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    <title>Exportiamo.it - Eventi e Formazione</title>
    <link>https://www.exportiamo.it/eventi-e-formazione/</link>
    <description>Ultimi eventi pubblicati su Exportiamo.it</description>
    <language>it-it</language>
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        <title><![CDATA[Export agroalimentare: il mercato mondiale vale 2.000 miliardi]]></title>
        <link>https://www.exportiamo.it/settori/1644/export-agroalimentare-il-mercato-mondiale-vale-2000-miliardi/</link>
        <pubDate>Thu, 01 Oct 2026 03:26:47 +0000</pubDate>
        <description><![CDATA[Export agroalimentare mondiale: un mercato da 2.000 miliardi di dollari. Dove sono le opportunit&agrave; per le imprese italiane?
Il commercio internazionale di prodotti agroalimentari continua a rappresentare uno dei grandi motori dell&#8217;economia mondiale. Ma dietro alla crescita dei valori scambiati si sta verificando una trasformazione molto pi&ugrave; profonda: cambiano i mercati di destinazione, aumenta la dipendenza dalle importazioni di alcune aree del mondo e cresce l&#8217;importanza della diversificazione commerciale.
Secondo il nuovo The State of Agricultural Commodity Markets 2026 della FAO, il valore del commercio mondiale di prodotti alimentari e agricoli &egrave; aumentato di circa cinque volte tra il 2000 e il 2024, raggiungendo circa 2.000 miliardi di dollari.
Numeri che mostrano quanto il food sia ormai un mercato profondamente globale e quanto l&#8217;internazionalizzazione rappresenti un&#8217;opportunit&agrave; strategica anche per le imprese agroalimentari italiane.
Il commercio agroalimentare mondiale continua a crescere, ma non soltanto nei volumi
La lettura dei dati richiede per&ograve; una certa cautela.
Secondo FAOSTAT, il commercio mondiale di prodotti agricoli e zootecnici &egrave; cresciuto in termini reali in maniera abbastanza costante fino al 2020. Negli anni successivi il valore nominale delle esportazioni ha continuato ad aumentare, mentre i volumi non hanno registrato una crescita analoga.
Una parte dell&#8217;espansione recente del commercio mondiale &egrave; quindi legata all&#8217;aumento dei prezzi internazionali delle commodity e dei prodotti alimentari.
Nel 2024 i prezzi delle importazioni alimentari sono diminuiti rispetto ai picchi precedenti, ma sono rimasti significativamente superiori ai livelli precedenti alla pandemia.
Per le imprese esportatrici questo significa che guardare esclusivamente alla crescita percentuale del valore di un mercato pu&ograve; essere fuorviante: prezzi, volumi, domanda e struttura distributiva devono essere analizzati insieme.
La nuova geografia mondiale della domanda alimentare
Uno degli aspetti pi&ugrave; interessanti evidenziati dalla FAO riguarda la progressiva trasformazione della geografia degli scambi.
L&#8217;Asia presenta un crescente deficit commerciale agroalimentare e una maggiore dipendenza dalle importazioni per soddisfare la domanda interna di prodotti alimentari e mangimi, con un ruolo particolarmente importante di grandi mercati come Cina e India.
L&#8217;Europa, invece, continua a essere caratterizzata da una forte componente di commercio intra-regionale. Questa evoluzione suggerisce alle imprese italiane di guardare al mercato mondiale con una prospettiva pi&ugrave; ampia.
Stati Uniti, Germania, Francia, Regno Unito e gli altri mercati tradizionali rimangono fondamentali per il Made in Italy alimentare, ma nei prossimi anni una parte crescente della domanda potrebbe provenire da economie nelle quali aumentano reddito disponibile, urbanizzazione, classe media e consumo di prodotti alimentari importati.
Europa: 238 miliardi di euro di export agroalimentare
L&#8217;Unione europea rimane una delle grandi potenze mondiali dell&#8217;agroalimentare. Nel 2025 le esportazioni agroalimentari UE hanno raggiunto il record di 238,4 miliardi di euro, in crescita di circa l&#8217;1% rispetto all&#8217;anno precedente.
La Commissione europea indica l&#8217;UE come il maggiore esportatore agroalimentare mondiale e sottolinea come nel 2025 sia stata l&#8217;unica tra i cinque principali esportatori &ndash; UE, Stati Uniti, Brasile, Cina e Canada &ndash; ad aumentare il valore complessivo delle proprie esportazioni.
Cereali, prodotti lattiero-caseari e vino hanno continuato ad avere un ruolo importante nell&#8217;export europeo, mentre l&#8217;aumento dei prezzi internazionali ha sostenuto il valore delle esportazioni di prodotti a base di cacao, caff&egrave;, cioccolato e dairy.
Un altro elemento significativo riguarda gli accordi commerciali: nel 2025 circa il 61% dell&#8217;export agroalimentare europeo &egrave; stato diretto verso Paesi legati all&#8217;UE da accordi di libero scambio. Un dato che dimostra quanto accordi commerciali, riduzione delle barriere e accesso ai mercati possano incidere concretamente sulle opportunit&agrave; delle imprese esportatrici.
E nel 2026? I primi dati mostrano un mercato pi&ugrave; complesso
I dati pi&ugrave; recenti pubblicati dalla Commissione europea il 28 settembre 2026 mostrano per&ograve; un quadro meno lineare.
Tra gennaio e luglio 2026 l&#8217;UE ha esportato prodotti agroalimentari per 138,7 miliardi di euro, circa l&#8217;1% in meno rispetto allo stesso periodo del 2025.
Contemporaneamente, per&ograve;, il surplus commerciale agroalimentare europeo &egrave; salito a 30,1 miliardi di euro, 2,9 miliardi in pi&ugrave; rispetto allo stesso periodo dell&#8217;anno precedente, anche grazie alla riduzione delle importazioni.
Interessanti soprattutto alcuni mercati in crescita: nello stesso periodo le esportazioni UE verso l&#8217;Egitto sono aumentate del 22%, quelle verso l&#8217;Ucraina del 10% e quelle verso la Turchia del 7%.
Sono numeri che confermano un principio importante per chi si occupa di export: non esiste un unico mercato agroalimentare mondiale.
Paesi, categorie merceologiche e canali distributivi possono presentare dinamiche completamente differenti.
Italia: nuovo record dell&#8217;export agroalimentare
In questo scenario l&#8217;Italia continua a occupare una posizione particolarmente interessante.
Nel 2025 l&#8217;export agroalimentare italiano ha raggiunto 72,4 miliardi di euro, registrando una crescita del 4,9% rispetto al 2024 e stabilendo un nuovo record storico.
Secondo ISMEA, tra le categorie che hanno contribuito positivamente alla performance dell&#8217;export italiano figurano caff&egrave;, prodotti della panetteria e pasticceria, formaggi, prosciutti e frutta fresca.
Il dato assume ancora maggiore rilevanza se confrontato con l&#8217;andamento complessivo delle esportazioni italiane: nel 2025 l&#8217;export nazionale &egrave; cresciuto del 3,3%, mentre l&#8217;agroalimentare ha registrato una dinamica superiore.
Il food si conferma quindi uno dei comparti pi&ugrave; dinamici del Made in Italy sui mercati internazionali.
Perch&eacute; il Made in Italy ha ancora spazio per crescere
I 72,4 miliardi di euro raggiunti dall&#8217;Italia rappresentano un risultato importante, ma il confronto con le dimensioni del commercio agroalimentare mondiale evidenzia anche quanto spazio esista ancora per crescere.
La competizione internazionale, tuttavia, non si gioca soltanto sulla qualit&agrave; del prodotto.
Per molte PMI italiane il vero salto dimensionale passa dalla capacit&agrave; di costruire una strategia strutturata di internazionalizzazione.
Significa individuare i mercati attraverso i dati, scegliere correttamente importatori e distributori, adattare packaging e comunicazione, conoscere normative e procedure doganali, sviluppare canali digitali e marketplace e, soprattutto, evitare di disperdere investimenti contemporaneamente su troppi Paesi.
Stati Uniti, Europa o mercati emergenti?
Non esiste una risposta valida per tutte le aziende.
Per un produttore italiano di pasta premium, olio extravergine di oliva, conserve, formaggi o prodotti da forno, gli Stati Uniti possono rappresentare un mercato estremamente interessante per dimensioni e capacit&agrave; di spesa.
Per altre categorie potrebbe essere pi&ugrave; efficace consolidare la presenza in Europa, dove prossimit&agrave; geografica, mercato unico e reti distributive mature possono ridurre sensibilmente la complessit&agrave; dell&#8217;internazionalizzazione.
In altri casi, invece, pu&ograve; essere opportuno analizzare mercati in crescita in Asia, Medio Oriente o altre economie emergenti.
La scelta dovrebbe partire non dalla domanda generica &#8220;dove si vende il Made in Italy?&#8221;, ma da una domanda molto pi&ugrave; precisa:
dove esiste una domanda crescente per il mio specifico prodotto e dove la mia azienda possiede le condizioni economiche, organizzative e normative per intercettarla?
Export agroalimentare 2026: la parola chiave &egrave; diversificazione
Il rapporto FAO 2026 introduce infine un tema destinato a diventare sempre pi&ugrave; importante: la resilienza delle catene internazionali del food.
Eventi climatici estremi, conflitti, crisi economiche, pandemie, oscillazioni dei prezzi energetici e tensioni geopolitiche possono propagarsi rapidamente attraverso un sistema alimentare mondiale fortemente interconnesso.
Secondo la FAO, i Paesi che possono approvvigionarsi attraverso un maggior numero di partner commerciali risultano generalmente pi&ugrave; resilienti agli shock. Al contrario, una forte dipendenza da pochi fornitori o pochi mercati aumenta l&#8217;esposizione alle crisi.
Lo stesso principio pu&ograve; essere applicato alle strategie delle imprese.
Dipendere eccessivamente da un solo mercato estero pu&ograve; rappresentare un rischio. Costruire progressivamente un portafoglio di mercati e partner commerciali differenti pu&ograve; invece aumentare la capacit&agrave; dell&#8217;impresa di affrontare cambiamenti nei consumi, dazi, oscillazioni valutarie o nuove barriere commerciali.
Un mercato globale da 2.000 miliardi che premia chi sa scegliere
Il commercio agroalimentare mondiale &egrave; oggi molto pi&ugrave; grande, interconnesso e complesso rispetto a vent&#8217;anni fa.
Il valore degli scambi &egrave; quintuplicato dal 2000, l&#8217;Unione europea esporta quasi 240 miliardi di euro di prodotti agroalimentari all&#8217;anno e l&#8217;Italia ha raggiunto il record storico di 72,4 miliardi.
Ma il dato forse pi&ugrave; importante per le imprese non &egrave; quanto vale oggi il mercato.
&Egrave; dove crescer&agrave; la domanda domani.
Per le PMI agroalimentari italiane, la vera opportunit&agrave; dei prossimi anni sar&agrave; quindi trasformare l&#8217;enorme reputazione internazionale del Made in Italy in una presenza commerciale pi&ugrave; strutturata, scegliendo i mercati attraverso dati, analisi della domanda e strategie di ingresso costruite sul singolo prodotto.
Perch&eacute; nell&#8217;export agroalimentare contemporaneo non basta essere italiani.
Bisogna essere presenti nel mercato giusto, con il prodotto giusto, attraverso il canale giusto.
&nbsp;

