Talking Hands: tradurre la lingua dei segni attraverso uno smartphone

Talking Hands: tradurre la lingua dei segni attraverso uno smartphone
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20 Marzo 2019
Categoria: Un'Italia da Export

Con Francesco Pezzuoli, CEO e Founding Partner di Limix, abbiamo parlato di Talking Hands – l’ambizioso progetto della giovane startup italiana – che mira a tradurre in voce la LIS (Lingua dei Segni Italiana) tramite uno smartphone.

Da dove nasce l’idea di Limix?

L’idea di Talking Hands è nata da un contest di un’azienda americana: chi avesse proposto la migliore idea per l’utilizzo di braccialetti elettromiografici, avrebbe ottenuto gratuitamente un kit di sviluppo. Così proposi la traduzione delle lingue dei segni, ma i sensori elettromiografici non erano abbastanza precisi per questo scopo. Non vincemmo il kit di sviluppo, ma l’idea rimase e decisi di realizzarla. Dopo qualche mese ci si presentò l’opportunità di presentare talking hands ad un contest locale, lo Startup Weekend di Ascoli Piceno. Durante quell’evento ci siamo classificammo secondi. Ciò ci ha dato molta visibilità, oltre ad una bella iniezione di fiducia, e così – insieme ai professori Maria Letizia Corradini, Roberto Giambò e Fabio Giannoni dell’Università di Camerino – decidemmo di aprire uno spin-off universitario per lo sviluppo di Talking Hands.

Da chi è composto il vostro team e quali sono le competenze più importanti per lo sviluppo e la crescita della vostra idea imprenditoriale?

Il nostro gruppo nasce all’interno dell’università degli studi di Camerino da precedenti esperienze di ricerca. È stato per noi naturale continuare con questa formula che già aveva portato ad ottimi risultati. Il team si è poi ampliato inglobando Juri Bruciati, sviluppatore software, ed Athos Capriotti,, per affiancarci nella parte di Business Planning e Business Modelling. Siamo convinti che le competenze si acquisiscono, e che dunque esse siano relativamente importanti. Più che le competenze si deve capire sin da subito che la strada è lunga e difficile e che per questo bisogna essere disposti a fare dei sacrifici. Se non ci si spaventa di queste cose, trovare delle competenze in determinati campi non sarà sicuramente un problema. Ad ogni modo ogni startup/azienda richiede delle competenze specifiche, oltre a quelle manageriali e di business. Nel nostro caso avere un forte background tecnico ci ha permesso di andare avanti con lo sviluppo dei primi prototipi senza dover investire molto in ricerca e sviluppo. La competenza più importante alla fine è quella di saper scegliere le persone senza coinvolgere soggetti sbagliati specialmente agli inizi, quando si hanno pochi fondi ed è tutto in continua evoluzione.

Quali sono le principali difficoltà che una startup incontra nel mercato italiano?

Dipende di quale startup stiamo parlando. Se dovessi parlare di una startup ad alto contenuto tecnologico che sta provando a lanciare sul mercato un dispositivo per persone con disabilità come LiMiX devo dire che lo scoglio più grande è quello di recuperare fondi per la ricerca. Per ora l’avanzamento di LiMiX si è basato su premi vinti durante startup competition e bandi regionali ed europei.

Quali mercati internazionali pensate siano più attrattivi per il vostro business e quali quelli dove trovare più facilmente investitori o finanziamenti?

Maggiormente Europa, Stati Uniti e Cina. Per quanto riguarda gli investitori e finanziamenti stiamo portando a compimento degli accordi con dei finanziatori svizzeri. Inoltre va detto che alcuni finanziamenti si possono ottenere dall’Europa, oltre che dai bandi regionali. Tuttavia va detto che quelli europei sono particolarmente difficili da ottenere, anche se ne abbiamo già vinto uno (SME Instrument Fase 1) e sicuramente presenteremo domanda per la Fase 2.

Partecipare a programmi di supporto e tutoraggio offerti da incubatori ed acceleratori italiani genera un’utilità ed un vantaggio competitivo per una startup?

Dipende, ce ne sono molti che non sono utili e dipende sempre dal livello da cui si parte. Ad ogni modo la comunità degli startupper italiana sta crescendo ed è sempre molto attiva. Quindi chiedere a qualcuno che ha già fatto quell’esperienza cosa ne pensa è sempre il passo 0. Noi siamo incubati presso la Picchio SPA: stare accanto ad un imprenditore come l’Ing. Di Pietrantonio tutti i giorni per anni potendo chiedere consigli sull’attività di business è stato un plus non da poco.

Quale consiglio dareste ai giovani startupper che intendono sviluppare una propria idea in Italia?

Le persone sono la più grande e preziosa risorsa di un’azienda: nessuno ha mai fatto nulla da solo. Una squadra in cui regnino la massima stima e fiducia è, a nostro avviso, il primo ingrediente, più importante della stessa idea di business. Inoltre, è bene prendersi cura del proprio tempo: senza una buona pianificazione è possibile sprecarne tantissimo! Attenzione però a non tramutarsi in dei “pianificatori seriali”, organizzando maniacalmente le attività senza svolgerle o dandosi degli obbiettivi inverosimili.

Obiettivi per il futuro…

Al momento stiamo testando con successo il dispositivo presso l’ISSIS Magarotto di Roma. Raccoglieremo tutti i feedback degli utenti per poi procedere ad una nuova fase di sviluppo. Stiamo infine anche presentando domanda per uno SME Instrument Fase 2: se dovessimo ottenere quei fondi sicuramente riusciremo a portare Talking Hands sul mercato.

Fonte: a cura della Redazione di Exportiamo, redazione@exportiamo.it

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