Rapporto Italiani nel Mondo 2021: Neanche il Covid Ferma l’Emorragia di Connazionali all’Estero

Rapporto Italiani nel Mondo 2021: Neanche il Covid Ferma l’Emorragia di Connazionali all’Estero
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03 Dicembre 2021
Categoria: Expatriamo

Il Rapporto Italiani nel Mondo della Fondazione Migrantes giunge quest’anno alla sedicesima edizione, un’edizione molto particolare che si interroga e riflette su come l’epidemia di Covid-19 abbia influenzato la mobilità italiana. Vediamo insieme cosa è emerso.

Cosa ne è stato dei progetti di chi aveva intenzione di partire? Come hanno vissuto coloro i quali, invece, all’estero già risiedevano? Chi è rientrato? Chi è rimasto all’estero? E cosa è successo ai flussi interni al Paese?
Sono questi i principali interrogativi ai quali risponde il Rapporto. Vediamo insieme cosa è emerso.

Nemmeno la pandemia ha fermato l’emorragia di connazionali all’estero

L’unica Italia che cresce demograficamente è quella che mette radici oltre confine, senza fare ritorno. Se l’emigrazione italiana è infatti fisiologicamente calata nel 2020 a causa del Covid, persino nell’anno nero delle chiusure pandemiche, moltissimi giovani hanno lasciato il Belpaese per lavoro, privilegiando le destinazioni europee.

Con la pandemia, dunque, la mobilità degli italiani non si è arrestata, ma ha sicuramente subito un ridimensionamento che non riguarda, però, le nuove nascite all’estero da cittadini italiani, ma piuttosto le vere e proprie partenze, il numero cioè dei connazionali che hanno materialmente lasciato l’Italia recandosi all’estero da gennaio a dicembre 2020. In valore assoluto, si tratta di 109.528 italiani, -21.408 persone rispetto all’anno precedente (variazione del -19,5%).

Parallelamente, secondo l’ISTAT, a inizio 2021, gli stranieri residenti in Italia ammontano a poco più di 5 milioni: dopo un ventennio di crescita ininterrotta anche la popolazione straniera si ridimensiona e non riesce più a compensare l’inesorabile inverno demografico italiano. L’Italia, in sintesi, è oggi uno Stato in cui la popolazione autoctona tramonta inesorabilmente e la popolazione immigrata, complice la crisi economica, la pandemia, i divari territoriali e l’impossibilità di entrare legalmente, non cresce più.

Al 1° gennaio 2021, la comunità strutturale dei connazionali residenti all’estero è costituita da 5.652.080 unità, il 9,5% degli oltre 59,2 milioni di italiani residenti in Italia. Mentre l’Italia ha perso quasi 384 mila residenti sul suo territorio (dato ISTAT), ne ha guadagnati 166 mila all’estero (dato AIRE): un aumento di presenza all’estero del 3% nell’ultimo anno.

Si assottigliano sempre più le differenze di genere

A inizio 2021 è ancora più evidente il processo di assottigliamento della differenza di genere iniziato già sedici anni fa quando le connazionali iscritte all’AIRE erano il 46,2% (1.435.150 in valore assoluto), per poi arrivare al 47,8% dieci anni fa nel 2011 (1.967.563 in valore assoluto) e, attualmente, si registrano 2.718.678 iscrizioni, il 48,1% del totale AIRE. Se, quindi, i cittadini italiani residenti oltre confine negli ultimi sedici anni sono aumentati dell’82%, le donne in particolare lo hanno fatto dell’89,4%.

Un processo che è, allo stesso tempo, di femminilizzazione e di familiarizzazione. A partire, infatti, sono sicuramente oggi moltissime donne alla ricerca di realizzazione personale e professionale, ma vi sono anche tanti nuclei familiari con figli al seguito, legati o meno da matrimonio. Stando ai dati dell’Ufficio Centrale di Statistica del Ministero dell’Interno aggiornati all’inizio del 2020, su quasi 5,5 milioni di residenti all’estero, le famiglie sono 3.223.486.

Da dove vengono gli Italiani che espatriano

Chi ha lasciato l’Italia per l’estero da gennaio a dicembre 2020 lo ha fatto prevalentemente dal Centro-Nord (69,5%), con Lombardia e Veneto ferme nelle prime due posizioni – come messo in rilevo già da qualche anno – rispettivamente con 19.402 (17,7%) e 12.346 (11,3%) partenze. Tutte le regioni, ad esclusione dell’Umbria (+44 unità), presentano saldi negativi nell’ultimo anno. La regione che, in valore assoluto, registra il saldo negativo maggiore è il Veneto (-2.762), seguito da Lombardia (-2.534), Campania (-1.801), Calabria (-1.789) e Puglia (-1.686). Al contrario, la Basilicata è la regione che ha perso meno residenti (-24), seguita da Val D’Aosta (-101) e Molise (-164).