Fonte: a cura della Redazione di Exportiamo, a.gambino@exportiamo.it&nbsp; -&nbsp; Autore Alessio Gambino
&copy; RIPRODUZIONE RISERVATA
&nbsp;
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        <title><![CDATA[Esportare prodotti alimentari negli Stati Uniti: mercato, FDA e digitale per vendere il Made in Italy food negli USA]]></title>
        <link>https://www.exportiamo.it/settori/1642/esportare-prodotti-alimentari-negli-stati-uniti-mercato-fda-e-digitale-per-vendere-il-made-in-italy-food-negli-usa/</link>
        <pubDate>Mon, 06 Jul 2026 16:21:01 +0000</pubDate>
        <description><![CDATA[Gli Stati Uniti continuano a rappresentare uno dei mercati pi&ugrave; importanti e competitivi per l&rsquo;agroalimentare italiano. La recente partecipazione di oltre 300 aziende italiane al Summer Fancy Food Show di New York ha confermato l&rsquo;interesse dei buyer americani per il Made in Italy, ma la vera notizia &egrave; pi&ugrave; ampia: esportare prodotti alimentari negli USA oggi richiede una strategia integrata, capace di unire qualit&agrave; del prodotto, compliance FDA, distribuzione, digitale ed e-commerce.
Nel 2024 le esportazioni italiane di food &amp; beverage verso gli Stati Uniti hanno raggiunto valori record. Secondo i dati ICE riportati da Italianfood.net, nei primi undici mesi del 2024 l&rsquo;export italiano verso gli USA ha toccato i 7,8 miliardi di dollari, con una crescita del 17,4% rispetto allo stesso periodo dell&rsquo;anno precedente.
Il dato conferma il ruolo degli Stati Uniti come mercato strategico per pasta, vino, olio extravergine di oliva, formaggi, conserve, aceto balsamico, salumi, prodotti da forno e specialit&agrave; regionali. Tuttavia, la crescita del mercato non significa automaticamente facilit&agrave; di ingresso. Gli USA premiano i prodotti italiani autentici, ma richiedono preparazione normativa, investimenti commerciali e una forte presenza digitale.
Perch&eacute; il mercato americano continua a premiare il Made in Italy alimentare
Il consumatore americano associa l&rsquo;Italia a qualit&agrave;, tradizione, gusto, convivialit&agrave; e stile di vita mediterraneo. Questo posizionamento resta un vantaggio competitivo enorme per le imprese italiane, soprattutto nel segmento premium e specialty food.
A crescere non sono soltanto le categorie pi&ugrave; note, come pasta, vino e olio, ma anche prodotti regionali, referenze gourmet, conserve artigianali, dolci tipici, aceti, tartufi, specialty coffee, prodotti biologici e soluzioni ready-to-cook di fascia alta.
La domanda americana si sta evolvendo verso prodotti pi&ugrave; autentici, pi&ugrave; raccontabili e pi&ugrave; distintivi. Non basta pi&ugrave; essere &ldquo;italiani&rdquo;: occorre spiegare da dove nasce il prodotto, quale territorio rappresenta, come si usa in cucina e perch&eacute; merita un prezzo superiore rispetto alle alternative locali o industriali.
Export food USA: le opportunit&agrave; per le PMI italiane
Per molte PMI italiane gli Stati Uniti rappresentano il mercato ideale per valorizzare prodotti di nicchia e specialit&agrave; territoriali. Il consumatore americano &egrave; abituato ad acquistare prodotti premium, &egrave; sensibile allo storytelling e spesso cerca esperienze gastronomiche pi&ugrave; autentiche rispetto all&rsquo;offerta standard della grande distribuzione.
Le opportunit&agrave; pi&ugrave; interessanti riguardano:

pasta artigianale e formati regionali;
sughi, passate e conserve premium;
olio extravergine di oliva di qualit&agrave;;
aceto balsamico e condimenti;
formaggi e salumi italiani;
tartufi e specialit&agrave; gourmet;
biscotti, dolci e prodotti da forno;
prodotti biologici e clean label;
ingredienti per cucina italiana autentica;
box, kit ricette e soluzioni e-commerce.

Il vero potenziale, per&ograve;, non si esprime solo attraverso importatori e distributori tradizionali. Sempre pi&ugrave; spesso la crescita passa anche dal digitale: e-commerce, contenuti SEO, marketplace, newsletter, advertising, social media e presenza sui motori di risposta basati sull&rsquo;intelligenza artificiale.
Digitale ed e-commerce: il nuovo terreno competitivo del Made in Italy food negli USA
Negli Stati Uniti il percorso di acquisto dei prodotti alimentari &egrave; sempre pi&ugrave; digitale. Anche quando il consumatore compra fisicamente in negozio, spesso scopre prima il prodotto online, legge recensioni, cerca ricette, confronta prezzi, consulta blog, marketplace e social media.
Per questo motivo, le imprese italiane che vogliono esportare food negli USA non possono pi&ugrave; limitarsi a trovare un importatore. Devono costruire una presenza digitale coerente, capace di sostenere le vendite e rafforzare il brand.
Un sito e-commerce ben posizionato consente di:

testare la domanda su specifici prodotti;
raccogliere dati sui consumatori;
creare contenuti SEO attorno a ricette e ingredienti;
educare il pubblico americano all&rsquo;uso del prodotto;
supportare importatori e retailer;
aumentare la visibilit&agrave; del brand;
intercettare ricerche su Google e motori AI;
costruire community e fidelizzazione.

