Italian Sounding: solo negli USA vale 20 miliardi

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02 Dicembre 2015
Categoria: Marketing Internazionale
Paese:  Italia USA

Tra gli obiettivi del “Piano straordinario Made in Italy” vi è il contrasto ad un fenomeno in decisa crescita ed a tratti incontrollabile, anche in un’ottica di tutela dei consumatori stranieri, in due parole: Italian Sounding.

Il problema è sempre più concreto e anche le risposte iniziano a diventarlo da parte delle nostre istituzioni. Tra le azioni messe in campo per il contrasto del fenomeno va annoverata la Campagna di promozione strategica “Cibo 100% Made in Italy” dedicata ai Paesi dell’Area NAFTA (Stati Uniti, Canada e Messico), presentata a Roma il 25 novembre e promossa da Camera dei Deputati, Ministero dello Sviluppo Economico e Assocamerestero.

Alla Camera dei Deputati per la conferenza stampa di presentazione presenti il Vice Ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda, la Vice Presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della contraffazione Colomba Mongiello e il Neo Presidente di Assocamerestero Gian Domenico Auricchio.

Nel concreto per il triennio 2015-2017 è previsto uno stanziamento complessivo di 7,5 milioni di euro a favore del sistema delle Camere di Commercio Italiane all’Estero (CCIE) per la realizzazione delle attività progettuali che si articoleranno in corsi di formazione, eventi promozionali, campagne social e storytelling.

La scelta di indirizzare la campagna in Nord America - avvenuta prima che la rivalutazione del dollaro trainasse la forte crescita dell’export italiano - si è rivelata altamente strategica e secondo i dati diffusi da Federalimentare, l’export italiano verso gli Stati Uniti è cresciuto di quasi il 25% nei primi otto mesi del 2015 per un valore complessivo vicino ai 2,5 miliardi di euro.

A farla da padrone è il vino che rappresenta oltre 1/3 dell’export totale negli States con una cifra vicina ai 900 milioni di euro, seguito dall’olio (oltre 300 milioni di euro) e comunque in trend positivo (+20%). Risultano inferiori in valore le esportazioni per altre categorie di prodotto come formaggi, pasta, acque minerali e prodotti dolciari comunque nel range 100-200 milioni di euro.

Non vi è dubbio che tra le leve da attivare per contrastare e limitare il fenomeno dell’Italian Sounding, la promozione e l’informazione siano essenziali, ma per renderle strategiche servono anche accordi con quei Paesi dove il livello di allerta è ormai ben oltre il limite di guardia.

Carlo Calenda nel suo intervento, ricordando i successi dell’accordo raggiunto con il Canada, ha posto proprio l’attenzione sull’importanza di raggiungere un accordo anche con gli Stati Uniti sul fronte dei simboli evocativi, come bandiere o altri segni grafici che alludano all’italianità di prodotti che sono però di produzione statunitense, ma spesso indicata con diciture molto piccole tanto da risultare di difficile, se non scientemente impossibile, lettura:

“Abbiamo raggiunto un accordo col Canada che fissava il principio di coesistenza e prevenzione, in base al quale i prodotti già distinti da segni evocativi potevano sopravvivere ma non aumentare di numero, ed è una formale replicabile con gli Stati Uniti. Il divieto di evocazione è per certi versi più importante della tutela dell’Indicazione geografica perchè questa è un obbligo che può essere assolto in modi fraudolenti per il consumatore, adempiendo alla legge ma sostanzialmente violandola”.

Secondo i dati del Ministero dello Sviluppo Economico, il fenomeno è ormai realmente “esploso” e inizia a diventare difficilmente gestibile, a dimostrarlo sono gli stessi dati che nel periodo 2001-2010 registrano una crescita nell’imitazione di prodotti italiani pari ad oltre il 180%, mentre si stima che attualmente l’Italian Sounding incida per il 25% sull’export complessivo italiano.

Colomba Mongiello ha sottolineato come il danno economico sia drammaticamente evidente:

“Il fenomeno dell’Italian Sounding oggi vale 60 miliardi di euro ogni anno, il doppio del valore del nostro comparto agroalimentare. È nostro dovere trovare un modo per combattere il fenomeno e recuperare almeno parte di questa enorme cifra per restituirla al sistema economico del Paese”.

In America del Nord in particolare, i numeri non lasciano spazi a dubbi: risultano “copiati” il 97% dei sughi per pasta, il 94% delle conserve sott’olio, il 76% dei pomodori in scatola ed il 15% dei formaggi. Nel solo mercato statunitense il fenomeno vale quasi 20 miliardi di euro, ovvero un terzo del valore totale a livello mondiale.

In effetti i prodotti italiani sono davvero molto amati a New York e dintorni come dimostra uno studio commissionato dalla Confederazione Italiana Agricoltori (CIA) al Centro Studi Anticontraffazione e allo studio Valdani Vicari & Associati con l’obiettivo di misurare - attraverso l’analisi del web e dei social media - la percezione che si ha del cibo italiano negli Stati Uniti.

Secondo il report, le citazioni del formaggio italiano sul web superano del 30% quelle made in France e sono 10 volte superiori al queso spagnolo. Nel reparto ortofrutta (per lo più sughi, marmellate, succhi) il distacco è ancora più ampio: le citazioni sono il 45% in più rispetto ai francesi e ancora 10 volte superiori rispetto agli spagnoli. Anche nell’olio gli italiani dominano la scena: le citazioni dei nostri oli sono 3 volte superiori a quello francese, 6 volte sopra a quelle dell’olio iberico e 10 volte maggiori rispetto al prodotto greco.

Infine è stato chiesto agli americani di descrivere con un parola i prodotti italiani ed i risultati fanno quasi arrossire per quanto sono lusinghieri. Freschezza, eleganza, sorriso, perfezione e felicità sono state infatti le risposte più gettonate.

Più in generale comunque quella del Made in Italy é una questione complessa con tante criticità e divergenze d’opinione, specialmente nel comparto agroalimentare.

L’Italia è il secondo Paese manifatturiero in Europa ed il sesto a livello globale ma non dispone, per conformazione territoriale, di materie prime. Tuttavia molti prodotti (caffè e cioccolato ad esempio) sono identificati e percepiti come “Made in Italy”, nonostante non siano coltivati sul territorio italiano. Ma è proprio qui che risiede il segreto e la bravura dell’Italia, il saper fare che ci contraddistingue in tutto il mondo, il nostro essere un grande Paese trasformatore e nella nostra migliore declinazione, anche innovatore e visionario.

Dunque ben vengano politiche mirate e azioni ben ponderate atte a tutelare i nostri prodotti e soprattutto i nostri produttori, necessarie a valorizzare l’immagine italiana non solo in Nord America ma in tutto il mondo.

Fonte: a cura di Exportiamo, di Marco Sabatini, redazione@exportiamo.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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