L’Agroalimentare in Russia tra Sanzioni e COVID-19

L’Agroalimentare in Russia tra Sanzioni e COVID-19
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11 Giugno 2020
Categoria: Food & Beverage
Paese:  Russia

L’Organizzazione Mondiale del Commercio ha registrato un calo del commercio internazionale di circa un terzo a seguito della crisi da Covid-19. La pandemia ha causato una notevole riduzione dei consumi e si è accompagnata a tensioni sui tassi di cambio dei paesi emergenti e all’introduzione di nuove restrizioni commerciali alle esportazioni, soprattutto nel settore food, poiché in molti Paesi, i governi temono per la sicurezza alimentare.

Dall’introduzione dell’embargo sui prodotti nel 2014, la Russia ha avviato una politica di import substitution su larga scala. Nelle intenzioni del governo russo ciò dovrebbe garantire un migliore accesso ai beni alimentari per i consumatori russi, proteggendoli dall’eccessiva inflazione. Sempre in un ottica di potenziare l’indipendenza alimentare, il governo russo ha introdotto nel tempo varie misure restrittive, tra cui nell’Aprile 2020 una quota sui volumi delle esportazioni di grano, presumibilmente volta ad assicurare forniture domestiche a prezzi calmierati durante questo periodo di crisi globale. Tuttavia, la svalutazione del rublo ha portato a un aumento del costo dei componenti - imballaggi, macchinari e pezzi di ricambio, prodotti veterinari, semi, bestiame, ecc – per le imprese locali. In definitiva, molti esperti sostengono che il protezionismo e l’import substitution non possano evitare un aumento dei prezzi alimentari in Russia. D’altronde sarebbe impossibile ottenere al giorno d’oggi una completa indipendenza alimentare dal resto del mondo.

OPPORTUNITÀ PER LE ESPORTAZIONI AGROALIMENTARI DIRETTE

Nonostante la politica russa si proponga principalmente di rendere il Paese un esportatore netto di prodotti agricoli, la Russia rimane ancora un importante mercato potenziale per i produttori agricoli europei. Allo stesso tempo, la produzione domestica di latte e prodotti lattiero-caseari, verdure a effetto serra, frutta, sale, pasta non è sufficiente a coprire le esigenze interne. L’importazione di frutta e verdura tropicale, spezie, noci, olio di palma, caffè, tè e semi è inevitabile.

Per quanto riguarda le esportazioni dirette di prodotti alimentari, l’Italia ha una posizione preminente nella fornitura di quelle categorie di prodotti che non sono incluse nell’embargo UE. Secondo il servizio doganale federale, nel 2019 la Russia ha importato dall’Italia:

bevande alcoliche, analcoliche e aceto per $438 milioni, con una quota del 4,02% nel totale dell’export italiano verso la Russia;
caffè, tè e spezie per $105,5 milioni, con una quota dello 0,97%;
prodotti finiti a base di cereali, farina, amido e latte (compresi pasta e farina) per $ 82,5 milioni con una quota dello 0,76%;
grassi e oli di origine vegetale e animale per $ 61,6 milioni con una quota dello 0,57%;
cacao e prodotti derivati, compreso il cioccolato, $60 milioni con una quota dello 0,55%.

Il Centro di ricerca sul mercato federale e regionale russo dell’alcol, stima che nel 2019 l’Italia sia stata il secondo maggior fornitore di vini fermi dopo la Spagna, con 45 milioni di litri di vino e un controvalore di $172 milioni; il 70% di vini spumanti e champagne (40 milioni di litri per $ 141 milioni) e l’81% di tutti i vermouth importati (10 milioni di litri per $ 26 milioni). In aprile, a causa della quarantena, le consegne di prodotti agricoli sono diminuite del 10-15% e la percentuale di prodotti importati in Russia probabilmente diminuirà di conseguenza.

Secondo l’associazione Roschaykofe, l’Italia è l’unico paese che esporta in Russia caffè confezionato. Nel segmento del caffè macinato e tostato (circa il 55% dell’intero mercato russo del caffè), la quota di prodotti italiani è di circa il 25%. C’è un segmento di consumatori che preferiscono il caffè italiano e ci sono case di caffè specializzate solo in questi marchi. Negli ultimi due anni le importazioni dall’Italia sono aumentate. Ci sono molte aziende russe operanti nella torrefazione del caffè ma, come avvenuto per altri prodotti alimentari, in Russia si aspettano che alcune aziende italiane trasferiscano in loco la torrefazione.

Per far fronte allo scoppio della crisi di Covid-19, il 19 marzo la Russia ha annullato per un mese tutte le restrizioni, incluse le tariffe, all’importazione di beni essenziali. In seguito un piano governativo ha allentato le maglie delle restrizioni imposte a seguito delle sanzioni; un successivo intervento del governo ha redatto una lista dei beni essenziali che potrebbero entrare liberamente nel Paese (senza limiti di tempo per porre fine a tali diritti). Ciò ha inizialmente escluso i prodotti alimentari (incluse le importazioni di imballaggi, etichette e cartellini dei prezzi), ma ha dato alle autorità statali all’interno della Federazione Russa il diritto di “apportare modifiche a questo elenco a livello regionale in base alla situazione sanitaria ed epidemica“.

Il 6 aprile 2020, il governo russo ha inoltre emendato il decreto n. 453, modificando l’elenco dei prodotti agricoli soggetti al divieto alimentare, escludendo il siero di latte in polvere demineralizzato al 90%, un ingrediente chiave per gli alimenti per bambini. Dal 2019 questo è il secondo allentamento delle restrizioni all’import alimentare, quando i semi di ceci e di lenticchie sono stati esclusi dal divieto dalla categoria vietata “ortaggi e colture commestibili di radici e tuberi” a determinate condizioni secondo il decreto n. 1293.