In questo scenario, piattaforme specializzate come Magnifico Food (www.magnificofood.com)&nbsp;rappresentano un esempio interessante di presidio digitale del segmento premium del Made in Italy alimentare negli Stati Uniti. Il sito propone una selezione di prodotti italiani di alta qualit&agrave;, con un posizionamento orientato a consumatori americani interessati a ingredienti autentici, specialit&agrave; regionali e prodotti gourmet difficilmente reperibili nei canali tradizionali.
La crescita di piattaforme verticali come Magnificofood.com dimostra che il digitale pu&ograve; diventare non solo un canale di vendita, ma anche uno strumento di educazione del mercato. Schede prodotto ottimizzate, articoli SEO, ricette, newsletter e campagne digitali aiutano a spiegare il valore del prodotto italiano e a renderlo pi&ugrave; visibile sia sui motori di ricerca sia sulle nuove piattaforme basate sull&rsquo;intelligenza artificiale.
SEO, contenuti e AI visibility: essere trovati &egrave; parte della strategia export
Uno degli errori pi&ugrave; frequenti delle imprese italiane &egrave; pensare che la promozione negli USA coincida solo con fiere, cataloghi e incontri B2B. Questi strumenti restano importanti, ma oggi devono essere affiancati da una strategia digitale continuativa.
Un buyer, un distributore o un consumatore americano che cerca &ldquo;best Italian pasta&rdquo;, &ldquo;authentic balsamic vinegar&rdquo;, &ldquo;Italian guanciale for carbonara&rdquo;, &ldquo;premium extra virgin olive oil from Italy&rdquo; o &ldquo;where to buy Italian food online&rdquo; deve poter trovare contenuti chiari, autorevoli e ottimizzati.
Per questo servono:

schede prodotto in inglese americano;
blog post informativi;
ricette collegate ai prodotti;
meta title e meta description ottimizzati;
immagini con alt text coerenti;
newsletter e automazioni email;
contenuti social;
recensioni e user generated content;
link interni tra prodotti, categorie e articoli;
presenza su piattaforme e-commerce affidabili.

La SEO non &egrave; pi&ugrave; solo un tema tecnico: &egrave; parte della strategia export. Essere visibili online significa aumentare la credibilit&agrave; del brand, generare traffico qualificato e rendere pi&ugrave; efficace anche il lavoro commerciale offline.
FDA: il primo passaggio per esportare alimenti negli Stati Uniti
Prima ancora di vendere online, spedire campioni o cercare distributori, un&rsquo;azienda alimentare che vuole esportare negli Stati Uniti deve verificare la propria conformit&agrave; alla normativa FDA.
Le strutture estere che producono, trasformano, confezionano o detengono alimenti destinati al mercato americano sono generalmente tenute a registrarsi presso la Food and Drug Administration. La FDA prevede inoltre il rinnovo biennale della registrazione per le strutture soggette a tale obbligo.
Per le aziende straniere &egrave; inoltre necessario indicare un U.S. Agent, cio&egrave; un referente fisicamente presente negli Stati Uniti che possa ricevere comunicazioni ufficiali e interfacciarsi con la FDA. Il regolamento federale prevede che, per le strutture estere, la FDA possa verificare che il soggetto indicato abbia accettato di svolgere il ruolo di U.S. Agent.
Questo aspetto &egrave; spesso sottovalutato, ma &egrave; decisivo. Una gestione incompleta degli adempimenti FDA pu&ograve; causare ritardi, blocchi merce, richieste documentali o problemi con importatori e broker doganali.
Checklist FDA per esportare food negli USA
Prima di esportare prodotti alimentari negli Stati Uniti, l&rsquo;azienda dovrebbe verificare almeno questi elementi:

registrazione FDA dello stabilimento;
nomina dell&rsquo;U.S. Agent;
rinnovo biennale della registrazione;
Prior Notice per ogni spedizione;
etichetta conforme alla normativa americana;
Nutrition Facts Panel corretto;
dichiarazione allergeni;
verifica di ingredienti, claim e denominazioni;
coordinamento con importatore, broker e spedizioniere;
rispetto degli obblighi FSMA e FSVP.

La Prior Notice &egrave; un passaggio essenziale perch&eacute; consente alla FDA di ricevere informazioni preventive sugli alimenti importati prima del loro arrivo negli Stati Uniti. Anche l&rsquo;importatore americano ha specifiche responsabilit&agrave; nell&rsquo;ambito del Foreign Supplier Verification Program, che disciplina la verifica dei fornitori esteri e dei prodotti importati.
U.S. Agent FDA e supporto operativo negli Stati Uniti
Molte aziende italiane non dispongono di una sede o di una struttura operativa negli Stati Uniti. Per questo motivo pu&ograve; essere utile affidarsi a un partner locale in grado di supportare la registrazione FDA, svolgere il ruolo di U.S. Agent, coordinarsi con importatori e broker e assistere l&rsquo;impresa nella fase di ingresso sul mercato.
In questo ambito, societ&agrave; come IBS Trading Corp, attive direttamente negli Stati Uniti, possono rappresentare un supporto operativo per le imprese italiane che vogliono esportare prodotti alimentari nel mercato americano, gestendo aspetti regolatori, documentali e commerciali.
www.ibstrading.us
L&rsquo;obiettivo non &egrave; soltanto ottenere una registrazione, ma costruire un percorso ordinato: verificare la conformit&agrave;, evitare errori in etichetta, coordinare la prima spedizione e preparare l&rsquo;azienda a dialogare correttamente con importatori, buyer e autorit&agrave; americane.
Dazi, logistica e margini: le variabili da controllare
Accanto alla FDA, un altro elemento cruciale &egrave; la sostenibilit&agrave; economica dell&rsquo;operazione. Negli ultimi mesi il tema dei dazi e delle politiche commerciali statunitensi &egrave; tornato centrale per molte categorie del Made in Italy alimentare. In particolare, vino, olio, pasta, formaggi e prodotti premium sono esposti a possibili variazioni tariffarie e a un contesto commerciale pi&ugrave; imprevedibile.
Per questo motivo le imprese devono calcolare con attenzione:

prezzo ex works;
trasporto internazionale;
assicurazione;
dazi e oneri doganali;
costo del broker;
margine dell&rsquo;importatore;
margine del distributore;
margine del retailer;
eventuali costi promozionali;
resi, rotture e customer service.

Un prodotto che in Italia appare competitivo pu&ograve; diventare troppo caro negli Stati Uniti se non viene costruita correttamente la catena del valore.
Gli errori pi&ugrave; frequenti delle aziende italiane negli USA
Molte imprese italiane affrontano il mercato americano con entusiasmo, ma senza una strategia sufficiente. Gli errori pi&ugrave; comuni sono:

pensare che la qualit&agrave; del prodotto basti da sola;
usare etichette europee non conformi;
sottovalutare FDA, Prior Notice e FSVP;
non calcolare correttamente logistica e margini;
cercare subito grandi catene retail;
non investire in packaging;
non avere contenuti digitali in inglese americano;
non lavorare su SEO e ricette;
non supportare importatori e retailer con materiali commerciali;
non presidiare e-commerce e canali digitali.

