Un'Italia da export: intervista a Neronote

Un'Italia da export: intervista a Neronote
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26 Ottobre 2016
Categoria: Un'Italia da Export

Nella nostra rubrica “Un’Italia da Export” abbiamo il piacere di ospitare i contributi delle eccellenze targate Made in Italy che con competenza e coraggio si affacciano sui mercati internazionali. Tra le startup più interessanti nell’universo delle giovani imprese italiane c’è Neronote, un brand di e-commerce interattivo dove le camicie sono personalizzabili direttamente dal cliente sul sito e spedite a casa nel giro di due settimane. Gianluca Mei - cofounder di Neronote insieme a Gianmarco Taccaliti - ci ha spiegato che il mercato di riferimento dell’azienda non può che essere l’Europa in quanto, al momento, gli altri continenti presentano vincoli alle importazioni tali da non presentare opportunità di rilievo.

Da dove nasce l’idea di Neronote?

Neronote nasce dall’incontro di due persone con competenze e punti di vista complementari. Gianmarco Taccaliti, alla quarta generazione di una famiglia di produttori di camicie italiane d’eccellenza con l’azienda omonima, aveva il desiderio di portare online la vendita delle camicie. E Gianluca Mei, fondatore della Cone, una agenzia web di sviluppo digitale delle aziende, che nella sua storia professionale aveva già fuso sviluppo tecnologico con progettualità d’impresa. Il primo periodo è stato completamente dedicato a pensare alle modalità di funzionamento del nuovo brand, a come la vendita delle camicie online direttamente ai clienti finali permettesse di rispettarne al meglio esigenze e gusti, abbandonando i vincoli classici. E’ nato cosi Neronote, un brand di e-commerce interattivo dove le camicie sono personalizzabili direttamente dal cliente sul sito, vengono realizzate su misura per lui e spedite a casa in due settimane. Offrendo quella che è la più ampia scelta del mondo, oltre 2000 tessuti e 20 miliardi di combinazioni, Neronote si basa su una innovativa piattaforma digitale e sull’integrazione stretta con il meglio della filiera italiana del tessile. E’ stato subito un successo. Oltre a un’ottima risposta di mercato ha vinto come “miglior e-commerce” al Premio Web Italia, e lo scorso anno siamo stati persino invitati dalla Commissione Europea a parlare alla conferenza del “gruppo di trasformazione digitale per le PMI” come caso di successo di integrazione digitale di filiera.

Da chi è composto il vostro team e quali sono le competenze più importanti per lo sviluppo e la crescita della vostra idea imprenditoriale?

Un brand di e-commerce deve sviluppare l’attività su due fronti. Da una parte c’è il marketing. La definizione di una identità che connetta il brand al suo pubblico, basata su quello che di più profondo e autentico c’è in azienda, nel nostro caso la capacità di innovare una storia nella creazione di camicie. E con il marketing la capacità di azionare i vari canali digitali, contenuti e tecnologie, giorno per giorno, in modo da aprire relazioni con nuovi clienti. Successivamente l’impegno è nel mantenere aperto e stimolante il rapporto con la comunità dei nostri clienti, che cresce continuamente. Dall’altra parte ci sono le delicate operations “on demand”, lavorando in tempo reale con la filiera produttiva per garantire che la camicia venga creata da zero e arrivi a casa del cliente perfetta e esattamente nei tempi previsti. Con un servizio clienti pronto a risolvere ogni dubbio, problema nelle spedizioni ed eventuali errori. Oggi il nostro team è formato da sei persone specializzate esattamente in questi ambiti. Crescendo l’attività nel mercato europeo ed extra-europeo andremmo a rafforzare ulteriormente queste funzioni, per meglio interagire con i singoli paesi e le diverse culture.

Quali sono le principali difficoltà che una startup incontra nel mercato italiano?

