Agroalimentare, export record: quasi 70 miliardi

Agroalimentare, export record: quasi 70 miliardi

09 Gennaio 2026 Categoria: Food & Beverage

Settantamiliardi non è più un traguardo simbolico: nel 2024 l’export agroalimentare italiano ha sfiorato quota 70 miliardi di euro, arrivando a pesare l’11% delle esportazioni complessive del Paese. Nel decennio 2015-2024 il balzo è stato ancora più netto: +87% delle vendite oltreconfine, con un ritmo di crescita che ha consentito all’Italia di guadagnare spazio sugli scambi mondiali e di rafforzare la propria “firma” sui mercati internazionali.

Il punto non è solo il record in valore. Il Rapporto ISMEA mette in evidenza un segnale strutturale: l’avanzata dell’export ha accompagnato (e in parte guidato) il riequilibrio della bilancia agroalimentare, passata da un deficit di 6 miliardi nel 2015 a un surplus di 1 miliardo nel 2024. È una fotografia che racconta un sistema più competitivo, più aperto e con indicatori internazionali in miglioramento, mentre nei primi otto mesi del 2025 le esportazioni agroalimentari sono ancora cresciute (+5,5% su gennaio-agosto 2024), nonostante uno scenario globale più incerto.

Più quota sul mondo, più “Made in Italy” nel carrello globale

La crescita italiana non si limita a seguire la corrente: nel confronto lungo periodo, l’export agroalimentare nazionale ha corso più di quello mondiale e di quello UE, tanto da far salire la quota di mercato dell’Italia dal 2,9% del 2015 al 3,5% nel 2024. Può sembrare un passaggio di decimali, ma su scala globale significa miliardi e, soprattutto, maggiore capacità di presidiare segmenti in cui la competizione si gioca su reputazione, distintività e continuità di fornitura.

A trainare il risultato sono soprattutto i prodotti trasformati (che valgono la parte principale dell’export agroalimentare), ma con dinamiche diffuse tra comparti. Nel 2024 i derivati dei cereali hanno superato 10,1 miliardi di euro (+8% circa), mentre il vino ha toccato 8,1 miliardi (+5,5%). L’ortofrutta – fresca e trasformata – ha oltrepassato complessivamente 12 miliardi (+5,4%), e anche formaggi e latticini sono cresciuti (oltre 5,4 miliardi, +9% circa). Tra i segnali più vistosi spicca l’olio: la voce oli d’oliva arriva a circa 3,1 miliardi, con un balzo molto marcato in valore rispetto al 2023.

Dentro questa spinta c’è un fattore che, per chi si occupa di export, vale quanto un vantaggio competitivo: la qualità certificata. Nel 2024 l’export dei prodotti Dop e Igp ha raggiunto 12,3 miliardi di euro, pari al 18% dell’export agroalimentare italiano. E nel vino la “Dop economy” è praticamente la normalità: le bottiglie a marchio Dop/Igp rappresentano quasi l’88% del valore dell’export vitivinicolo (e il 77% in volume).

Non è un dettaglio “di immagine”: è una leva commerciale. Lo stesso Rapporto ricorda come le produzioni a IG siano protagoniste della reputazione internazionale del Made in Italy e richiedano tutela legale e promozione anche sui mercati esteri, perché imitazioni ed evocazioni sottraggono valore proprio dove la domanda è più disposta a pagare.

Usa, un mercato imprescindibile: 7,8 miliardi e un export concentrato sui simboli italiani

Se c’è un mercato che sintetizza opportunità e rischio, quello è gli Stati Uniti. Nel 2024 le esportazioni agroalimentari italiane verso gli Usa hanno raggiunto 7,8 miliardi di euro, in aumento di oltre il 17% rispetto al 2023. L’agroalimentare pesa circa l’11% dell’export complessivo italiano verso gli Usa, quota persino superiore a quella che il comparto ha sul totale export italiano verso il mondo. E non è solo volume: sul fronte della bilancia, l’Italia registra con Washington un surplus agroalimentare di 6,3 miliardi (frutto soprattutto dell’industria alimentare).

Ma la forza americana è anche la sua fragilità: l’export agroalimentare italiano verso gli Usa è molto concentrato. Su oltre 900 voci doganali, il 70% del valore esportato è coperto dai primi 13 prodotti. Tradotto: vino, olio, pasta, formaggi stagionati, acque minerali e pochi altri “campioni” che costruiscono l’immagine dell’Italia nel piatto americano e che, proprio per questo, diventano i più esposti quando cambia il clima commerciale.

I numeri raccontano bene la dipendenza (virtuosa) di alcune filiere dal mercato Usa: nel 2024 i vini in bottiglia valgono circa 1,35 miliardi negli Usa; l’olio extravergine circa 788 milioni; gli spumanti 568 milioni; poi preparazioni per salse, pasta, formaggi stagionati, acque minerali. E soprattutto: per molte di queste voci la quota destinata agli Stati Uniti è nettamente superiore all’“11% medio” del mercato Usa sull’export agroalimentare totale: si arriva a circa 25% per i vini in bottiglia, oltre 31% per l’olio EVO, quasi 24% per gli spumanti, fino a oltre 41% per le acque minerali.

