Bolivia, il brutto anatroccolo si è trasformato in cigno

Bolivia, il brutto anatroccolo si è trasformato in cigno
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10 Giugno 2019
Categoria: Focus Paese
Paese:  Bolivia

Sotto la guida del socialista Evo Morales, in carica dal 2006, il Paese latinoamericano sta vivendo un vero e proprio miracolo economico che ha portato ad un poderoso incremento del PIL, cresciuto di circa il 240% negli ultimi dodici anni. Inoltre, mentre buona parte degli stati vicini arranca, la Bolivia studia nuovi ed ambiziosi piani di sviluppo. Tuttavia, anche nel Paese andino, non mancano le polemiche.

Sembra passata un’era geologica da quando, alla fine del 2015, Evo Morales – ex leader sindacale dei cocaleros – vinse le elezioni conquistando il 54% dei consensi e diventando così il primo indigeno a ricoprire l’incarico di Presidente della Repubblica Boliviana.

Da allora El Indio ha completamente rifondato la malconcia economia boliviana che, in quel momento, era addirittura la più povera di tutto il Continente sudamericano riuscendo a portare il Paese su elevati e costanti ritmi di crescita (+4,8% annuo fra il 2009 ed il 2017) e migliorando così le condizioni di vita di milioni di cittadini. Fra le mosse che Morales ha messo in campo si ricordano la nazionalizzazione degli idrocarburi, di cui la Bolivia è ricca, mettendo fine allo sfruttamento di tali risorse da parte delle multinazionali, e la creazione di un consistente fondo di riserva internazionale, utilizzato per dare luogo a ingenti investimenti pubblici, che hanno rappresentato uno dei principali driver della crescita boliviana.

Secondo il Presidente è infatti necessario “pensare a modelli diversi di società rispetto al capitalismo” non considerando “accettabile che, nel XXI secolo, alcuni Paesi e multinazionali” continuassero “a provocare l’umanità cercando di conquistare l’egemonia sul pianeta”. Morales ritiene, dunque, che il capitalismo rappresenti “il peggior nemico dell’umanità perché crea egoismo, individualismo, guerre mentre è interesse dell’umanità lottare per cambiare la situazione sociale ed ecologica del mondo”.

I risultati prodotti da questo modello alternativo di sviluppo son stati clamorosi ed hanno innescato un circolo virtuoso che ha generato una più equa distribuzione della ricchezza, un incremento della domanda interna ed impressionanti performance economiche, soprattutto se paragonate a quelle di molti Paesi dell’area.

Secondo un recente rapporto pubblicato dalla Banca Mondiale, nonostante nel 2018 il Paese sia cresciuto meno delle aspettative (+4,2%), la Bolivia ha di che festeggiare confermandosi il Paese a più rapida crescita di tutta l’America Latina per il sesto anno consecutivo.

Il Continente latinoamericano, invece, dovrebbe crescere “solo” dell’1,7% nel 2019, oltre due punti percentuali in meno rispetto al +4% previsto per la Bolivia. Le difficoltà degli altri Paesi dell’area, comunque, dovrebbero riverberarsi anche sull’economia boliviana che, secondo le stime, dovrebbe rallentare la sua crescita sia nel 2020 (+3,6%) che nel 2021 (+3,4%).

Per la prima volta tuttavia il presidente Morales sembra intenzionato a diminuire gli investimenti pubblici inseriti nel Plan Nacional de Desarrollo Económico y Social introdotto nel 2015 nell’ambito di una strategia di ripresa anticiclica in risposta ai prezzi delle materie prime più deboli. Negli ultimi anni, grazie al programma, sono state realizzate importanti migliorie dal punto di vista delle infrastrutture nazionali e nello sviluppo del settore energetico, agevolando in particolare un maggiore sfruttamento del gas che oggi rappresenta oltre 1/3 dell’export boliviano. Per questo, nel corso del mese di aprile, El Indio ha ulteriormente approfondito le relazioni con l’Argentina, mettendo le basi per la conclusione di un importante accordo che porterebbe ad un incremento dell’import argentino di gas boliviano a fronte di un incremento dell’import boliviano di petrolio argentino.

Ci sono però alcuni aspetti su cui Morales, in questi anni, non è riuscito ad incidere in modo significativo. Su tutti spicca il business climate (molto poco appetibile) offerto dal Paese ad imprenditori ed investitori internazionali esemplificato dal pessimo posizionamento della Bolivia (156esima su 190 Paesi) nella classifica “Doing Business” elaborata dalla Banca Mondiale. In particolare gli aspetti maggiormente critici che continuano ad influenzare negativamente le decisioni di investimento in Bolivia rimangono l’elevato rischio di nazionalizzazione, la discriminazione degli investitori privati a favore di società statali e il pessimo sistema fiscale boliviano che conta ben 42 tasse le quali, per essere “gestite”, richiedono un dispendio di 1.025 “ore uomo” all’anno: un vero e proprio sproposito se si considera che la media regionale è di 330 ore, mentre quella OCSE è di 159,9 ore.

Comunque la popolarità di Morales, da sempre elevata, sarà però messa alla prova il prossimo autunno quando si terranno le elezioni presidenziali con El Indio che si ripresenterà per ottenere il quarto mandato. Che il consenso nei confronti del Presidente sia però in calo rispetto al passato lo si era capito già il 22 febbraio 2016, in occasione di un referendum costituzionale in cui il 57% dei cittadini boliviani si erano espressi a sfavore di una modifica della Costituzione necessaria per permettere la ricandidatura di Morales. Tuttavia ci ha poi pensato la Corte Costituzionale, il 30 novembre 2017, a ribaltare l’esito del voto referendario stabilendo che la norma che impedisce al Presidente uscente più di due rielezioni “viola i diritti politici”. Le opposizioni hanno criticato aspramente la decisione della Corte parlando di “colpo di stato”, accusando Morales di voler far diventare la Bolivia “un nuovo Venezuela” e sottolineando come la Corte abbia violato l’ordine democratico modificando la Costituzione per via giudiziaria, ignorando l’esito referendario.

Dunque per El Indio, nonostante gli ottimi risultati esibiti, non sarà quindi facile guadagnarsi un quarto mandato e, per farlo, ha anche annunciato l’introduzione della sicurezza sociale universale (0,7% del PIL) ed altre misure su stipendi dei dipendenti e programmi sociali (pesano per circa il 50% sulla spesa pubblica annua) che, probabilmente, faranno lievitare il debito pubblico nazionale, oggi rilevato intorno al 24% del Pil.

Dunque anche gli ambiziosi piani di sviluppo che mirano a far diventare la Bolivia il primo esportatore mondiale di litio entro tre anni (come dichiarato dal vicepresidente Linera) ed uno dei leader regionali nella produzione di energie rinnovabili (secondo i piani dell’attuale governo la produzione di energia pulita dovrebbe passare dall’attuale 12% al 50% nel 2025), potrebbero non bastare a Morales e alla sua “squadra” per guadagnarsi la rielezione, interrompendo così il virtuoso cammino che ha consentito alla Bolivia – negli ultimi anni – di fare veri e propri passi da gigante.

Fonte: a cura di Exportiamo, di Marco Sabatini, redazione@exportiamo.it

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