Negli USA non vince necessariamente il prodotto migliore, ma quello che riesce a combinare qualit&agrave;, conformit&agrave;, distribuzione, racconto e visibilit&agrave;.
Come costruire una strategia efficace per esportare food negli USA
Una PMI italiana che vuole entrare nel mercato americano dovrebbe partire da un percorso graduale e realistico.
I passaggi consigliati sono:
1. analizzare il potenziale del prodotto;
2. verificare FDA, etichette e documentazione;
3. definire il corretto posizionamento prezzo;
4. scegliere canali coerenti con il target;
5. preparare materiali commerciali in inglese;
6. costruire contenuti digitali;
7. attivare SEO, email marketing e social media;
8. testare il prodotto con importatori o e-commerce verticali;
9. partecipare a fiere in modo selettivo;
10. consolidare relazioni commerciali nel medio periodo.
Fiere come il Summer Fancy Food Show restano strumenti importanti, ma devono essere inserite in una strategia pi&ugrave; ampia. Il contatto raccolto in fiera deve essere seguito con contenuti, campioni, schede tecniche, listini, proposte commerciali e una presenza online credibile.
Il futuro del Made in Italy alimentare negli USA
Il mercato americano continuer&agrave; a offrire grandi opportunit&agrave; al Made in Italy alimentare. La domanda di prodotti autentici resta forte, il consumatore &egrave; disposto a pagare per la qualit&agrave; e la cucina italiana mantiene un posizionamento unico.
Tuttavia, la competizione &egrave; sempre pi&ugrave; elevata. Crescono le imitazioni Italian sounding, i brand locali, le private label e gli operatori internazionali capaci di comunicare in modo molto efficace.
Per questo motivo, le aziende italiane devono compiere un salto di qualit&agrave;: non basta esportare prodotto, occorre esportare valore.
Compliance FDA, U.S. Agent, logistica, pricing, digitale, SEO, e-commerce e storytelling sono oggi parte dello stesso percorso. Le imprese che sapranno integrare questi elementi avranno maggiori possibilit&agrave; di trasformare l&rsquo;interesse americano per il Made in Italy in crescita stabile e duratura.
Gli Stati Uniti restano un mercato ricco, dinamico e aperto al cibo italiano. Ma per competere davvero servono metodo, presenza locale e una strategia digitale all&rsquo;altezza delle aspettative del consumatore americano.
Fonte: a cura della Redazione di Exportiamo, a.gambino@exportiamo.it&nbsp; -&nbsp; Autore Alessio Gambino
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        <title><![CDATA[Made in Italy alimentare: i nuovi mercati dell&rsquo;export]]></title>
        <link>https://www.exportiamo.it/settori/1641/made-in-italy-alimentare-i-nuovi-mercati-dell%e2%80%99export/</link>
        <pubDate>Mon, 18 May 2026 08:13:56 +0000</pubDate>
        <description><![CDATA[In un contesto internazionale caratterizzato da tensioni geopolitiche, dazi, rincari energetici e ridefinizione delle catene globali di approvvigionamento, l&rsquo;agroalimentare italiano continua a rappresentare uno dei comparti pi&ugrave; solidi e dinamici dell&rsquo;economia nazionale. La conferma arriva da TUTTOFOOD 2026, la grande manifestazione internazionale dedicata al food &amp; beverage che si &egrave; appena conclusa a Milano con numeri record e con una presenza sempre pi&ugrave; significativa di buyer provenienti da tutto il mondo.
La seconda edizione organizzata da Fiere di Parma ha registrato 123mila presenze, di cui 27mila operatori esteri, con una crescita del 30% rispetto al 2025. La fiera ha occupato 10 padiglioni, 82mila metri quadrati espositivi sold out e ha riunito 5.000 brand, di cui circa il 30% internazionali, oltre a 4.000 top buyer esteri.
Numeri che certificano non soltanto il successo dell&rsquo;evento, ma soprattutto il ruolo centrale che il Made in Italy agroalimentare continua a giocare negli equilibri commerciali globali.
Export agroalimentare italiano oltre i 72 miliardi
Secondo i dati emersi durante la manifestazione, nel 2025 le esportazioni italiane di prodotti alimentari hanno raggiunto i 72,4 miliardi di euro, in crescita del 4,9% rispetto all&rsquo;anno precedente. Parallelamente, il fatturato dell&rsquo;industria alimentare italiana ha toccato quota 204 miliardi di euro, segnando un incremento del 3,6%.
Il food italiano si conferma quindi una delle principali locomotive dell&rsquo;export nazionale, grazie a una combinazione di fattori che pochi competitor internazionali riescono a replicare: qualit&agrave; delle materie prime, reputazione del brand Italia, cultura gastronomica, capacit&agrave; manifatturiera e forte riconoscibilit&agrave; internazionale.
Ma il dato forse pi&ugrave; interessante emerso da TUTTOFOOD riguarda il cambiamento della domanda globale. Oggi il cibo italiano non viene pi&ugrave; percepito soltanto come prodotto tradizionale o &ldquo;heritage&rdquo;, ma come sinonimo di innovazione, autenticit&agrave;, benessere e premiumizzazione.
Gli Stati Uniti restano il mercato strategico
Gli USA continuano a rappresentare il principale mercato extraeuropeo per il food italiano. La testimonianza di SYSCO, il pi&ugrave; grande distributore alimentare americano per il food service, ha confermato come la domanda di prodotti italiani negli Stati Uniti continui a crescere nonostante inflazione e aumento dei prezzi.
Secondo il buyer americano presente in fiera, il consumatore statunitense ricerca sempre pi&ugrave; prodotti autentici italiani anche nelle fasce premium, e il mercato non considera pi&ugrave; il food italiano come &ldquo;etnico&rdquo;, ma pienamente mainstream. Non a caso SYSCO ha inserito specialisti dedicati al prodotto italiano nelle societ&agrave; del gruppo proprio per gestire la crescente domanda.
A fare la differenza sono soprattutto:

tracciabilit&agrave; della filiera;
autenticit&agrave; certificata;
sicurezza alimentare;
sostenibilit&agrave; produttiva;
storytelling territoriale.

Categorie come olio extravergine d&rsquo;oliva, pasta premium, farine specialistiche, conserve e prodotti gourmet continuano a trainare la crescita.
America Latina: cresce la domanda di innovazione europea
Molto interessanti anche i segnali provenienti dall&rsquo;America Latina. Il colosso retail CENCOSUD, attivo in Cile, Argentina, Brasile, Per&ugrave; e Colombia, ha evidenziato come il consumatore sudamericano sia oggi sempre pi&ugrave; aperto alla sperimentazione e alle contaminazioni gastronomiche internazionali.
In particolare:

il Per&ugrave; viene indicato come uno dei mercati latinoamericani pi&ugrave; dinamici;
l&rsquo;Argentina ha registrato una crescita del 100% nell&rsquo;import di prodotti europei negli ultimi 12 mesi;
il food italiano continua a essere associato a qualit&agrave;, innovazione e distintivit&agrave;.

L&rsquo;elemento chiave &egrave; che i buyer non cercano soltanto prodotti tradizionali, ma novit&agrave;, ricette innovative e referenze premium capaci di differenziarsi sugli scaffali.
Per le PMI italiane si apre quindi uno spazio importante soprattutto nel segmento gourmet e nell&rsquo;alto di gamma.
Golfo e Medio Oriente: esplode il premium food
Tra le aree pi&ugrave; promettenti emerse durante TUTTOFOOD 2026 c&rsquo;&egrave; sicuramente quella del Golfo. La catena premium Spinneys, attiva negli Emirati Arabi Uniti, Oman e Arabia Saudita, ha confermato una crescita molto forte del business private label italiano, con incrementi fino al +40% anno su anno.
I consumatori high-end dell&rsquo;area cercano sempre pi&ugrave;:

prodotti biologici;
ingredienti naturali;
specialit&agrave; artigianali;
prodotti premium italiani;
referenze salutistiche.

Le categorie pi&ugrave; richieste includono:

olio EVO;
olive e antipasti;
pasta premium;
conserve;
farine;
tonno premium;
prodotti biologici;
acciughe e specialit&agrave; gourmet.

Secondo i buyer presenti, il biologico potrebbe addirittura raddoppiare il proprio valore nei prossimi anni grazie alla crescente attenzione verso salute e qualit&agrave; alimentare.
Asia sempre pi&ugrave; centrale per il Made in Italy
Anche l&rsquo;Asia si conferma una delle direttrici pi&ugrave; promettenti per il food italiano. Coupang, il principale player e-commerce della Corea del Sud, ha evidenziato come il consumatore coreano sia sempre pi&ugrave; interessato a prodotti autentici italiani e alla cucina internazionale.
La Corea del Sud rappresenta oggi uno dei mercati pi&ugrave; dinamici per:

olio d&rsquo;oliva;
spaghetti;
aceto balsamico;
prodotti premium italiani.

