Intervista ad Alessandra Ricci, Chief Business Officer di SACE

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24 Giugno 2016
Categoria: Exportiamo Incontra

Oggi la Redazione di Exportiamo.it ha il piacere di ospitare il contributo di Alessandra Ricci, Chief Business Officer di SACE, gruppo assicurativo-finanziario attivo nell’export credit, nell’assicurazione del credito, nella protezione degli investimenti, nelle garanzie finanziarie, nelle cauzioni e nel factoring. L’intervista con la dott.ssa Ricci offre spunti particolarmente interessanti per comprendere come si struttura il sostegno finanziario alle PMI italiane, quali sono i criteri attraverso cui vengono selezionate e quanto sono competitive le nostre realtà imprenditoriali nel panorama internazionale.

1. Qual è il ruolo di SACE nelle dinamiche di sviluppo del Sistema Paese Italia all’estero?

SACE è specializzata nel sostengo all’export è all’internazionalizzazione, assiste le imprese italiane nel loro processo di crescita all’estero guidandole nella scelta dei mercati e nella gestione dei rischi connessi all’operatività in geografie nuove e spesso poco conosciute.
Un ruolo che sta diventando sempre più cruciale in una fase in cui l’export rappresenta una delle più grandi opportunità per il Paese, ma che presenta profili di rischio e livelli di competizione così elevati da rendere strategica l’adozione di strumenti assicurativo-finanziari per crescere in sicurezza.
Nel 2015 il nostro portafoglio di operazioni ha raggiunto gli 81 miliardi di euro, 40,7 dei quali riferiti a operazioni di export e internazionalizzazione. Rischi assunti che non sono carta “astratta”, sono macchinari, navi, beni di consumo di 25 mila imprese clienti, in prevalenza Pmi, venduti nei 198 Paesi dove siamo attivi.
Proprio presso di SACE, il Piano Industriale del Gruppo Cassa Depositi e prestiti ha previsto la costituzione di un unico presidio integrato per il supporto al Made in Italy nel mondo: una “One-door” in cui saranno valorizzate le competenze e le sinergie all’interno del Gruppo CDP in materia di internazionalizzazione, ottimizzando i punti di contatto tra SACE e SIMEST e prevedendo un approccio e un’offerta integrata, a tutto vantaggio degli esportatori.

2. Come procede la vostra collaborazione con SIMEST?

La collaborazione prosegue e si rafforza. Dall’inizio dell’anno, in coordinamento con la capogruppo CDP, stiamo lavorando a stretto contatto per la creazione della “porta unica” per l’Export e l’Internazionalizzazione. I colleghi SIMEST sono già presso la nostra sede di Milano, che sarà solo il primo di una serie di rafforzamenti in sedi strategiche della rete di SACE, che conta oggi su 14 presidi nazionali e 10 internazionali. Inoltre, sono già partiti road show congiunti in varie città italiane che ci stanno consentendo di incontrare insieme le imprese del territorio e presentare i vantaggi del nuovo modello integrato.

3. Come si struttura e quanto è “rischioso” il sostegno che fornite alle imprese del Made in Italy?

Come realtà assicurativo-finanziaria, possiamo senz’altro dire che l’assunzione dei rischi e la loro gestione è parte integrante del nostro mestiere.
Naturalmente, le esigenze delle imprese italiane in materia di export e internazionalizzazione sono cambiate nel corso degli anni. Dalla semplice protezione dei crediti all’esportazione, si sono spostate verso richieste di strumenti assicurativi e finanziari sempre più complessi. L’offerta di SACE ha seguito e talvolta anticipato queste necessità, e oggi siamo in grado di rispondere a 360° alle esigenze delle aziende italiane che vendono e investono all’estero, con un’attenzione particolare alle PMI: dalla protezione del credito, sia a breve e che a medio-lungo termine, agli strumenti che facilitano l’accesso al credito (come le garanzie finanziarie, un prodotto che permette alle aziende di ottenere finanziamenti per le loro attività internazionali); dalla copertura dei rischi politici, particolarmente importante in questo periodo storico per proteggere gli investimenti all’estero, alla monetizzazione dei crediti; dalle cauzioni per avere le giuste garanzie per vincere commesse o appalti all’estero, ai più recenti servizi di advisory, che offrono attività di business matching alle Pmi che si affacciano sui mercati di frontiera.
Sul fronte dell’accesso al credito, che è ancora uno dei nodi fondamentali per chi vuole andare all’estero, abbiamo fatto un ulteriore passo avanti: in collaborazione con il Fondo europeo per gli investimenti e Cassa depositi e prestiti, abbiamo lanciato il programma “2i per l’Impresa – Innovazione&Internazionalizzazione” che permette alle Pmi di accedere alle risorse messe a disposizione dal Piano Juncker per investimenti in internazionalizzazione e ricerca e sviluppo.

4. Quali sono i criteri attraverso cui selezionate le aziende da assicurare?

Tutte le imprese italiane, dai grandi gruppi industriali alle PMI, possono usufruire dell’offerta dei prodotti e servizi di SACE che oggi, grazie alla “porta unica per l’export e l’internazionalizzazione” del Gruppo CDP, si arricchisce dei servizi e l’esperienza di SIMEST maturata sul campo in 25 anni di attività.
Valutiamo accuratamente tutte le fasi delle nostre operazioni, dalla negoziazione alla conclusione e gestione della transazione, fornendo valutazioni sulla solvibilità delle controparti e sui rischi operativi connessi, oltre a svolgere un’attenta analisi dell’impatto ambientale per ogni operazione in linea con le best practice internazionali e con quanto previsto in ambito Ocse.

