A Davos va in scena un mondo al contrario (e sempre più ingiusto)

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24 Gennaio 2017
Categoria: Marketing Internazionale

Anche quest’anno a Davos, piccola località sciistica svizzera che conta poco più di 10mila abitanti, si sono riuniti i principali attori della politica e dell’economia internazionale per dar vita al World Economic Forum, organizzazione attiva ormai da quasi mezzo secolo (1971) che si professa ufficialmente impegnata nel “miglioramento della condizione del mondo”.

Tuttavia nel corso di questa edizione, forse ancor più che in passato, il forum ha tracciato un quadro tutt’altro che incoraggiante.

Non solo per i possibili shock che potrebbero verificarsi a livello internazionale a causa di eventi come la Brexit e l’annunciata politica economica di stampo protezionistico che il nuovo governo USA dovrebbe mettere in campo nei prossimi anni ma specialmente per quel che riguarda il tema della distribuzione della ricchezza nel mondo.

Credit Suisse, società leader di mercato a livello mondiale nell’ambito dei servizi finanziari, ha infatti analizzato i dati disponibili sulla distribuzione della ricchezza nel mondo descrivendo un’umanità (considerando solo soggetti in età adulta) divisa in quattro fasce:

• la prima fascia abbraccia tutti gli individui che posseggono una ricchezza complessiva superiore al milione di dollari (33 milioni di persone pari allo 0,7% del cosiddetto mondo adulto). Questa minuscola porzione di popolazione detiene oltre il 45% della ricchezza complessiva;

• la seconda fascia di persone detiene ricchezza in una fascia che va dai 100mila fino al milione di dollari. Stiamo parlando di 365 milioni di persone (il 7,5% del campione) che detengono oltre il 40% della ricchezza globale;

• la terza fascia di persone, che possiede fra 10 e 100mila dollari, comprende poco meno di 900 milioni di persone ovvero il 18,5% del totale e può contare sull’11,4% della ricchezza mondiale;

• infine, all’ultima fascia, con meno di 10mila dollari, appartengono oltre 3,5 miliardi di persone, pari al 73,2% degli adulti, che devono spartirsi appena il 2,4% della ricchezza.

In parole povere, secondo i dati diffusi da Credit Suisse, metà della popolazione adulta (corrispondente a circa i ¾ di quella totale) può contare complessivamente meno dell’1% della ricchezza totale mentre il 10% più ricco possiede poco meno del 90% di tutti i beni globali.

Un’ altro dato, ancor più negativo, è stato poi diffuso dall’Ong britannica Oxfam, che ha preso in considerazione la totalità della popolazione mondiale (non solo gli adulti).

Quello che è emerso è davvero sconvolgente: nel mondo otto individui, da soli, posseggono la stessa ricchezza della metà più povera del pianeta vale a dire circa 3,6 miliardi di persone.

Ciò equivale a dire che l’1% più ricco dell’umanità possiede più del restante 99%.

Non ci vuole quindi un intuito particolarmente raffinato per affermare che l’attuale sistema economico mondiale globalizzato, pur avendo certamente favorito il miglioramento della qualità della vita di diversi milioni di persone, è strutturato in modo da agevolare l’accumulazione di ricchezza nelle mani di una ristrettissima cerchia di individui.

Ma la globalizzazione, che è senza dubbio un fenomeno complesso e difficile da gestire, sembra essere entrata in crisi di consensi e per questo, nel mondo, assistiamo alla rinascita (ed in alcuni casi alla vittoria) di alcune posizioni politiche che, almeno a parole, bramano un ritorno a politiche protezionistiche.

Questa tendenza è ben riassunta in uno dei passi più importanti del discorso d’insediamento pronunciato dal nuovo Presidente americano Donald Trump che si è affrettato a mandare un messaggio piuttosto chiaro ai suoi cittadini e all’imprenditoria a stelle e strisce: “Buy american, hire american”.

Proprio sui collaboratori del tycoon presenti a Davos e sul Presidente cinese Xi Jinping si sono concentrate le attenzioni dei media.

E ciò che ha stupito maggiormente è stato vedere un mondo quasi alla rovescia con la Cina a tessere le lodi delle globalizzazione: “Dobbiamo dire no al protezionismo. Perseguire il protezionismo è come chiudersi dentro una stanza buia. Vento e pioggia possono pure restare fuori, ma resteranno fuori anche la luce e l’aria”.

Dunque anche se Pechino oggi è tutt’altro che un esempio di liberismo economico è toccato a Xi difendere la globalizzazione ed il libero scambio ad un vertice che ha visto un’Europa ancora scossa dal colpo della Brexit e gli USA che sono apparsi decisi a sanzionare le aziende che intendono spostare la produzione fuori dal suolo americano.

Dunque nei prossimi anni l’ipotesi che Cina e USA giochino sul palcoscenico dell’economia mondiale una partita totalmente diversa è concreta anche se, come ha detto Antony Scaramucci, stretto consigliere di Donald Trump: “Né gli Stati Uniti né la Cina vogliono una guerra commerciale”.

Un altro attore, il Regno Unito, rappresentato dal suo primo ministro May è apparso addirittura entusiasta del suo divorzio da Bruxelles che potrebbe portare ad un significativo rallentamento degli scambi commerciali britannici con l’estero: “Il percorso sarà incerto a volte per il Regno Unito, ma il futuro fuori dall’Ue sarà radioso […]. Il Regno Unito conquisterà un nuovo ruolo di leader come il rappresentante più forte a livello di imprese e commercio. Il Regno Unito sarà un Paese sicuro che controlla il proprio destino”.

Anche qui l’eco nazionalista e patriottico appare abbastanza evidente. E se si riflette sul precario stato di salute dell’Ue, vale a dire il più importante progetto economico-politico sovranazionale in itinere, si comprende ancor meglio la direzione che l’economia mondiale (probabilmente) prenderà nel prossimo futuro.

Insomma in una realtà sempre più tendente verso il protezionismo l’Europa sembra essere destinata ad un ruolo di secondo piano dal momento che anche un organismo “storico” come la Nato sembra essere diventata oggetto di discussione.

E se da una parte è vero che la globalizzazione è un processo per certi versi involontario, i dati emersi a Davos evidenziano la necessità di amministrarla - magari attraverso una nuova serie di regole e limitazioni - al fine di non alimentare nuove diseguaglianze sociali.

Fonte: a cura di Exportiamo, di Marco Sabatini, redazione@exportiamo.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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