Il canale e-commerce sta giocando un ruolo decisivo nell&rsquo;espansione del Made in Italy in Asia, grazie alla possibilit&agrave; di raggiungere consumatori urbani alto-spendenti e molto digitalizzati.
Anche Hong Kong e Taiwan continuano a rappresentare mercati strategici. City Super Group, uno dei principali retailer gourmet asiatici, considera oggi l&rsquo;Italia il principale Paese di sourcing alimentare europeo.&ugrave;
Horeca internazionale: il vero motore del food italiano
Un altro elemento emerso con forza dalla manifestazione riguarda il ruolo sempre pi&ugrave; centrale del canale horeca internazionale.
Promocash, business unit del gruppo Carrefour specializzata nella ristorazione professionale, ha dichiarato che circa il 70% dei prodotti utilizzati dai ristoranti serviti &egrave; di origine italiana.
Questo dato conferma come la cucina italiana sia ormai strutturale nella ristorazione globale e come molte categorie Made in Italy siano considerate difficilmente sostituibili.
In particolare:

farine italiane;
pasta;
olio;
riso;
vegetali conservati;
aceto balsamico.

Per molte imprese italiane il canale horeca internazionale continua quindi a rappresentare uno dei principali strumenti di ingresso e consolidamento sui mercati esteri.
Le strategie vincenti per aumentare l&rsquo;export agroalimentare
Dalle testimonianze dei buyer internazionali presenti a TUTTOFOOD emergono alcune indicazioni molto chiare sulle strategie che oggi funzionano meglio nei mercati globali.

Puntare sulla premiumizzazione

Il consumatore internazionale &egrave; disposto a spendere di pi&ugrave; per prodotti autentici, premium e con forte identit&agrave; territoriale.

Investire in tracciabilit&agrave; e sostenibilit&agrave;

La sicurezza alimentare e la trasparenza della filiera sono diventate leve competitive fondamentali.

Rafforzare il private label di qualit&agrave;

Sempre pi&ugrave; retailer internazionali cercano partner italiani per sviluppare linee premium a marchio privato.

Presidiare il canale horeca

Ristorazione e food service rappresentano uno straordinario acceleratore di notoriet&agrave; per i prodotti italiani.

Sfruttare e-commerce e piattaforme digitali

Mercati come Corea del Sud, Hong Kong e Taiwan mostrano come il digitale possa diventare uno strumento decisivo per scalare rapidamente.

Innovare senza perdere autenticit&agrave;

Il consumatore globale cerca s&igrave; tradizione italiana, ma reinterpretata in chiave contemporanea, salutistica e innovativa.
In un mercato globale sempre pi&ugrave; competitivo, il Made in Italy agroalimentare continua a distinguersi per qualit&agrave;, autenticit&agrave; e capacit&agrave; di innovare. TUTTOFOOD 2026 ha confermato come i prodotti italiani siano oggi tra i pi&ugrave; richiesti nei segmenti premium, horeca ed e-commerce internazionale. Per le imprese italiane la sfida sar&agrave; consolidare la presenza nei mercati maturi e intercettare le nuove opportunit&agrave; offerte da Asia, Golfo e America Latina. Puntare su sostenibilit&agrave;, tracciabilit&agrave; e valorizzazione del territorio sar&agrave; la chiave per continuare a crescere sui mercati esteri.
Fonte: a cura della Redazione di Exportiamo, a.gambino@exportiamo.it&nbsp; -&nbsp; Autore Alessio Gambino
&copy; RIPRODUZIONE RISERVATA]]></description>
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    </item>
        <item>
        <title><![CDATA[Mercato del vino italiano nel mondo: trend, export e opportunit&agrave; dal Vinitaly 2026]]></title>
        <link>https://www.exportiamo.it/settori/1640/mercato-del-vino-italiano-nel-mondo-trend-export-e-opportunita-dal-vinitaly-2026/</link>
        <pubDate>Tue, 14 Apr 2026 08:19:55 +0000</pubDate>
        <description><![CDATA[Il mercato del vino italiano nel mondo sta attraversando una fase di trasformazione significativa. Dopo anni di crescita sostenuta, il settore si confronta oggi con un rallentamento della domanda globale, nuovi modelli di consumo e una crescente competizione internazionale.
Le evidenze emerse dal Vinitaly 2026, principale evento fieristico del settore, indicano chiaramente una direzione: il futuro del vino italiano non dipender&agrave; pi&ugrave; dai volumi, ma dalla capacit&agrave; di generare valore.
Export vino italiano: andamento e prospettive
Il vino rappresenta uno dei pilastri dell&rsquo;export agroalimentare italiano, con un saldo commerciale superiore ai 7 miliardi di euro nel 2025.
Tuttavia, il contesto internazionale mostra segnali di rallentamento. Le esportazioni di vino italiano hanno registrato una flessione di circa il -4% nel 2025, a causa di una domanda globale pi&ugrave; debole e di un aumento della pressione competitiva.
Le previsioni a medio termine indicano una possibile contrazione del settore fino al -12% entro il 2029, se non verranno adottate strategie di riposizionamento efficaci.
In questo scenario, la crescita non potr&agrave; pi&ugrave; basarsi sull&rsquo;aumento delle quantit&agrave; esportate, ma sulla valorizzazione del prodotto.
Vino premium italiano: il nuovo motore della crescita
Uno dei principali trend emersi riguarda il ruolo sempre pi&ugrave; centrale del segmento premium e luxury nel mercato del vino.
I vini di fascia medio-alta e alta, caratterizzati da maggiore qualit&agrave; e posizionamento distintivo, sono destinati a crescere nei prossimi anni, anche in un contesto generale di contrazione dei consumi.
Per il vino italiano, questo segmento rappresenta un&rsquo;opportunit&agrave; strategica fondamentale. Attualmente, i vini premium costituiscono una quota ancora limitata dell&rsquo;offerta complessiva, ma il loro rafforzamento potrebbe contribuire in modo significativo a sostenere l&rsquo;export.
Puntare sul premium significa:

aumentare i margini
rafforzare il posizionamento internazionale
ridurre la competizione basata sul prezzo

Per le imprese italiane, diventa quindi essenziale investire in qualit&agrave;, identit&agrave; territoriale e branding.
Mercati del vino italiano: dove crescono le opportunit&agrave;
Un altro elemento chiave riguarda la diversificazione geografica dell&rsquo;export. Attualmente, una quota rilevante delle esportazioni italiane &egrave; concentrata in pochi mercati, rendendo il settore esposto a rischi economici e commerciali.
Mercati consolidati
Gli Stati Uniti restano il principale mercato di riferimento per il vino italiano, con prospettive positive soprattutto nel segmento premium, trainato dagli spumanti.
Il Regno Unito offre margini di crescita, in particolare per i vini rossi e rosati di fascia medio-alta.
Il Giappone si conferma tra i mercati pi&ugrave; promettenti, con una domanda sempre pi&ugrave; orientata verso vini di alta gamma.
Mercati in evoluzione
La Cina continua a rappresentare un mercato complesso ma strategico. Nonostante il calo dei consumi in volume, cresce l&rsquo;interesse per vini di qualit&agrave; superiore.
La Corea del Sud mostra dinamiche simili, con ampi spazi di crescita per il vino italiano, soprattutto nel segmento premium.
In America Latina, Messico e Brasile si distinguono per dinamismo e potenziale, anche grazie a una crescente cultura del vino.
Mercati emergenti
Tra le aree pi&ugrave; dinamiche emergono:

Vietnam
Thailandia
Indonesia
India

Questi mercati, seppur ancora contenuti in termini di volumi, registrano tassi di crescita elevati e presentano caratteristiche comuni:

popolazione giovane
crescente interesse per il vino
forte contaminazione con il mondo dei cocktail

In questo contesto, gli spumanti italiani rappresentano un prodotto strategico per intercettare nuovi consumatori.
Vinitaly 2026: una piattaforma globale per il vino italiano
Il Vinitaly 2026 ha confermato il suo ruolo centrale nell&rsquo;internazionalizzazione del settore vitivinicolo italiano.
La presenza di operatori provenienti da oltre 130 Paesi e di numerosi buyer internazionali evidenzia l&rsquo;interesse crescente verso il vino italiano, in particolare nei mercati emergenti.
L&rsquo;aumento delle delegazioni da Asia, Sud America e Africa rappresenta un segnale importante del cambiamento in atto nelle geografie del consumo globale.
Strategie per esportare vino italiano nel mondo
Alla luce dei trend emersi, le imprese italiane devono adottare un approccio strategico per competere nei mercati internazionali.
Le principali direttrici di sviluppo sono:

rafforzamento del posizionamento premium
diversificazione dei mercati di sbocco
investimenti in branding e storytelling
adattamento ai nuovi modelli di consumo

