Focus Angola: un petrolstato in cerca di nuovi equilibri

Focus Angola: un petrolstato in cerca di nuovi equilibri
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24 Aprile 2017
Categoria: Focus Paese
Paese:  Angola

Approfondiremo gli aspetti storici ed economici che caratterizzano lo stato africano dell’Angola. Tramite fonti accreditate e news ricercate nel corso del tempo analizzeremo la crescita del paese e le fluttuazioni del PIL, la stretta dipendenza tra esse ed il costo del greggio ed ovviamente, com’è nostra consuetudine, le opportunità esistenti in ottica internazionalizzazione ed export per le aziende italiane.

L’Angola, settimo stato africano per grandezza, è un Paese che coniuga una storia complessa ad un’economia dalla composizione estremamente semplice. Ex colonia portoghese, conquista l’indipendenza nel 1976, ripiombando però subito in una guerra civile lunga 27 anni innescata dalla lotta per il potere fra le varie forze nazionaliste. La pace (giunta solo nel 2002) e la straordinaria abbondanza di risorse minerarie hanno donato all’Angola una crescita esponenziale del PIL, che nel biennio 2005-2006 è arrivata persino a superare il 20%.

Il boom economico però è durato poco a causa della forte dipendenza dalle esportazioni di commodities: la folle corsa del PIL si è infatti interrotta bruscamente in seguito alla picchiata dei prezzi del greggio nel 2009, aggravandosi con l’ulteriore crisi dell’agosto 2014. Nonostante questo, l’Angola oggi continua a crescere, anche se a ritmi ben lontani da quelli del biennio d’oro: secondo la Banca Mondiale infatti il PIL angolano è cresciuto solo del 2,8% nel 2015 e del 3% nel 2016. Un dato comprensibile, se si pensa che il greggio da solo rappresenta il 91% delle esportazioni del Paese, seguito dai diamanti (4%), mentre il restante 5% si compone di modeste quantità di minerali metalliferi (0.16%) qualche pesciolino pescato lungo la costa (0,3%) e poco più.

La concentrazione dell’attività economica nel settore industriale, che è una delle principali ragioni della debolezza angolana rispetto alle fluttuazioni internazionali, fa il paio con un’altrettanto scarsa diversificazione a livello di produzione di servizi: per il WTO infatti il 94% delle esportazioni angolane nel settore consiste in servizi legati al turismo, mentre il paese africano risulta quasi completamente dipendente dall’estero per i servizi commerciali e per i trasporti (rispettivamente 76,8% e 22,8% delle importazioni totali di servizi).

La storia difficile e il peso spropositato di pochi comparti sull’economia nazionale hanno intralciato la nascita di un’industria manifatturiera di rilievo incidendo negativamente sulla distribuzione del benessere e sulla nascita di una classe media di lavoratori qualificati. L’UNDP infatti, oltre a calcolare per l’Angola un coefficiente di Gini del 42,7 (piazzandolo al 124° posto su 176), attribuisce al Paese un punteggio molto basso nel suo Human Development Index (0,53), certamente a causa della speranza di vita relativamente bassa (52,7 anni), del basso tasso di scolarizzazione (un angolano fa in media 5 anni di scuola, contro i 10-13 dei Paesi sviluppati). Vero è che i proventi dell’industria petrolifera hanno contribuito a portare il reddito pro-capite a 4180$ dai 180$ del 1994, ma si tratta sostanzialmente di una realtà instabile dove molto ancora resta da fare prima che vi si sviluppi un’economia complessa .

Il quadro economico così delineato è uno di quelli che potrebbe scoraggiare chi desidera fare affari nel Paese. Di certo l’Angola non è un mercato ideale per i beni di consumo di fascia medio-alta, dato che l’85% della popolazione appartiene a fasce di reddito basse (le classi media e alta contava nel 2012 appena tre milioni di persone). Questo aspetto è ben rappresentato dalla composizione dell’import angolano, dove a fare la parte del leone sono macchinari (30%), veicoli (17%) e semilavorati in metallo (13%). I beni di consumo in realtà detengono complessivamente una quota importante se si considerano alimenti, abbigliamento, prodotti per la persona e la casa ed arredamento che rappresentano quasi la metà della spesa domestica mensile locale e circa il 20% dell’import. Ma prima di avventurarsi in questo campo è bene tener conto, oltre che del potere d’acquisto generalmente basso, anche della preponderanza dell’acquisto all’ingrosso da parte delle famiglie rispetto all’acquisto al dettaglio (in Angola la distribuzione organizzata è relativamente poco sviluppata).

Di conseguenza per l’export italiano (che in Angola ha una quota di mercato del 2%) le occasioni di business sono legate a doppio filo agli sforzi per l’industrializzazione del Paese. Le prospettive più interessanti si concentrano nella meccanica (il 45% del Made in Italy venduto nel paese), nel settore automezzi (6% del nostro export; bacino di domanda forse sottoutilizzato soprattutto rispetto ai veicoli ad uso speciale) nonché nello sviluppo agricolo (solo il 4% del suolo angolano è messo a coltivazione).

Da segnalare inoltre le importanti occasioni di investimento in due settori:

Oil&gas: il settore oggi rappresenta il 98% delle entrate del Paese e continuerà a svolgere un ruolo chiave nell’economia (nonostante i recenti sforzi del governo atti a promuovere la diversificazione dell’economia attraverso gli investimenti del Fundo Soberano de Angola);

Infrastrutture (trasporti, energia elettrica e alberghiero):  in particolare la creazione di una rete di trasporti efficiente che colleghi i quattro porti principali al resto del Paese non solo faciliterebbe gli scambi interni ma potrebbe fare dell’Angola un hub commerciale importante per il commercio con altri Paesi dell’area sprovvisti di sbocchi significativi sul mare.

Attenzione però ai vari paletti sugli IDE che rendono difficile la penetrazione estera in questi due comparti: il Paese infatti si piazza al 181° posto (su 189) nell’indice Doing Business della Banca Mondiale. Dietro a questa pessima performance ci sono, oltre all’ingombrante settore pubblico (retto peraltro da un quadro giuridico fumoso), anche un sistema finanziario scarsamente sviluppato, una burocrazia opaca e condizioni stringenti imposte agli IDE (in particolare equity caps e obblighi di coinvolgimento di attori locali).

Nonostante questo l’Angola attira sempre più investimenti dall’estero (secondo il World Investment Report 2016 dell’UNCTAD nel 2015 il flusso di capitali stranieri ammontava a 8,7 miliardi di dollari, un aumento del 351,7% rispetto all’anno precedente) risultando la prima destinazione di investimenti fra i Paesi LDC. I capitali esteri arrivano a Luanda e dintorni principalmente da Francia, Stati Uniti, Sudafrica e Cina (con quest’ultimo partner sono particolarmente rilevanti gli scambi di investimenti infrastrutturali contro petrolio). Segno che nonostante le difficoltà ereditate dal passato travagliato, l’Angola è uno Stato con un forte potenziale che meriterà sempre più attenzione nei prossimi anni.

Fonte: a cura di Exportiamo, di Velia Angiolillo, redazione@exportiamo.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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