di cambio e alle fluttuazioni dei prezzi delle materie prime, senza dimenticare la presenza di tensioni geopolitiche e di situazioni di instabilità politica in diverse regioni del globo.

Insomma questo il quadro di riferimento attuale e questa la realtà in cui è stato presentato a fine settembre dal World Economic Forum il “Global Competitiveness Report 2015-2016”, appuntamento che si ripete dal 1979.

La classifica stilata nel rapporto, il Global Competitiveness Index (GCI) si basa su 12 pilastri capaci di fornire un quadro completo del panorama competitivo nei diversi paesi a diversi stadi di sviluppo economico, con l’obiettivo di far emergere punti di forza e di debolezza competitiva.

I 12 pilastri sono: istituzioni, infrastrutture, ambiente macroeconomico, salute e istruzione primaria, istruzione superiore e formazione, efficienza del mercato, efficienza del mercato del lavoro, sviluppo del mercato finanziario, preparazione tecnologica, dimensioni del mercato, clima degli affari ed innovazione.

La realtà attuale chiede maggiore produttività per affrontare la crescita globale lenta e il livello di elevata disoccupazione persistente e dove ciò non accade si indebolisce la resistenza alla recessione e agli altri shock.

Il fallimento nell’intraprendere riforme strutturali a lungo termine che aumentano realmente la produttività, così come la mancanza di un ambiente fertile per lo sviluppo del talento imprenditoriale, sta danneggiando la capacità dell’economia globale di migliorare gli standard di vita delle popolazioni.

I paesi altamente competitivi sono infatti quelli che hanno resistito alla crisi economica globale o sono stati in grado di rispondere subito alle necessità delle contingenze, mentre il fallimento, in particolare nei mercati emergenti, nel migliorare la competitività, potrebbe avere conseguenze profonde e prolungate.

In questa edizione 2015-2016 il GCI evidenzia il legame strettissimo tra la competitività e la capacità di un’economia nel nutrire e supportare il talento, a livello formativo e finanziario, purtroppo però si rileva come in molti paesi ancora poche persone hanno accesso all’istruzione e alla formazione di alta qualità.

Andando alla classifica, per il settimo anno consecutivo al primo posto troviamo la Svizzera con ottimi risultati in tutti gli indici a dimostrazione della notevole capacità di ripresa durante la crisi e agli shock successivi. La medaglia d’argento va a Singapore e quella di bronzo agli Stati Uniti.

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Scendendo nella Top Ten subito sotto il podio troviamo la Germania, primo paese membro Ue e subito dopo l’Olanda, mentre a seguire troviamo Giappone (6°), Hong Kong (7°), la Finlandia che con l’ottavo posto ottiene il piazzamento peggiore di sempre, la vicina Svezia (9°) mentre chiude la classifica il Regno Unito.

In Europa emerge come Spagna, Italia, Portogallo e Francia abbiano fatto passi significativi nel rafforzamento della competitività grazie al pacchetto di riforme volte a migliorare il funzionamento dei mercati, con la Spagna che guadagna due posizioni (33°) e la nostra Italia (43°) ben sei. Miglioramenti simili relativi alla produzione e al mercato del lavoro si registrano in Francia (22°) e Portogallo (38°), controbilanciati da performance al ribasso in altre aree. Il GCI afferma pure sibillinamente come oggi in Europa, l’accesso ai finanziamenti rimane una minaccia comune a tutte le economie, oltre a rappresentare il più grande impedimento della regione per sbloccare gli investimenti.

Le economie dei mercati emergenti più grandi e importanti segnano la tendenza al declino o al ristagno con qualche luminosa eccezione come quella dell’India (55°) di Modi che dopo cinque anni in declino fa un balzo in avanti di ben sedici posizioni e anche il Sud Africa (49°) torna nella top 50 guadagnando ben sette posizioni.

L’instabilità macroeconomica e la perdita di fiducia nelle istituzioni pubbliche trascina verso il basso la Turchia (51°) così come il Brasile (75°), mentre la posizione della Cina (28°) rimane stabile, risultando in ogni caso e di gran lunga la più competitiva economia tra gli emergenti. Va notato come però la stasi attuale dia la cifra delle sfide che deve e dovrà affrontare nel processo di transizione della sua economia.