E dove vanno

Degli oltre 109 mila connazionali che hanno spostato la loro residenza dall’Italia all’estero lungo il corso del 2020, il 78,7% lo ha fatto scegliendo l’Europa come continente. Probabilmente, la vicinanza della meta di destinazione è stata una sorta di strategia di contenimento dei rischi a cui si andava incontro e non solo per la possibilità di contrarre il virus, quanto piuttosto per le condizioni del sistema sanitario del luogo prescelto e delle indicazioni ivi adottate. Nel loro complesso, le destinazioni scelte lungo il corso del 2020 sono state 180 e, tra le prime dieci, ben sette sono nazioni europee. Ai primi posti, come accade ormai da diversi anni, vi sono il Regno Unito (33.293), la Germania (13.990) e la Francia (10.562) che, da sole, coprono il 52,8%. Se a queste aggiungiamo la Svizzera (8.189), che quest’anno, diversamente dal 2020, precede il Brasile (7.077), l’incidenza “europea” sul totale nelle prime posizioni arriva al 60,3%.

Gli Stati che presentano saldi negativi, rispetto al 2020, sono numerosi, ma nell’ordine vi sono la Germania (-5.236), il Brasile (-5.075), la Francia (-3.634), la Svizzera (-2.420), l’Argentina (-1.740), gli Stati Uniti (-1.597) e la Spagna (-1.453). Considerando, invece, le variazioni in percentuale, tutti i paesi, ad esclusione del Belgio (-13,9%), presentano percentuali più alte della variazione nazionale (pari al -19,5%): più del triplo è il valore registrato per Brasile (-71,7%) e Argentina (-62,0%) e più del doppio per USA (-43,2%), Irlanda (-41,8%) e Portogallo (-40,6%).

Effetto Brexit

L’unica nazione con saldo positivo, rispetto all’anno precedente, è il Regno Unito: +8.358 iscrizioni in più rispetto al 2020, +25,1% di variazione dal 2020 che diventa un aumento, in un anno, del 33,5%. Delle oltre 33 mila iscrizioni nel Regno Unito, il 45,8% riguarda italiani tra i 18 e i 34 anni, il 24,5% interessa i minori e il 22,0% sono giovani-adulti tra i 35 e i 44 anni. Si tratta, quindi, della presenza italiana tipica per il Regno Unito: giovani e giovani adulti, nuclei familiari con minori che la Brexit ha obbligato a far emergere – da qui la spiegazione dell’incremento registrato anche nell’ultimo anno nonostante la pandemia – attraverso la procedura di richiesta del settled status, un permesso di soggiorno a tempo indeterminato per chi può comprovare una residenza continuativa sul territorio inglese da cinque o più anni, arco temporale che non deve essere stato interrotto per più di sei mesi su dodici all’interno del quinquennio di riferimento. Il procedimento di richiesta obbliga a fornire una prova valida d’identità, una di residenza continuativa nel Regno Unito e, per tutti i maggiorenni, è necessario superare il controllo dei precedenti penali. Il settled status garantisce gli stessi diritti di cui un cittadino italiano residente nel Regno Unito godeva prima della Brexit in quanto cittadino europeo e quindi potrà continuare a risiedere a tempo indeterminato, lavorare, avvalersi del servizio sanitario, studiare, usufruire, avendone i requisiti, di prestazioni sociali e pensioni e allontanarsi dal territorio per lunghi periodi di tempo e rientrare senza dover ottenere un visto.

In conclusione, ciò che emerge dal Rapporto che se è vero che l’Italia sta vivendo da poco più di un decennio una nuova stagione migratoria, le conseguenze di questo percorso sono apparse, in tutta la loro evidenza, nell’ultimo quinquennio aggravando una strada che l’Italia sta pericolosamente percorrendo velocemente e a senso unico, caratterizzata da svuotamento e spopolamento, dove alle partenze non corrispondono i ritorni.

Se, peraltro, a lasciare l’Italia inesorabilmente sono i giovani nel pieno della loro vitalità personale e creatività professionale, è su questi che si deve concentrare l’attenzione e l’azione. Urgono analisi e politiche finalizzate a un cambiamento di rotta nell’interesse dell’Italia tutta, dei suoi sempre più numerosi anziani che restano e dei suoi territori sempre più abbandonati e deserti. Uno studio e un impegno che devono essere costruiti con consapevolezza e professionalità, non calati dall’alto, ma rispondenti a un sistema di indicatori che consenta di valutare l’impatto che un’idea o una proposta di legge ha sulle diverse generazioni della popolazione soprattutto, nel caso specifico dell’Italia, sui giovani già fortemente impoveriti e colpiti dai divari esistenti all’interno del Paese e nel confronto con le altre realtà europee ed extraeuropee.

Fonte: a cura di Exportiamo, di Miriam Castelli, redazione@exportiamo.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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