Export: il futuro del Made in Italy fra diversificazione ed urbanizzazione

Export: il futuro del Made in Italy fra diversificazione ed urbanizzazione
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18 Giugno 2019
Categoria: Marketing Internazionale

Come ogni anno, SACE SIMEST ha pubblicato il proprio rapporto sull’andamento dell’export Made in Italy sui mercati internazionali evidenziandone trend attuali e futuri. Vediamo insieme quali sono stati i mercati più brillanti nel 2018 e quali saranno quelli a più rapida crescita nel 2019.

In materia di internazionalizzazione prendere visione del rapporto annuale elaborato da SACE SIMEST è un must per tutte le imprese italiane interessate ad espandere i propri confini commerciali, una sorta di “testo guida” dal quale trarre interessanti spunti e consigli. Così la tredicesima edizione del rapporto, intitolata “Export Karma – il futuro delle imprese italiane passa ancora dai mercati esteri”, fornisce “alle migliori aziende del Paese” un’utile bussola per orientarsi oltre confine. Nel documento di ben 73 pagine si ipotizzano alcuni scenari per le vendite di prodotti italiani all’estero che, anche nel 2018, hanno fatto registrare un incremento non trascurabile pari al +3,4% (sostanzialmente in linea con il 2017, +3,1%) nonostante il rallentamento del commercio globale che, fra il 2017 ed il 2018, è sceso dal 6,5% al 4,8%. Le tensioni protezionistiche innescate da Washington, il rallentamento di Pechino, la crisi di alcune economie emergenti e l’annosa questione Brexit, hanno infatti contribuito a raffreddare gli scambi commerciali mondiali senza però deprimere più di tanto la perfomance italiana che, nell’arco dei prossimi due anni, dovrebbe arrivare vicinissima a quota 500 miliardi di euro, con una crescita media che dovrebbe mantenersi al +4,3% nell’arco del prossimo triennio.

In sostanza mentre l’economia nazionale balbetta, il mercato del lavoro è in difficoltà, la produzione industriale arretra e i consumi rimangono fermi al palo, l’export italiano tiene e – addirittura – rilancia rimanendo, fra il 2010 ed il 2018, secondo il rapporto: “l’unico contributo positivo alla crescita dell’economia italiana nel suo complesso, riuscendo a compensare e superare, con i suoi sette punti percentuali, il calo registrato dalle altre componenti del Pil nazionale”. Certo è che una eventuale recrudescenza delle criticità presenti sui mercati internazionali ridurrebbe la crescita delle vendite italiane all’estero che, tuttavia, dimostrano una convincente resilienza anche perché piuttosto diversificate.

La diversificazione, in effetti, è uno dei temi chiave del rapporto che, oltre a mettere in luce l’importanza di tre mercati strategici come Brasile, Emirati Arabi ed India nei quali il nostro export dovrebbe crescere complessivamente di circa il 20% nei prossimi quattro anni, passando da 12,4 miliardi di euro del 2018 a 14,9 miliardi di euro del 2022, pone l’accento sul fondamentale processo di urbanizzazione che sta coinvolgendo i Paesi dell’Africa Subsahariana, un’area che conserva un potenziale inespresso veramente ragguardevole.

2018: dove ha vinto il Made in Italy?

L’analisi sul futuro dell’export italiano parte dai dati sulle performance dello scorso anno, fondamentali per ipotizzare gli scenari che verranno. Fra i Paesi che hanno maggiormente contribuito a far crescere l’export italiano anche nel 2018 ci sono quelli del Vecchio Continente (complessivamente +4,3%) con ottimi dati provenienti da Paesi “emergenti” quali Repubblica Ceca (+7%) e Polonia (+6%) capaci di far meglio di economie più strutturate come Francia (+4,5%), Germania (+3,7%) e Spagna (+3,2%). Molto più “timida” la dinamica osservata in Regno Unito (+1,1%) alle prese con un percorso di allontanamento dall’Unione Europea accidentato e pieno di incertezze.

Fra le altre aree che hanno dato soddisfazioni alle PMI italiane esportatrici figurano quella nordamericana, con la crescita dell’import di beni italiani da parte di Usa (+5%) e Canada (+4,8%), e quella della cosiddetta “Europa emergente”, il cui import ha segnato – complessivamente – un +4,6% ma con andamenti profondamente diversi da Paese a Paese, come dimostrato dal -4,6% della Russia e dal +89,6% dell’Uzbekistan.