Particolare attenzione deve essere rivolta ai consumatori pi&ugrave; giovani, che mostrano un approccio al vino pi&ugrave; dinamico e meno tradizionale.
Conclusioni
Il mercato del vino italiano nel mondo resta solido, ma sta evolvendo rapidamente. Il Vinitaly 2026 evidenzia una trasformazione chiara: il successo non sar&agrave; pi&ugrave; determinato dai volumi, ma dalla capacit&agrave; di generare valore.
Per le imprese italiane, la sfida &egrave; quella di rafforzare il posizionamento qualitativo, espandere la presenza nei mercati emergenti e rispondere in modo efficace ai cambiamenti della domanda globale.
Il futuro del vino italiano passa dalla qualit&agrave;, dall&rsquo;innovazione e da una strategia internazionale sempre pi&ugrave; mirata.
Fonte: a cura della Redazione di Exportiamo, a.gambino@exportiamo.it&nbsp; -&nbsp; Autore Alessio Gambino
&copy; RIPRODUZIONE RISERVATA]]></description>
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    </item>
        <item>
        <title><![CDATA[Vino, frenata USA nel report UE: per l&rsquo;Italia un campanello d&rsquo;allarme]]></title>
        <link>https://www.exportiamo.it/settori/1639/vino-frenata-usa-nel-report-ue-per-l%e2%80%99italia-un-campanello-d%e2%80%99allarme/</link>
        <pubDate>Tue, 17 Mar 2026 09:38:28 +0000</pubDate>
        <description><![CDATA[L&rsquo;export agroalimentare europeo corre, ma il vino rallenta proprio dove conta di pi&ugrave;: negli Stati Uniti. &Egrave; il messaggio che emerge dal report della Commissione europea pubblicato il 13 marzo 2026 sull&rsquo;andamento degli scambi agroalimentari UE nel 2025. Un documento che, letto con gli occhi delle imprese italiane, fotografa una fase nuova: gli USA restano un mercato chiave, ma diventano anche una variabile di rischio pi&ugrave; evidente per chi esporta vino.
Il quadro UE: record nell&rsquo;export, ma surplus in discesa
Nel 2025 l&rsquo;Unione europea registra un nuovo massimo storico per l&rsquo;export agroalimentare: 238,4 miliardi di euro, in crescita di +1% rispetto al 2024. Tuttavia, l&rsquo;import cresce pi&ugrave; velocemente (fino a 188,6 miliardi, circa +9%), e il saldo commerciale si assottiglia: il surplus scende a 49,9 miliardi.
In questo scenario, gli Stati Uniti restano la seconda destinazione dell&rsquo;export agroalimentare UE (circa 12% del totale), ma sono anche il mercato con la maggiore contrazione: -1,8 miliardi di euro (-6%), a 28,6 miliardi.
Il punto, per il vino, &egrave; che questa frenata non &egrave; &ldquo;neutra&rdquo;: incide direttamente su una delle voci pi&ugrave; identitarie dell&rsquo;export europeo.
Perch&eacute; il vino &egrave; al centro del rallentamento verso gli USA
La Commissione evidenzia che il calo UE negli Stati Uniti &egrave; legato in particolare alla riduzione di alcune categorie, tra cui vino e prodotti a base di vino.
I numeri spiegano bene la portata del tema:

Nel 2025 l&rsquo;export UE di vino e wine-based products scende a 16,4 miliardi di euro, con una diminuzione di circa -1,0 miliardi (-6%) sul 2024.
Gli USA valgono il 27% dell&rsquo;export UE di vino: un peso che rende ogni oscillazione immediatamente sensibile per produttori e filiere.
Nel dettaglio, l&rsquo;UE esporta verso gli Stati Uniti vino per 4,4 miliardi di euro e il calo sul mercato USA &egrave; quantificato in -721 milioni (-14%).

Tradotto: gli Stati Uniti non sono solo &ldquo;un mercato importante&rdquo;. Per il vino europeo sono, di fatto, un mercato-sistema. E quando frena, trascina.
Focus Italia: cosa significa davvero per le aziende italiane
Il report UE non entra nel dettaglio per singolo Paese membro, ma i dati italiani &ndash; letti in parallelo &ndash; aiutano a capire il riflesso concreto sulla nostra export community.
Nel 2025 l&rsquo;export di vino italiano chiude a 7,78 miliardi di euro, in calo di -3,7%, con volumi a 21 milioni di ettolitri (-1,9%). Un arretramento che, per molte aziende, non &egrave; un semplice &ldquo;dato di fine anno&rdquo;, ma un tema operativo: mix di canale, politica prezzi, scorte e contratti.
Il capitolo USA &egrave; quello che pesa di pi&ugrave;:

il valore scende a 1,76 miliardi di euro (-9,2%, pari a -178 milioni);
gli Stati Uniti rappresentano circa il 23% del fatturato estero del vino italiano: in pratica, quasi un euro su quattro dell&rsquo;export di settore.

C&rsquo;&egrave; poi un aspetto che interessa direttamente export manager e direttori commerciali: il 2025 non &egrave; stato omogeneo.
Un anno &ldquo;spaccato in due&rdquo;
Le elaborazioni di settore mostrano una dinamica molto diversa tra primo e secondo semestre:

1&deg; semestre 2025: valore +5,3% (volumi +1,3%) rispetto allo stesso periodo dell&rsquo;anno precedente;
2&deg; semestre 2025: valore -22,8% (volumi -13,4%).

In altre parole, pi&ugrave; che un declino lineare, emerge uno scarto improvviso nella seconda parte dell&rsquo;anno. Un segnale che obbliga a ragionare su cicli di domanda, promozionalit&agrave;, tensioni sul prezzo medio e maggiore selettivit&agrave; della distribuzione.
Quattro implicazioni pratiche per chi esporta vino dall&rsquo;Italia
1) Difesa del prezzo medio e del posizionamentoSe il calo &egrave; in valore e si accompagna a pressione competitiva, il rischio principale &egrave; la &ldquo;corsa allo sconto&rdquo;: recuperare volumi oggi pu&ograve; significare perdere margine e posizionamento domani.
2) Pianificazione per finestre temporali, non solo per consuntivo annuoLa frattura tra primo e secondo semestre suggerisce budget e forecast pi&ugrave; granulari: contratti, obiettivi e investimenti vanno tarati su stagionalit&agrave; reale e velocit&agrave; di rotazione canale per canale.
3) Diversificazione: meno slogan, pi&ugrave; portafoglioL&rsquo;Europa continua a esprimere stabilit&agrave; e capacit&agrave; di assorbire; alcuni mercati terzi restano interessanti ma richiedono strategia, non dispersione. Per molte PMI, la parola chiave diventa: concentrazione (pochi mercati, ben presidiati).
4) Governance commerciale pi&ugrave; &ldquo;da export&rdquo;Clausole contrattuali, gestione scorte, controllo del credito commerciale, revisione della rete importatori/distributori e disciplina promozionale: nel 2026 la competitivit&agrave; si gioca anche sulla struttura, non solo sul prodotto.
Conclusione: gli USA restano centrali, ma il 2026 chiede pi&ugrave; controllo
Il messaggio che arriva dal report europeo &egrave; chiaro: il vino perde slancio proprio sul mercato che pesa di pi&ugrave;, e l&rsquo;Italia &ndash; per specializzazione e dipendenza relativa dagli USA &ndash; &egrave; tra i Paesi che devono leggere il segnale con maggiore attenzione.
Per le imprese italiane non &egrave; un invito al pessimismo, ma alla gestione: pi&ugrave; dati, pi&ugrave; presidio, pi&ugrave; selettivit&agrave; commerciale. In una fase in cui i mercati non &ldquo;tirano&rdquo; tutti allo stesso modo, la differenza la fa la qualit&agrave; della strategia export.