Per le startup l’Italia è un paese che offre molto, ma resta uno dei peggiori paesi al mondo per la difficoltà di fare impresa. Cosi succede che tante startup nascono, tra business plan competition e incubatori, e poi si ritrovano alle prese con le tante assurdità italiane e non riescono a crescere. Una startup che non diventa una grande azienda, e dico “grande” perchè il sistema di finanziamento con venture capital funziona cosi, è un fallimento. Magari una buona idea ma non basta. Lo abbiamo vissuto sulla nostra pelle, con Neronote che stava crescendo dentro un ambiente in cui niente sembra funzionare secondo buon senso, in cui un mare di regole contraddittorie lascia sempre con il dubbio di non essere in regola con qualcosa e poter essere arbitrariamente sanzionabili. In cui ogni assunzione si può trasformare in un incubo. Non è stata una scelta facile ma alla fine abbiamo deciso di unirci al vibrante mondo delle startup a Londra, dove oltre a un ambiente semplice ed ospitale abbiamo trovato tanti talenti con cui sviluppare il nostro progetto su scala internazionale. Chi fa impresa ha bisogno di essere circondato da persone simili, con lo stesso fuoco dentro, ma con punti di vista e culture diverse. E molto talento. E queste persone tendono a radunarsi in pochi posti nel mondo. Come mercato di vendita siamo molto legati all’Italia perchè da li siamo partiti, abbiamo molti clienti entusiasti e stiamo crescendo bene. Ma il nostro mercato di riferimento è l’Europa nell’insieme, dove ci sono aree che rispondono meglio.

Quali mercati internazionali pensate siano più attrattivi per il vostro business e quali quelli dove trovare più facilmente investitori o finanziamenti?

Il nostro mercato di riferimento ora è l’Europa ed il mercato unico. Gli altri continenti presentano vincoli alle importazioni tali per cui non è conveniente affrontarli se non con una presenza locale. All’interno dell’Europa alcuni paesi hanno una spesa pro-capite annua su internet elevata, in particolare tutta l’area del centro nord. Però l’attrattività dei singoli paesi la valutiamo rispetto alla diffusione dell’Inglese, alla dimensione e alla presenza o meno dell’Euro. Ad esempio la Danimarca è interessante ma relativamente piccola. E in UK il crollo della sterlina ha reso più costose le nostre camicie, che sono vendute in Euro. Dal punto di vista della raccolta di investimenti ad oggi Londra è un pò la Silicon Valley europea. E’ qui che si concentrano i volumi di investimenti più significativi e gli attori più interessanti, agevolati da un quadro normativo incredibilmente semplice ed efficiente. Pende purtroppo l’incognita Brexit, che potrebbe rompere la magia attuale, nel qual caso le candidate a prendere il testimone di Londra sarebbero altre tre-quattro capitali europee. Quindi non possiamo escludere che ci trasferiremo di nuovo. Sarebbe bello se anche l’Italia riuscisse ad ammodernarsi e diventare più conveniente, ma ad oggi sembra molto improbabile.

Partecipare a programmi di supporto e tutoraggio offerti da incubatori ed acceleratori italiani genera un’utilità ed un vantaggio competitivo per una startup?

Dipende dal programma di incubazione e dal livello di maturità degli imprenditori. Che comunque non dovrebbero guardare solo al panorama italiano ma a chi sono e dove sono gli acceleratori più forti nel loro spazio. Alcuni acceleratori globali, come ad esempio Techstar, coinvolgono mentor di un livello tale per cui l’impatto sulla startup è fortissimo anche con imprenditori e progetti già maturi. Altri acceleratori più locali possono essere utili per chi invece è più alle prime armi e ha bisogno di una mano un pò su tutto.

Quale consiglio dareste ai giovani startupper che intendono sviluppare una propria idea in Italia?

Pensarla in Italia, magari fare il prototipo ed il business plan, ma dalla costituzione della società in poi guardare quali sono le città nel mondo più funzionali al progetto. Le startup non hanno nazione, non importa cosa c’è “a casa”, ma farle diventare di casa dove c’è l’ambiente giusto.

Obiettivi per il futuro…

Affermare l’abbigliamento personalizzabile in Europa, attraverso l’online. Una cosa che prima non c’era e ora sì.

Fonte: a cura di Exportiamo, di Marco Sabatini, redazione@exportiamo.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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