Più in generale in Asia tra paesi emergenti e in via di sviluppo, i trend di competitività sono per lo più positivi, nonostante le molte sfide e le profonde disparità intra-regionali. La maggior parte dei paesi dell’Asia del Sud-Est registrano un buon rendimento, mentre a soffrire sono i paesi dell’Asia meridionale e la Mongolia (104).

Tra i cinque maggiori membri dell’Associazione delle Nazioni del Sudest Asiatico (ASEAN) l’andamento è altalenante con il balzo in avanti del Vietnam (56°) che risale ben dodici posizioni così come nel caso delle Filippine (47°) che risalgono cinque posizioni e della Malaysia (18 °) due gradini più in su rispetto all’ultima edizione. Il rovescio della medaglia è invece rappresentato dalla Thailandia (32 °) che perde una posizione e dall’Indonesia (37 °) che ne perde tre.

La fine del “super-ciclo del commodities” colpisce invece fortemente l’America Latina e Caraibi, e sta già avendo ripercussioni sulla crescita nella regione e una maggiore resistenza contro gli shock economici futuri richiederà ulteriori riforme ed investimenti in infrastrutture, competenze e innovazione. A guidare la classifica regionale troviamo il Cile (35°), seguito da vicino da Panama (50°) e Costa Rica (52°), mentre le due grandi economie della regione, Colombia (61°) e Messico (57°).

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In Medio Oriente e Nord Africa, la situazione è eterogenea con il Qatar (14°) che si piazza meglio degli Emirati Arabi Uniti (17°), ma viene segnalato come resta più a rischio rispetto al suo vicino per i continui bassi prezzi dell’energia e per il minore livello di diversificazione dell’economia. Di tutt’altro rango il piazzamento dei paesi del Nord Africa, dove il meglio piazzato è il Marocco (72°). I paesi dell’area con il conflitto geopolitico e la minaccia del terrorismo jihadista, secondo il World Economic Forum e il GCI dovranno concentrarsi su riforme capaci di incidere positivamente sul contesto imprenditoriale e sul rafforzamento del settore privato.

In Africa sub-sahariana, le economie continuano a crescere mediamente a ritmi abbastanza sostenuti (5%), ma la competitività e la produttività rimangono basse ed è su questo che dovranno concentrarsi i governi locali, a maggior ragione in un contesto che si confronta con l’eccessiva volatilità dei prezzi delle materie prime e dovranno essere capaci di promuoversi al meglio anche di fronte agli investitori internazionali e iniziare a ragionare anche sulla crescita della popolazione. Nella regione le isole Mauritius rimangono l’economia più competitiva (46°), seguita da Sud Africa (49°) e Ruanda (58°). Rispetto all’edizione precedente invece sono Costa d’Avorio (91°) ed Etiopia (109°) ad eccellere in termini di posizioni scalate rispettivamente con ventiquattro posizioni e nove posizioni guadagnata.

Insomma dati e classifiche alla mano la realtà rimane quella del “new normal” che pone una grave minaccia per l’economia globale mentre le sfide da affrontare per il mondo diventano sempre più impellenti, disoccupazione e disuguaglianza di reddito innanzitutto.

Klaus Schwab, fondatore e presidente esecutivo del World Economic Forum commentando i dati ha dichiarato:

“La quarta rivoluzione industriale sta facilitando la nascita di completamente nuove industrie e modelli economici e il rapido declino degli altri. Per rimanere competitivi in questo nuovo panorama economico richiederà maggiore attenzione rispetto al passato sui fattori trainanti della produttività, come il talento e l’innovazione”.

I governi sono chiamati oggi a dare priorità a riforme ed investimenti in settori quali i mercati dell’innovazione e del lavoro capaci di liberare il talento imprenditoriale e di consentire il pieno dispiegamento del capitale umano, sempre più represso e depresso da anni di crisi e da un corso degli eventi che sfugge dal controllo per la rapidità del cambiamento.

Fonte: a cura di Exportiamo, di Antonio Passarelli, redazione@exportiamo.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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