Doing Business 2019: chi sale e chi scende

Doing Business 2019: chi sale e chi scende
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11 Dicembre 2018
Categoria: Marketing Internazionale

Alla fine di ottobre scorso è stato pubblicato il sedicesimo aggiornamento del ranking annuale elaborato dalla Banca Mondiale che misura, attraverso undici indicatori, i pregi e i difetti dei diversi “ambienti di business” offerti da 190 Paesi.

Due importanti new entry nella top 15: Emirati Arabi e Malesia

Nuova Zelanda (86,59), Danimarca (85,24) e Singapore (84,64): il podio del celebre ranking “Doing Business”, edizione 2019 ma realizzato sulla base dei dati raccolti fino al 31 maggio 2018, è rimasto immutato anche se Copenhagen e la piccola città-stato hanno diminuito il gap che li separa da Wellington (rimasta invece stabile), incrementando il loro punteggio rispettivamente di 0,27 e di 0,59 punti.

Nelle prime quindici posizioni i due miglioramenti più importanti, in termini di score, sono stati compiuti da Emirati Arabi Uniti, cresciuti di 2,37 punti, e Malesia, cresciuta di 2,57 punti.

In particolare gli Emirati Arabi Uniti hanno scalato ben 10 posizioni rispetto alla precedente rilevazione passando dal 21esimo all’11esimo posto e rafforzando così il proprio ruolo di guida, per quel che riguarda gli affari, all’interno del Gulf Cooperation Council (GCC) visto e considerato che gli altri stati membri li “seguono” da molto lontano: Bahrain (62°), Oman (78°), Qatar (83°), Arabia Saudita (92°) e Kuwait (97°).

Un balzo significativo è stato realizzato anche dalla Malesia, capace di passare dal 24esimo al 15esimo posto, grazie ad una fortissima accelerazione del processo riformatore con il Paese asiatico che ha brillato soprattutto per capacità di proteggere i piccoli investitori, indicatore per il quale si posiziona al secondo posto a livello globale, preceduta solamente dalla Nuova Zelanda.

Kuala Lumpur si è così confermata il secondo miglior Paese in cui fare business dell’area Asean, dietro a Singapore, ma davanti a Thailandia (27°), Brunei (55°), Vietnam (69°), Indonesia (73°) e Myanmar (171°).

L’avanzata di Pechino e New Delhi

Fra i Paesi che in assoluto hanno guadagnato più terreno spiccano invece l’Azerbaigian (+7,10 punti; score complessivo 78,64), passato dalla 57esima alla 25esima posizione grazie alle riforme implementate dal presidente Ilham Aliyev. Ancora meglio, in termini assoluti ha fatto la Cina, cresciuta di 8,64 punti e passata dalla 78esima alla 46esima posizione.

Tale ascesa è da attribuirsi alle politiche messe in campo dall’esecutivo cinese in grado di allentare i vincoli burocratici per le imprese creando un contesto migliore alla realizzazione d’investimenti e all’avvio di attività imprenditoriali. Si segnala, ad esempio, la significativa riduzione dei tempi medi per la costituzione di una società da 23 a soli 9 giorni. Altre significative aree di miglioramento coinvolgono poi la gestione delle utenze – grazie infrastrutture più efficienti, costi minori ed alcune semplificazioni amministrative – le procedure per ottenere i permessi di costruzione ed i registri immobiliari.

Leggermente meno performante ma comunque degna di nota la situazione dell’India, migliorata di 6,63 punti, e passata dalla 100esima alla 77esima posizione. Un risultato che assume contorni ancora più incredibili se si considera che dal 2014, anno in cui l’attuale presidente Modi è salito al potere, New Delhi ha scalato ben 65 posizioni.

Il progresso più significativo si è registrato nella variabile “dealing with construction permit” in cui l’India è passata dal 129esimo al 52esimo posto grazie all’informatizzazione di alcune procedure online ed alla riduzione dei costi per ottenere questo tipo di permessi. Inoltre si segnala che è stato quasi dimezzato il tempo necessario all’allaccio di una nuova fornitura di elettricità, passato da 105 a 55 giorni.

Tre astri nascenti nel “Continente Nero”?

Scorrendo il ranking, fra i Paesi che hanno migliorato maggiormente il loro posizionamento, emergono anche tre stati africani: Ruanda (+4,15 punti), Kenya (+5,25) e Gibuti (+8,87).