Fonte: a cura della Redazione di Exportiamo, a.gambino@exportiamo.it&nbsp; -&nbsp; Autore Alessio Gambino
&copy; RIPRODUZIONE RISERVATA

&nbsp;]]></description>
        <guid>https://www.exportiamo.it/settori/1639/vino-frenata-usa-nel-report-ue-per-l%e2%80%99italia-un-campanello-d%e2%80%99allarme/</guid>
    </item>
        <item>
        <title><![CDATA[Agroalimentare, export record: quasi 70 miliardi]]></title>
        <link>https://www.exportiamo.it/settori/1638/agroalimentare-export-record-quasi-70-miliardi/</link>
        <pubDate>Fri, 09 Jan 2026 09:39:15 +0000</pubDate>
        <description><![CDATA[Settantamiliardi non &egrave; pi&ugrave; un traguardo simbolico: nel 2024 l&rsquo;export agroalimentare italiano ha sfiorato quota 70 miliardi di euro, arrivando a pesare l&rsquo;11% delle esportazioni complessive del Paese. Nel decennio 2015-2024 il balzo &egrave; stato ancora pi&ugrave; netto: +87% delle vendite oltreconfine, con un ritmo di crescita che ha consentito all&rsquo;Italia di guadagnare spazio sugli scambi mondiali e di rafforzare la propria &ldquo;firma&rdquo; sui mercati internazionali.
Il punto non &egrave; solo il record in valore. Il Rapporto ISMEA mette in evidenza un segnale strutturale: l&rsquo;avanzata dell&rsquo;export ha accompagnato (e in parte guidato) il riequilibrio della bilancia agroalimentare, passata da un deficit di 6 miliardi nel 2015 a un surplus di 1 miliardo nel 2024. &Egrave; una fotografia che racconta un sistema pi&ugrave; competitivo, pi&ugrave; aperto e con indicatori internazionali in miglioramento, mentre nei primi otto mesi del 2025 le esportazioni agroalimentari sono ancora cresciute (+5,5% su gennaio-agosto 2024), nonostante uno scenario globale pi&ugrave; incerto.
Pi&ugrave; quota sul mondo, pi&ugrave; &ldquo;Made in Italy&rdquo; nel carrello globale
La crescita italiana non si limita a seguire la corrente: nel confronto lungo periodo, l&rsquo;export agroalimentare nazionale ha corso pi&ugrave; di quello mondiale e di quello UE, tanto da far salire la quota di mercato dell&rsquo;Italia dal 2,9% del 2015 al 3,5% nel 2024. Pu&ograve; sembrare un passaggio di decimali, ma su scala globale significa miliardi e, soprattutto, maggiore capacit&agrave; di presidiare segmenti in cui la competizione si gioca su reputazione, distintivit&agrave; e continuit&agrave; di fornitura.
A trainare il risultato sono soprattutto i prodotti trasformati (che valgono la parte principale dell&rsquo;export agroalimentare), ma con dinamiche diffuse tra comparti. Nel 2024 i derivati dei cereali hanno superato 10,1 miliardi di euro (+8% circa), mentre il vino ha toccato 8,1 miliardi (+5,5%). L&rsquo;ortofrutta &ndash; fresca e trasformata &ndash; ha oltrepassato complessivamente 12 miliardi (+5,4%), e anche formaggi e latticini sono cresciuti (oltre 5,4 miliardi, +9% circa). Tra i segnali pi&ugrave; vistosi spicca l&rsquo;olio: la voce oli d&rsquo;oliva arriva a circa 3,1 miliardi, con un balzo molto marcato in valore rispetto al 2023.
Dentro questa spinta c&rsquo;&egrave; un fattore che, per chi si occupa di export, vale quanto un vantaggio competitivo: la qualit&agrave; certificata. Nel 2024 l&rsquo;export dei prodotti Dop e Igp ha raggiunto 12,3 miliardi di euro, pari al 18% dell&rsquo;export agroalimentare italiano. E nel vino la &ldquo;Dop economy&rdquo; &egrave; praticamente la normalit&agrave;: le bottiglie a marchio Dop/Igp rappresentano quasi l&rsquo;88% del valore dell&rsquo;export vitivinicolo (e il 77% in volume).
Non &egrave; un dettaglio &ldquo;di immagine&rdquo;: &egrave; una leva commerciale. Lo stesso Rapporto ricorda come le produzioni a IG siano protagoniste della reputazione internazionale del Made in Italy e richiedano tutela legale e promozione anche sui mercati esteri, perch&eacute; imitazioni ed evocazioni sottraggono valore proprio dove la domanda &egrave; pi&ugrave; disposta a pagare.
Usa, un mercato imprescindibile: 7,8 miliardi e un export concentrato sui simboli italiani
Se c&rsquo;&egrave; un mercato che sintetizza opportunit&agrave; e rischio, quello &egrave; gli Stati Uniti. Nel 2024 le esportazioni agroalimentari italiane verso gli Usa hanno raggiunto 7,8 miliardi di euro, in aumento di oltre il 17% rispetto al 2023. L&rsquo;agroalimentare pesa circa l&rsquo;11% dell&rsquo;export complessivo italiano verso gli Usa, quota persino superiore a quella che il comparto ha sul totale export italiano verso il mondo. E non &egrave; solo volume: sul fronte della bilancia, l&rsquo;Italia registra con Washington un surplus agroalimentare di 6,3 miliardi (frutto soprattutto dell&rsquo;industria alimentare).
Ma la forza americana &egrave; anche la sua fragilit&agrave;: l&rsquo;export agroalimentare italiano verso gli Usa &egrave; molto concentrato. Su oltre 900 voci doganali, il 70% del valore esportato &egrave; coperto dai primi 13 prodotti. Tradotto: vino, olio, pasta, formaggi stagionati, acque minerali e pochi altri &ldquo;campioni&rdquo; che costruiscono l&rsquo;immagine dell&rsquo;Italia nel piatto americano e che, proprio per questo, diventano i pi&ugrave; esposti quando cambia il clima commerciale.
I numeri raccontano bene la dipendenza (virtuosa) di alcune filiere dal mercato Usa: nel 2024 i vini in bottiglia valgono circa 1,35 miliardi negli Usa; l&rsquo;olio extravergine circa 788 milioni; gli spumanti 568 milioni; poi preparazioni per salse, pasta, formaggi stagionati, acque minerali. E soprattutto: per molte di queste voci la quota destinata agli Stati Uniti &egrave; nettamente superiore all&rsquo;&ldquo;11% medio&rdquo; del mercato Usa sull&rsquo;export agroalimentare totale: si arriva a circa 25% per i vini in bottiglia, oltre 31% per l&rsquo;olio EVO, quasi 24% per gli spumanti, fino a oltre 41% per le acque minerali.
Dazi e cambio: perch&eacute; il 2025 &egrave; l&rsquo;anno della volatilit&agrave; (e dell&rsquo;&ldquo;effetto scorte&rdquo;)
Nel 2025 lo scenario si complica: l&rsquo;intesa sui dazi Usa-UE entrata in vigore il 7 agosto 2025 prevede, per la generalit&agrave; dei prodotti UE, un dazio complessivo non superiore al 15%. Nella lettura ISMEA, per&ograve;, conta soprattutto il differenziale rispetto ai dazi precedenti: per Parmigiano Reggiano e Grana Padano il differenziale &egrave; zero, mentre per prodotti come pasta, pecorino, aceto e acque minerali si arriva a un differenziale vicino al 15%; per l&rsquo;olio extravergine il dazio aggiuntivo &egrave; intorno a 14,5-14,7%, e per vini e spumanti il differenziale varia (dall&rsquo;ordine del 12% fino a circa 14%, a seconda delle categorie).
Eppure, nella prima met&agrave; dell&rsquo;anno, i flussi non si sono mossi &ldquo;come da manuale&rdquo;. Guardando alle variazioni mensili tendenziali, l&rsquo;agroalimentare italiano verso gli Usa mostra una crescita solida fino a marzo 2025, poi un raffreddamento tra aprile e maggio e una vera fase negativa dall&rsquo;estate: ad agosto il valore dell&rsquo;export agroalimentare verso gli Usa segna circa -22% rispetto ad agosto 2024, e anche settembre resta in contrazione (circa -10,8%). ISMEA lo interpreta come &ldquo;effetto scorte&rdquo;: importatori e distributori hanno anticipato le spedizioni prima dell&rsquo;entrata in vigore delle nuove tariffe, riempiendo i magazzini e riducendo gli ordini nei mesi successivi.
In questo quadro, c&rsquo;&egrave; un&rsquo;altra variabile che per l&rsquo;export vale quanto una tariffa: il cambio. Il Rapporto richiama la svalutazione del dollaro sull&rsquo;euro (circa -13% tra gennaio e settembre 2025) e sottolinea che, insieme ai dazi, pu&ograve; amplificare o attenuare la competitivit&agrave; di prezzo.
Il paradosso del prezzo: perch&eacute; il 15% non diventa (quasi mai) 15% sullo scaffale
C&rsquo;&egrave; per&ograve; un elemento che, per molti prodotti italiani, pu&ograve; fare da &ldquo;cuscinetto&rdquo;: il prezzo finale al consumatore non coincide con il prezzo all&rsquo;importazione. ISMEA osserva che, anche a margini invariati, l&rsquo;aumento legato al dazio tende a pesare meno del 15% sul prezzo al dettaglio perch&eacute; lungo la filiera entrano logistica, distribuzione e servizi commerciali. E se una parte degli operatori decidesse di assorbire temporaneamente il rincaro riducendo i margini, l&rsquo;impatto sul consumatore potrebbe essere ulteriormente diluito (anche se ci&ograve; rischia di rinviare, pi&ugrave; che evitare, l&rsquo;aggiustamento).
Gli esempi aiutano a capire perch&eacute; la partita non &egrave; solo di prezzo. Nel vino, gli Usa nel 2024 hanno importato bottiglie per 4,6 miliardi di euro: Francia (33%) e Italia (32%) dominano, con valori medi differenti ma un presidio consolidato. I fornitori oggi relativamente meno colpiti da dazi aggiuntivi (come Nuova Zelanda e Australia) rappresentano una quota minoritaria e, secondo ISMEA, difficilmente possono &ldquo;spiazzare&rdquo; in modo significativo la presenza franco-italiana. Il rischio, semmai, &egrave; pi&ugrave; alto per i prodotti di massa nella grande distribuzione, e pi&ugrave; contenuto nel canale horeca, dove la domanda &egrave; guidata dalla qualit&agrave; percepita.
Sull&rsquo;olio extravergine, lo scenario &egrave; simile: le importazioni Usa valgono circa 2,3 miliardi, con Italia (36%) e Spagna (34%) in testa. Anche dove esistono concorrenti potenzialmente pi&ugrave; competitivi sul prezzo, il posizionamento dell&rsquo;imbottigliato italiano e la percezione di qualit&agrave; restano una barriera alla sostituzione &ldquo;automatica&rdquo;.
Reputazione, filiera e &ldquo;soft power&rdquo;: l&rsquo;export si difende anche fuori dalla dogana
Il Rapporto ISMEA ricorda che la competitivit&agrave; italiana non &egrave; un fatto isolato: riguarda una filiera che, se considerata in senso esteso (distribuzione, ristorazione, logistica e servizi collegati), pu&ograve; arrivare a valere circa il 15% del Pil. Ed &egrave; qui che l&rsquo;export si intreccia con la reputazione: la ristorazione italiana nel mondo &ndash; stimata nel Rapporto a 251 miliardi di euro nel 2024 &ndash; funziona da amplificatore culturale e commerciale, alimentando quella familiarit&agrave; con i sapori italiani che poi si traduce in domanda per vino, pasta, olio, formaggi e Dop.
In altre parole: i dazi contano, ma non spiegano tutto. Proprio perch&eacute; molti prodotti italiani sono acquistati per identit&agrave; e riconoscibilit&agrave;, la sostituibilit&agrave; &egrave; spesso limitata, soprattutto nelle produzioni a Indicazione Geografica. Questo non elimina i rischi (e ISMEA segnala anche l&rsquo;attenzione Usa verso le IG come possibili &ldquo;barriere non tariffarie&rdquo;), ma aiuta a leggere la resilienza dell&rsquo;export italiano: forte specializzazione, marchi territoriali, capacit&agrave; di stare nei canali giusti e di difendere valore anche quando il contesto si fa pi&ugrave; ostile.
&nbsp;
Fonte: a cura della Redazione di Exportiamo, a.gambino@exportiamo.it&nbsp; -&nbsp; Autore Alessio Gambino
&copy; RIPRODUZIONE RISERVATA]]></description>
        <guid>https://www.exportiamo.it/settori/1638/agroalimentare-export-record-quasi-70-miliardi/</guid>
    </item>
        <item>
        <title><![CDATA[Cucina italiana patrimonio immateriale: un nuovo asset per il Made in Italy nel mondo]]></title>
        <link>https://www.exportiamo.it/settori/1637/cucina-italiana-patrimonio-immateriale-un-nuovo-asset-per-il-made-in-italy-nel-mondo/</link>
        <pubDate>Thu, 11 Dec 2025 07:46:55 +0000</pubDate>
        <description><![CDATA[Il riconoscimento della cucina italiana come patrimonio culturale immateriale dell&rsquo;UNESCO apre scenari inediti per l&rsquo;export agroalimentare. Non &egrave; un marchio di tutela giuridica, ma pu&ograve; diventare un potente strumento di soft power contro il fenomeno dell&rsquo;Italian sounding.
Il 10 dicembre 2025 la cucina italiana &egrave; stata ufficialmente iscritta nella Lista rappresentativa del Patrimonio culturale immateriale dell&rsquo;UNESCO, con la candidatura &ldquo;La cucina italiana fra sostenibilit&agrave; e diversit&agrave; bio-culturale&rdquo;, approvata durante la riunione del Comitato intergovernativo a New Delhi. L&rsquo;Italia diventa cos&igrave; il primo Paese al mondo a vedere riconosciuta la propria cucina nel suo complesso, e non solo singole pratiche &ndash; come era avvenuto, in passato, per l&rsquo;arte del pizzaiuolo napoletano.
Si tratta di un riconoscimento dal forte valore simbolico e identitario, che arriva in un momento in cui il cibo &egrave; uno dei principali motori dell&rsquo;export nazionale. Ma che cosa pu&ograve; significare, concretamente, per le imprese esportatrici? E in che modo questo status UNESCO pu&ograve; essere utilizzato come leva per contrastare il dilagante fenomeno dell&rsquo;Italian sounding?
Il contesto: un export agroalimentare da record
Negli ultimi anni l&rsquo;export agroalimentare italiano ha messo a segno una crescita quasi ininterrotta. Nel 2023 il valore delle esportazioni ha raggiunto circa 64 miliardi di euro, segnando un record storico.
Il trend positivo &egrave; proseguito: secondo elaborazioni su dati ISTAT, nel 2024 l&rsquo;export agroalimentare avrebbe superato i 69 miliardi, mentre nei primi sette mesi del 2025 ha toccato 42,5 miliardi di euro, con un aumento del 6% rispetto allo stesso periodo dell&rsquo;anno precedente.
In altre parole, il food &amp; beverage &egrave; sempre pi&ugrave; il biglietto da visita del Made in Italy nel mondo, con una prospettiva dichiarata di raggiungere quota 100 miliardi di export entro il 2030.
In questo scenario di forte crescita, il riconoscimento UNESCO:

