Agroalimentare: senza revoca delle sanzioni futuro grigio per l’export Made in Italy verso Mosca

Agroalimentare: senza revoca delle sanzioni futuro grigio per l’export Made in Italy verso Mosca
Pubblicità
Medium Rectangle - 300 x 250 pixel

19 Marzo 2019
Categoria: Food & Beverage
Paese:  Russia

Non è certamente un segreto che i consumatori russi provino un forte interesse nei confronti dei prodotti italiani e specialmente per le eccellenze del comparto food&beverage, considerate beni di assoluto pregio. Tuttavia l’embargo russo nei confronti dei prodotti di Ue, Usa, Canada e Australia – in vigore dal 2014 – ha già provocato ingenti danni all’export italiano.

Io qui a Mosca mi sento a casa mia, in alcuni Paesi europei no“. Queste sono alcune delle dichiarazioni chiave del vicepremier e ministro degli Interni, Matteo Salvini, recatosi in visita nell’ex Unione Sovietica lo scorso autunno. Secondo il leader della Lega, addirittura, di stati “più europei della Federazione russa ce ne sono pochi al mondo“. Una presa di posizione che è lo specchio di un’insofferenza rispetto alle sanzioni Ue in vigore dal 2014 definite “un’assurdità sociale, culturale ed economica”.

Tali sanzioni, in effetti, hanno provocato una dura risposta, concretizzatasi in un embargo agroalimentare che ha apportato danni ingenti all’export italiano verso Mosca, come certificato da un recente studio di Confagricoltura che stima in oltre un miliardo di euro i danni per le Pmi esportatrici italiane del settore food&beverage. Una perdita che, a fine 2020, potrebbe salire vertiginosamente fino a 3,7 miliardi di euro se si considera che, nel periodo antecedente alle sanzioni (2007-2013), il trend delle vendite di prodotti italiani in Russia era spaventosamente positivo (+22% annuo).

Effettivamente da quando Mosca ha deciso di dire stop all’import di prodotti fondamentali per il nostro export fra cui carne (bovina, suina e di pollo), pesce, crostacei, latte, formaggi, ortaggi, tuberi, salsicce e salami, salvando solo alcuni prodotti meno importanti come patate, piselli da semina e prodotti senza lattosio è iniziato un crollo verticale che ha sforbiciato l’export agroalimentare italiano verso la Russia da 705 milioni del 2013 a 381 milioni del 2015. Inoltre le performance degli anni successivi, pur registrando una non trascurabile risalita, non sono comunque state sufficienti a riportare il valore delle vendite ai livelli precedenti l’embargo ed oggi si attestano su 552 milioni di euro, ben il 26% in meno rispetto al 2013.

Comunque, a voler vedere il bicchiere mezzo pieno, gli ultimi 3 anni hanno fatto segnare dei numeri piuttosto positivi per l’export Made in Italy verso la Russia: +10% nel 2016, +24% nel 2017 e +6% nei primi 10 mesi del 2018. Scendendo nel dettaglio però si scopre che alcune categorie merceologiche sono praticamente scomparse nell’export italiano verso Mosca (carni, ortaggi e frutta), altre hanno subito drastiche contrazioni (preparazioni di cereali calati da 83 a 57 milioni di euro) ed altre ancora, come il latte, si sono ridotte al lumicino (da 45 a 3 milioni).

D’altra parte è interessante notare il recente trend di una delle categorie meno colpite dalle misure di Putin, perché mai soggetta a sanzioni dirette, ovvero quella dei vini spumanti. Una categoria che sta riservando delle positive sorprese all’export italiano a tal punto che quello russo, nei primi 11 mesi del 2018, si è rivelato il mercato più dinamico a livello globale per l’export di vini spumanti italiani segnando una crescita impressionante (+26%), superiore a quella svedese (+24%) e francese (+23%).

Comunque a parte le (poche) eccezioni nella frenata delle vendite italiane verso Mosca ci sono alcune aree del Paese che hanno sofferto maggiormente ed in particolare il Nord Italia con Emilia Romagna (-67 milioni), Piemonte (-42 milioni) e Veneto (-40 milioni) ai primi tre posti. Sorprendentemente però lo studio evidenzia anche cinque regioni che, dopo l’embargo, hanno migliorato – seppur di poco – le loro vendite verso Mosca vale a dire Lazio, Toscana, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia e Molise.

Il bilancio complessivo tuttavia non è così nero come potrebbe sembrare ad un primo sguardo perché ci sono Paesi che hanno subito dei cali molto più pesanti rispetto alla Penisola tanto che in Europa l’Italia è uno degli stati Ue che ha subito le conseguenze minori dell’embargo russo. Ad esempio in Lituania e Polonia– tra il 2013 ed il 2017 – le vendite di prodotti locali verso la Russia sono crollate (rispettivamente -64,8 e -63%), ma anche Spagna (-54%), Francia (-48%) e Germania (-38%) hanno fatto registrare perfomance di gran lunga peggiori di quelle italiane.

Resta però da riflettere sul fatto che sebbene nel 2018 le esportazioni agroalimentari italiane abbiano fatto registrare un record storico raggiungendo i 41,8 miliardi di euro (+1,8% sul 2017), le potenzialità inespresse sul mercato russo rimangano ancora troppe. Ed emergono anche dai dati Istat relativi all’interscambio commerciale fra Roma e Mosca del 2018 che certificano un interscambio in crescita (+5%) a 21,4 miliardi di euro ma con andamenti contrastanti dei due flussi: a crescere infatti è stato soltanto l’import (+12%) mentre l’export è sceso di 4,5 punti percentuali.

Per l’Italia è quindi un dovere intervenire sulla dinamica in atto che sta penalizzando l’export italiano verso Mosca non solo del comparto agroalimentare ma nel suo complesso. La Russia infatti rappresenta ancora, pur tra mille difficoltà, il 13esimo mercato di destinazione dell’export italiano e l’Italia per Mosca rimane il secondo partner commerciale nel Vecchio Continente, seconda solo alla Germania. Le imprese esportatrici del Belpaese vanno quindi supportate nel miglior modo possibile visto e considerato che l’elemento essenziale per un export di successo, ovvero la domanda di beni Made in Italy da parte dei consumatori russi, sembra decisamente non latitare.

Fonte: a cura di Exportiamo, di Marco Sabatini, redazione@exportiamo.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Pubblicità
Leaderboard - 728 x 90 pixel