Dazi e cambio: perché il 2025 è l’anno della volatilità (e dell’“effetto scorte”)

Nel 2025 lo scenario si complica: l’intesa sui dazi Usa-UE entrata in vigore il 7 agosto 2025 prevede, per la generalità dei prodotti UE, un dazio complessivo non superiore al 15%. Nella lettura ISMEA, però, conta soprattutto il differenziale rispetto ai dazi precedenti: per Parmigiano Reggiano e Grana Padano il differenziale è zero, mentre per prodotti come pasta, pecorino, aceto e acque minerali si arriva a un differenziale vicino al 15%; per l’olio extravergine il dazio aggiuntivo è intorno a 14,5-14,7%, e per vini e spumanti il differenziale varia (dall’ordine del 12% fino a circa 14%, a seconda delle categorie).

Eppure, nella prima metà dell’anno, i flussi non si sono mossi “come da manuale”. Guardando alle variazioni mensili tendenziali, l’agroalimentare italiano verso gli Usa mostra una crescita solida fino a marzo 2025, poi un raffreddamento tra aprile e maggio e una vera fase negativa dall’estate: ad agosto il valore dell’export agroalimentare verso gli Usa segna circa -22% rispetto ad agosto 2024, e anche settembre resta in contrazione (circa -10,8%). ISMEA lo interpreta come “effetto scorte”: importatori e distributori hanno anticipato le spedizioni prima dell’entrata in vigore delle nuove tariffe, riempiendo i magazzini e riducendo gli ordini nei mesi successivi.

In questo quadro, c’è un’altra variabile che per l’export vale quanto una tariffa: il cambio. Il Rapporto richiama la svalutazione del dollaro sull’euro (circa -13% tra gennaio e settembre 2025) e sottolinea che, insieme ai dazi, può amplificare o attenuare la competitività di prezzo.

Il paradosso del prezzo: perché il 15% non diventa (quasi mai) 15% sullo scaffale

C’è però un elemento che, per molti prodotti italiani, può fare da “cuscinetto”: il prezzo finale al consumatore non coincide con il prezzo all’importazione. ISMEA osserva che, anche a margini invariati, l’aumento legato al dazio tende a pesare meno del 15% sul prezzo al dettaglio perché lungo la filiera entrano logistica, distribuzione e servizi commerciali. E se una parte degli operatori decidesse di assorbire temporaneamente il rincaro riducendo i margini, l’impatto sul consumatore potrebbe essere ulteriormente diluito (anche se ciò rischia di rinviare, più che evitare, l’aggiustamento).

Gli esempi aiutano a capire perché la partita non è solo di prezzo. Nel vino, gli Usa nel 2024 hanno importato bottiglie per 4,6 miliardi di euro: Francia (33%) e Italia (32%) dominano, con valori medi differenti ma un presidio consolidato. I fornitori oggi relativamente meno colpiti da dazi aggiuntivi (come Nuova Zelanda e Australia) rappresentano una quota minoritaria e, secondo ISMEA, difficilmente possono “spiazzare” in modo significativo la presenza franco-italiana. Il rischio, semmai, è più alto per i prodotti di massa nella grande distribuzione, e più contenuto nel canale horeca, dove la domanda è guidata dalla qualità percepita.

Sull’olio extravergine, lo scenario è simile: le importazioni Usa valgono circa 2,3 miliardi, con Italia (36%) e Spagna (34%) in testa. Anche dove esistono concorrenti potenzialmente più competitivi sul prezzo, il posizionamento dell’imbottigliato italiano e la percezione di qualità restano una barriera alla sostituzione “automatica”.

Reputazione, filiera e “soft power”: l’export si difende anche fuori dalla dogana

Il Rapporto ISMEA ricorda che la competitività italiana non è un fatto isolato: riguarda una filiera che, se considerata in senso esteso (distribuzione, ristorazione, logistica e servizi collegati), può arrivare a valere circa il 15% del Pil. Ed è qui che l’export si intreccia con la reputazione: la ristorazione italiana nel mondo – stimata nel Rapporto a 251 miliardi di euro nel 2024 – funziona da amplificatore culturale e commerciale, alimentando quella familiarità con i sapori italiani che poi si traduce in domanda per vino, pasta, olio, formaggi e Dop.

In altre parole: i dazi contano, ma non spiegano tutto. Proprio perché molti prodotti italiani sono acquistati per identità e riconoscibilità, la sostituibilità è spesso limitata, soprattutto nelle produzioni a Indicazione Geografica. Questo non elimina i rischi (e ISMEA segnala anche l’attenzione Usa verso le IG come possibili “barriere non tariffarie”), ma aiuta a leggere la resilienza dell’export italiano: forte specializzazione, marchi territoriali, capacità di stare nei canali giusti e di difendere valore anche quando il contesto si fa più ostile.

 

Fonte: a cura della Redazione di Exportiamo, a.gambino@exportiamo.it  -  Autore Alessio Gambino

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