5. Le aziende italiane oggi sono competitive all’estero? C’è un comparto in particolare che ritiene realizzi performance in termini di produttività e qualità superiori alla media nazionale?

La competitività del Made in Italy nel mondo, spesso associata alla qualità delle produzioni, può essere sicuramente sviluppata e rafforzata. Farlo è il nostro mestiere.
Sebbene la percezione del Made in Italy, all’estero come in Italia, sia molto legata ai beni di consumo tradizionali (prodotti agroalimentari, moda, arredamento), in realtà sono i beni strumentali, e in particolare la meccanica strumentale, a fare la “parte del leone” dell’export italiano e ad avere davanti a sé il maggior potenziale di crescita internazionale. Oggi l’export di macchinari pesa per il 21% sull’export totale di beni italiani e, secondo le previsioni del nostro ultimo Rapporto Export, potrebbe arrivare a ben 100 miliardi di euro di esportazioni entro il 2019 (dagli attuali 80). Un risultato possibile se puntiamo a migliorare alcune debolezze delle imprese del comparto, valorizzandone invece i punti di forza.
I tratti distintivi delle imprese della meccanica strumentale sono l’elevata propensione all’export, la marcata concentrazione produttiva nel Nord Italia e, come gran parte dell’economia italiana, la ridotta dimensione aziendale, che si combina con buoni risultati sotto il profilo della produttività per addetto – tra i più alti in Europa. Nonostante ciò, l’Italia è il secondo esportatore di meccanica strumentale in Europa, dietro la Germania, e il quinto a livello mondiale dopo Cina, Stati Uniti e Giappone.
Per andare a riprendere i nostri competitor, le nostre imprese della meccanica strumentale, e in generale tutte le imprese italiane, dovranno indirizzare i propri sforzi lungo tre direttrici principali: crescere, internazionalizzarsi e innovare.

6. Quali ritiene possano essere degli interventi incisivi per il rilancio dell’export tricolore che, stando ai dati diffusi dall’ISTAT relativi al primo trimestre del 2016, è registrato in contrazione rispetto al 2015?

Per affrontare i mercati internazionali le dimensioni contano e storicamente il tessuto imprenditoriale italiano è fatto soprattutto di PMI, troppo spesso sottodimensionate per l’estero. Un ostacolo che può essere aggirato attraverso l’aggregazione in reti di impresa oppure grazie a una maggiore patrimonializzazione delle nostre PMI, con l’apertura della struttura societaria agli investitori istituzionali o al mercato dei capitali. Un altro punto di attenzione sono le destinazioni verso cui si rivolgono le nostre aziende, prevalentemente mercati UE o avanzati. Guardare più lontano, verso mercati insoliti e meno presidiati ma dal potenziale elevato, è la chiave per la ripresa del nostro export. L’innovazione è un altro strumento fondamentale di competitività all’estero: significa investire in tecnologie intelligenti e interconnesse, nella digitalizzazione dei prodotti e dei processi, ma anche in strategie di marketing e comunicazione che valorizzino il brand Made in Italy all’estero.

7. La prima conferenza ministeriale Italia-Africa svoltasi nei giorni scorsi a Roma testimonia un crescente interesse delle istituzioni italiane nei confronti di un continente spesso lasciato in secondo piano. Quali sono i Paesi africani che le aziende italiane prendono ancora poco in considerazione come mete per i propri investimenti esteri e che invece andrebbero valutati con maggiore attenzione?

Negli ultimi mesi la cronaca ci racconta di un continente africano in difficoltà. Nonostante le avversità che sono sotto gli occhi di tutti, crediamo che sia necessario operare i dovuti distinguo tra i diversi mercati, molti dei quali continuano a presentare opportunità rilevanti per le nostre imprese.
A fare la differenza è spesso quello che un nostro recente studio ha chiamato Fattore C3. Ovvero, per analizzare la solidità di un’economia africana in questa fase e quindi valutarne le opportunità di export e investimento, è necessario tenere conto di tre variabili principali: la dipendenza dall’export di commodity che stanno vivendo un ribasso dei prezzi; il legame con l’economia cinese che comincia a mostrare i primi segni di rallentamento; la diminuzione del flusso dei capitali dall’estero.
Non a caso, il nostro studio dimostra che i Paesi dove il Fattore C3 è più elevato, come ad esempio Sudafrica, Nigeria, Angola o Zambia, hanno subito delle battute d’arresto nel loro percorso di crescita; per contro, alcuni Paesi meno esposti al Fattore C3 continuano a presentare opportunità interessanti, ad esempio Kenia, Tanzania e Ruanda in Africa Orientale, ma anche Senegal e Costa d’Avorio in Africa Occidentale.
Sono questi ultimi i mercati su cui le aziende italiane dovrebbero puntare nel medio-lungo periodo nel continente africano, senza mai sottovalutare le specificità e complessità dei singoli contesti. Per questo motivo diventa imprescindibile dotarsi di una accorta strategia di internazionalizzazione per cogliere le opportunità offerte dai mercati africani, anche quando le cose vanno apparentemente bene.

Fonte: a cura di Exportiamo, Cristina Pizzolato, redazione@exportiamo.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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