Blockchain a tavola: una catena per salvare il Made in Italy e la nostra salute

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31 Maggio 2018
Categoria: Food & Beverage

La tracciabilità agroalimentare è una sfida per gli operatori del settore food. La blockchain, permettendo di tracciare l’origine, la filiera di produzione, trasformazione e distribuzione di un determinato prodotto, si delinea come la soluzione in grado di garantire trasparenza e sicurezza nella catena in tutte le sue fasi ed evitare frodi e contraffazioni. Scopriamo insieme come…

Ben sette utenti di internet su dieci identificano la parola “blockchain” col mondo delle criptovalute – leggi bitcoin – e dei servizi finanziari. In realtà si tratta di due concetti totalmente differenti, seppure collegati: i bitcoin sono infatti un tipo di criptomoneta, cioè una moneta virtuale, mentre la blockchain è la tecnologia sottostante ai meccanismi che ne regolano le transazioni. In altre parole, i bitcoin sono solo una delle tante possibili declinazioni della blockchain, che non si ferma dunque alla finanza, dove ha certamente trovato uno dei terreni a più alto tasso di interesse, ma sta seminando nuove opportunità di gestire in modo innovativo i rapporti, i contratti, le modalità di controllo e di identificazione anche in tanti altri settori come il retail, il manufacturing, e soprattutto la filiera del food.

Cos’è esattamente la blockchain? E come funziona?

La blockchain, che letteralmente significa “catene a blocchi”, è un protocollo di comunicazione per la scambio in rete di transazioni e/o informazioni crittografate basato sulla logica del database distribuito, un database in cui i dati non sono memorizzati su un solo computer ma su più macchine collegate tra loro. Ognuno può essere uno snodo di questa rete, basta avere una copia del registro delle transazioni che è pubblico e non modificabile dal singolo, né correggibile retroattivamente. Uno degli elementi fondamentali della blockchain è che nessuno ha il registro delle transazioni, ma ogni partecipante alla rete ha una copia del registro, che viene aggiornato ogni volta che qualcuno compie una transazione, transazione che viene autenticata grazie ad un complesso sistema di crittografia.

Per riassumere, la blockchain è un sistema di registri diffuso, in cui non c’è un’autorità che controlla. I controllori sono tutti i nodi della rete. Le informazioni contenute nel registro sono pubbliche, ma si ricorre alla crittografia per assicurare l’inviolabilità del sistema. Ogni transazione (blocco) va ad accodarsi a quelli precedenti formando una catena (chain) che non può essere modificata retroattivamente da nessuno dei nodi, da qui la certezza di una tracciabilità assoluta.

Qual è l‘applicazione della blockchain nel settore agroalimentare?

Come funziona la blockchain nel settore food? Esattamente come per i bitcoin, solo che mentre per questi ultimi ad essere scambiate sono informazioni sul possesso della moneta virtuale, nel caso del settore agroalimentare sono invece informazioni relative alla produzione di un prodotto agricolo o di allevamento, al suo trasporto, lavorazione, impacchettamento, distribuzione e così via. Ogni attore della filiera agroalimentare diventa così un nodo della blockchain che inserisce e certifica le informazioni.

Per quanto riguarda i consumatori, sarà facile tracciare la filiera di un prodotto: grazie a un protocollo di fiducia decentralizzato le aziende alimentari potranno utilizzare etichette intelligenti connesse alle spedizioni, assegnando a ciascun lotto un numero identificativo univoco; su ogni etichetta verrà stampato un QR code che basterà inquadrare con un semplice smartphone per conoscere i dettagli di origine dell’azienda, numeri di lotto, indicazioni sulla lavorazione, date di scadenza, stoccaggio, spedizione e numerose altre informazioni.

Quali sono i vantaggi della blockchain alimentare?

Ogni consumatore avrà, grazie a questa tecnologia, diversi vantaggi. In primo luogo sul campo della sicurezza alimentare perché conoscere la provenienza di un prodotto eviterà al consumatore di mettere in tavola alimenti contaminati. Scandali come quello delle “uova al Fipronil” hanno messo in allarme milioni di famiglie in tutta Europa e prima che si potesse risalire allo stabilimento di produzione e poi rintracciare le uova lungo la catena di distribuzione per ritirarle ci sono volute settimane, che, in caso di contaminazione alimentare, sono un’eternità. Con la blockchain ci sarebbero voluti invece pochi secondi. Questi scandali causano malesseri e morti: l’Organizzazione mondiale della sanità (WHO) ha stimato che il 10% della popolazione mondiale si ammala ogni anno perché ingerisce cibi contaminati e ben 420mila persone muoiono a causa delle complicazioni. Anche se nei paesi industrializzati le morti sono estremamente rare, gli scandali creano danni enormi alle aziende e ai comparti ad esse collegati. Trovare una soluzione efficiente, affidabile e non eludibile è dunque una priorità.

In secondo luogo, non meno importante, si possono limitare le frodi e di conseguenza gli acquisti di prodotti taroccati. Una delle problematiche che da sempre affligge il comparto food è, infatti, quello delle frodi e contraffazioni alimentari che, secondo l’Agenzia per la tutela della proprietà intellettuale (Euipo) costano alle imprese europee circa 83 miliardi all’anno e comportano una perdita di quasi 800.000 posti di lavoro. La blockchain può invece rappresentare un mezzo per tutelare i prodotti Made in Italy venduti all’estero e, più in generale, per proteggere i consumatori contro i prodotti falsi.

La blockchain è il futuro del settore FoodTech, o e già il presente?

All’estero sono già numerose le startup del settore FoodTech che offrono applicazioni blockchain, come l’americana ripe.io, l’inglese Provenance, la svizzera Ambrosus, solo per citarne alcune – e diversi i progetti pilota avviati da aziende del comparto: ad esempio, alla fine del 2016 il colosso americano Walmart è stato uno tra i pionieri nell’utilizzo della blockchain per la sicurezza alimentare, avviando una sperimentazione con Ibm per tracciare le spedizioni di carne di maiale sul mercato cinese. Inoltre, a luglio 2017 negli Stati Uniti è stata formalizzata una partnership tra Ibm e un consorzio di aziende che include 10 big dell’industria alimentare tra cui Walmart, Nestlé e Unilever che stanno lavorando per implementare la tecnologia blockchain nella loro supply chain.

Carrefour è stata invece la prima catena europea ad aver avviato l’utilizzo della blockchain, riservandola per il momento alla filiera dei suoi polli Auvergne a marchio, anche se entro la fine di quest’anno intende estendere la tecnologia ad altri prodotti.

Nel frattempo, l’ecosistema dell’innovazione a supporto della “Blockchain of Food” sta cominciando a delinearsi anche nel nostro Paese: sono nati incubatori e acceleratori dedicati al FoodTech – come lo Startupbootcamp FoodTech di Roma e il programma Food Accelerator di H-Farm – e sono comparse sul mercato le prime applicazioni di tracciabilità dei prodotti agroalimentari basate su blockchain sviluppate da alcune startup italiane come EZ Lab e Foodchain.

Perché questa tecnologia sia davvero efficace è però necessario che tutti gli attori della filiera alimentare siano disposti a mettere in comune una serie di informazioni e a essere quindi trasparenti. “Scegliere la blockchain comporta un passaggio culturale complesso”, sostiene Valeria Portale, direttore dell’Osservatorio blockchain & distributed ledger del Politecnico di Milano. Siamo già nell’era dell’Internet of Things. Siamo pronti per passare a quella dell’ Internet of Food?

Fonte: a cura di Exportiamo, Miriam Castelli, redazione@exportiamo.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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