Tuttavia l’area in cui le vendite di prodotti italiani sono cresciute a passo più spedito nel corso dello scorso anno è quella dell’Africa Subsahariana (+7,2%) sospinta dagli incrementi di Sudafrica, Nigeria, Senegal e Kenya.

Meno positiva invece la brezza proveniente dall’area Asia-Pacifico cresciuta appena dell’1,1% rispetto al 2017 e non passata in territorio negativo grazie all’India (+11%) che ha compensato i cali di Cina (-2,4%) e Giappone (-1,1%). Complessivamente stabile, poi, la situazione nell’America Latina (+0,2%) nonostante il crollo argentino (-14,3%) ed il “passo lento” di Brasile (+2,2%) e Messico (+1,4%). Le tensioni geopolitiche e i prezzi delle commodity (ancora moderati) hanno infine contribuito a far crollare l’export italiano verso l’area del Medio Oriente e Nord Africa (-7,4%) con Turchia (-13,1%) ed Egitto (-7,8%) che hanno diminuito il loro import ad un ritmo superiore a quello medio dell’area ed alcune note liete fra cui spiccano Qatar (+17,3%), Tunisia (+8,7%) e Marocco (+7,6%).

2019: su chi puntare?

SACE SIMEST, in linea generale, ha confermato le 20 aree geografiche indicate nel precedente rapporto pur evidenziando che un’escalation protezionistica ed una hard Brexit avrebbero un impatto significativo sull’export italiano di beni, riducendolo sensibilmente rispetto allo scenario base. Tuttavia, il fenomeno che invece è già realtà e che avrà effetti di rilievo sulle vendite italiane in alcune aree del mondo è quello dell’urbanizzazione. Oggi oltre la metà della popolazione mondiale vive nelle città e si prevede che entro il 2050 6,7 miliardi di persone vivranno nei centri urbani, ovvero circa il 70% della popolazione totale. Secondo SACE SIMEST “una popolazione urbana maggiore è generalmente associata a redditi pro capite più elevati anche se gran parte del potenziale incremento della ricchezza dipende da numerosi fattori, tra cui lo stadio di sviluppo dell’economia, gli incentivi economici, gli investimenti infrastrutturali, l’esistenza di barriere alla mobilità rurale-urbana e così via”. Dunque se il tasso di urbanizzazione e i livelli di export sono positivamente correlati tutte quelle aree ancora poco “urbanizzate” si candidano ad accrescere notevolmente la propria importanza per l’export tricolore.

Così visto che “nei prossimi dieci anni, gli incrementi maggiori nel tasso di urbanizzazione si registreranno in Asia (in particolare Orientale e Meridionale) e in Africa (in particolare Orientale e Occidentale)” non sorprendono i dati sull’incremento dell’acquisto di beni Made in Italy prevista da SACE SIMEST per il 2019 per alcuni Paesi appartenenti a quelle aree fra cui: Tanzania (+9,5%), Senegal (+8,3%), India (+7,9%), Vietnam (+7,7%), Kenya (+6,6%), Nigeria (+6,4%), Ghana (+6,1%), Cina (+6%), Indonesia (+5,6%) e Filippine (+4,9%).

Fra i Paesi sopracitati spicca in particolare la presenza di India e Cina che – per numero di consumatori potenziali – restano due delle destinazioni che possono offrire maggiori opportunità alle imprese esportatrici italiane che però, secondo SACE SIMEST, non solo dovranno presidiare il mercato fino agli ultimi anelli della catena distributiva ma dovranno, in alcuni casi, contribuire a costruirne una propria. Detto ciò, comunque, Europa avanzata, Europa emergente e Usa continueranno a costituire tre geografie fondamentali per l’export di beni italiani, crescendo rispettivamente del 3,2%, del 4,1% e del 4,9% nel 2019. Previste poi in ripresa sia l’America Latina (+2,9%) sia l’area Asia Pacifico (+4,9%) mentre continuerà a faticare l’area del Medio Oriente e Nord Africa (+0,3%). Infine in calo rispetto al 2018 ma pur sempre in ottima forma rimarranno le vendite italiane verso l’Africa Subsahariana (+6%).

In conclusione gli scenari contenuti nel rapporto sono tutt’altro negativi per il Made in Italy nonostante il rischio di subire consistenti revisioni in base all’evoluzione di alcune questioni aperte che, continuano a generare situazioni di pesante incertezza nel panorama commerciale internazionale. Incertezze che, ricordiamolo, sono le peggiori nemiche dell’export Made in Italy e quindi dell’unica componente dinamica della nostra economia.

Fonte: a cura di Exportiamo, di Marco Sabatini, redazione@exportiamo.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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