Il Paese dell’Africa orientale, in particolare, ha guadagnato ben 11 posizioni rispetto allo scorso rilevamento posizionandosi al 29esimo su 190 Paesi tanto che il rappresentante della Banca Mondiale in Ruanda, Yasser El-Gammal, lo ha pubblicamente elogiato per le imponenti riforme attuate nell’anno precedente.

Buone notizie anche per Kenya (intenzionato a raggiungere la top 50 entro il 2020) e Gibuti, capaci di passare rispettivamente dall’80 esimo al 61esimo posto e dal 154 esimo al 99esimo posto. A impressionare sono soprattutto le riforme messe in campo dal piccolo stato (popolazione inferiore a un milioni di persone) riuscito ad entrare nella top 100 grazie ad una serie di novità fra cui la creazione di uno sportello unico per l’avvio di un’impresa, la riduzione delle tasse di registrazione per il trasferimento di proprietà e l’introduzione dell’obbligo di registrazione al catasto di tutte le vendite immobiliari. L’ambizioso programma governativo mira, come affermato dal ministro dell’economia, “ad instaurare una nuova dinamica per spostare la mentalità dal settore pubblico all’iniziativa privata”.

Chi scende?

In generale il rapporto dimostra che vi è un’ampia gamma di Paesi che si stanno riformando per migliorare il proprio ambiente di business, come sottolineato anche da Sylvia Solf, a capo dell’unità di consulenza sulle riforme della Banca Mondiale, secondo cui “negli ultimi due o tre anni tutti i grandi mercati emergenti – come Cina, India, Nigeria, Sud Africa, Indonesia, Russia – hanno assunto questa agenda”.

Da segnalare inoltre che gli Stati Uniti sono stati uno dei due Paesi nella top ten, insieme alla Corea del Sud, in cui la creazione e la gestione di un’impresa sono diventati leggermente più faticosi, con una riduzione dello score di appena 0,01 punti accompagnata però da uno “scivolamento” dal sesto all’ottavo posto. Anche il Regno Unito, che sta negoziando fra mille difficoltà l’uscita dall’Unione europea, ha perso terreno non in termini assoluti bensì in termini di posizionamento passando dal settimo al nono posto.

L’Europa, occupando 5 delle prime 10 posizioni con Danimarca, Georgia, Norvegia, Regno Unito e Macedonia, si è confermata il top performer a livello continentale per facilità di fare business. Tale trend non vale però per l’Italia, uscita dalla top 50 e passata dal 45esimo al 51esimo posto con una riduzione del proprio score di 0,15 punti. Oggi il Belpaese si trova ben al di sotto della media Ocse (77,80) con un punteggio di 72.56 ed addirittura dietro a Paesi come Mauritius, Serbia, Armenia e Bielorussia.

Una notizia di cui non andar fieri anche perché, come evidenziato dal presidente della Banca Mondiale Jim Yong Kim i governi hanno l’enorme compito di promuovere un ambiente in cui imprenditori e piccole e medie imprese possano prosperare e, per questo, una regolamentazione aziendale sana ed efficiente è fondamentale per l’imprenditorialità e per il settore privato. Senza di loro, non abbiamo alcuna possibilità di porre fine alla povertà estrema“.

Proprio per questa ragione la cabina di regia per l’internazionalizzazione dell’Italia ha dato vita ad un gruppo di lavoro sugli indici internazionali e sta pensando di affidare ad una figura specifica, “Mister Index”, il compito di migliorare la reputazione italiana in giro per il mondo. In effetti, come sottolineato dal sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano, “il Made in Italy è il terzo marchio più conosciuto al mondo dopo Coca-Cola e Visa” ed è quindi un vero peccato che non si riesca ad aumentare l’appeal del Belpaese anche agli occhi degli investitori internazionali.

Ciò non significa ovviamente che le imprese italiane, ed in particolare quelle del settore agro-alimentare, possano cullarsi sugli allori facendo esclusivo affidamento sull’etichetta “Made in Italy” quale sinonimo di qualità ed eccellenza. Una recente survey di EY ha infatti evidenziato che non è al marchio che guardano i consumatori globali quando devono comprare, ma vogliono conoscere l’effettiva provenienza delle materie prime, chi e come le lavora e conoscere l’intera filiera. Se l’asset del “brand Italia” dunque non basta più, rimane comunque un’ottima base di partenza da cui sviluppare nuove strategie per conquistare i consumatori, blockchain e storytelling in primis

Fonte: a cura di Exportiamo, di Marco Sabatini, redazione@exportiamo.it

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