La pandemia ha tuttavia permesso di identificare alcuni anelli deboli nelle catene di produzione alimentare. Nonostante la produzione di colture sia in larga parte domestica, l’agricoltura russa è ancora fortemente dipendente dalle importazioni estere, un tratto ormai comune all’intera economia globale. I semi biologici per l’agricoltura biologica non sono praticamente prodotti in Russia e molti provengono dall’UE. Anche i prodotti fitosanitari e i componenti per la produzione di medicinali veterinari sono principalmente importati dalla Cina e dall’UE così come i pezzi di ricambio per macchine agricole.

L’import substitution russo risulta insufficiente per la produzione interna e spesso soffre di una scarsa qualità del prodotto. Per lo sviluppo e l’ammodernamento della produzione, le imprese russe dovranno continuare a importare prodotti dall’estero, semplicemente perché non esistono degli analoghi locali. Ad esempio, dopo l’embargo la Russia è stata in grado di sostituire ampiamente la produzione di prodotti lattiero-caseari, in particolare il formaggio, ma molti componenti necessari al funzionamento di fattorie e fabbriche vengono tuttora importati. La stragrande maggioranza delle tipologie di formaggi italiani prodotti in Russia è di qualità nettamente inferiore rispetto a quelli prodotti in Italia, anche se alcune aziende, ad esempio la Umalat, cercano di migliorare il prodotto avvalendosi nella loro produzione di fermenti lattici, enzimi, starter culture e coadiuvanti tecnologici per il settore dairy importati dall’Italia.

INVESTIRE NELLA PRODUZIONE IN RUSSIA

Subito dopo l’introduzione della politica sanzionatoria, il volume dei prodotti alimentari italiani in Russia è fortemente diminuito. Le aziende dei paesi che non subiscono le contro-sanzioni russe hanno colto l’occasione di vantaggio rispetto ai concorrenti europei e stanno attivamente occupando alcune nicchie nel settore alimentare. Tuttavia, il Governo centrale russo, coadivato attivamente dai governi Federali e Regionali, ha incoraggiato gli investimenti diretti esteri. Questa strategia mirava a raggiungere l’obbiettivo di ridurre entro il 2020 il 50% delle importazioni alimentari per dare spazio al Made in Russia. Come accennato sopra, al posto dei formaggi tradizionali e dei prodotti a base di carne, l’Italia ha iniziato a esportare attrezzature e linee di produzione in Russia per localizzare la produzione. Ad esempio, il principale produttore italiano di attrezzature per le fabbriche di prosciutto è entrato nel mercato russo.

Gli investimenti italiani sono ancora maggiormente ad opera di grandi aziende che erano già presenti in Russia con siti produttivi e ne hanno aperti di nuovi (o sono in procinto per farlo) al fine di avvantaggiarsi dei benefici economici offerti dalle Zone Economiche Speciali (ZES). Barilla opera in Russia da oltre 15 anni e prevede di avviare la costruzione di uno stabilimento sul territorio della ZES di Stupino Quadrat nel giugno 2020; questo sarà il secondo pastificio in Russia, oltre a un mulino, che produrrà farina di grano duro. La società italiana investirà nel progetto, oltre 130 milioni di euro e il contratto è stato firmato nel febbraio 2020 da remoto, a causa della pandemia di Covid-19. Il gruppo Cremonini, presente in Russia da 35 anni con un fatturato di oltre 300 milioni di euro, ha inaugurato il 19 febbraio 2020 una piattaforma di distribuzione per lo stoccaggio, la commercializzazione e la distribuzione di prodotti alimentari nella Federazione Russa; la nuova piattaforma si affianca allo stabilimento inaugurato da Cremonini nel 2010 per la lavorazione e la trasformazione delle carni. La Ferrero opera in Russia dall’inizio degli anni ‘90 e dal 2009 ha attivato uno stabilimento produttivo per un investimento totale di oltre 250 milioni di euro; ha recentemente deciso di aumentare l’attuale produzione di cioccolato e di altri prodotti dolciari con uno stabilimento nella regione di Vladimir.

Le aziende italiane hanno tuttavia investito meno in Russia rispetto alle imprese francesi e tedesche, che invece occupano i primi posti della top ten degli investitori stranieri in Russia negli ultimi tre anni. L’Italia inoltre crea poche Joint Venture in Russia: secondo Confindustria Russia nel 2019 operano circa 450 imprese italiane, delle quali poco più di 80 sono Joint Venture; sono invece circa 5.000 le imprese tedesche che operano in Russia, di cui 3.000 hanno localizzato la produzione. La JV rappresenta la strada più percorribile per le PMI al fine di localizzare la produzione in Russia cercando di sfruttare il know how del partner locale. Nell’attuale contesto russo questa forma di investimento diretto offre diversi vantaggi, specialmente di natura fiscale, oltre a permettere di evitare i controlli bancari sul trasferimento di valuta nel pagamento dei fornitori. Tuttavia, la particolare convenienza a investire in Russia potrebbe essere limitata nel tempo. Tra un paio d’anni infatti le agevolazioni fiscali e altre condizioni di favore per gli investimenti diretti potrebbero ridursi: le aziende italiane interessate a un nuovo mercato di sbocco in Russia dovrebbero agire ora.

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Fonte: a cura di Exportiamo, di Narmin Rahimova, redazione@exportiamo.it

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