rafforza il posizionamento dell&rsquo;Italia come Paese leader nella cultura gastronomica;
offre alle imprese un nuovo argomento di marketing e storytelling;
consolida il legame tra turismo, territorio e prodotti agroalimentari.

Il paradosso Italian sounding: un mercato &ldquo;ombra&rdquo; pi&ugrave; grande dell&rsquo;export
Accanto ai record dell&rsquo;export, l&rsquo;altra faccia della medaglia &egrave; l&rsquo;Italian sounding, ovvero l&rsquo;insieme di prodotti che richiamano l&rsquo;italianit&agrave; nel nome, nel packaging o nell&rsquo;immaginario (bandiera tricolore, nomi pseudo-italiani, immagini di monumenti), senza avere alcun legame reale con l&rsquo;Italia.
Le stime pi&ugrave; recenti mostrano la dimensione enorme del fenomeno:

secondo una ricerca di The European House &ndash; Ambrosetti, nel 2023 il valore dell&rsquo;Italian sounding nel mondo avrebbe raggiunto circa 98 miliardi di euro, a fronte di circa 62 miliardi di esportazioni agroalimentari italiane;
altri studi collocano il fenomeno in una forchetta tra 60 e oltre 90 miliardi di euro, a seconda dei cluster considerati (food retail, Ho.Re.Ca., mercati extra UE, ecc.).

In pratica, i **&ldquo;finti&rdquo; prodotti italiani valgono, da soli, tanto quanto &ndash; o pi&ugrave; &ndash; l&rsquo;intero export agroalimentare reale.Questo si traduce in:

perdita di fatturato potenziale per le imprese italiane;
diluizione del brand Italia sui mercati internazionali;
rischio di confusione per i consumatori esteri, spesso convinti di acquistare vero Made in Italy.

UNESCO &ne; marchio di tutela: che cosa cambia davvero
&Egrave; importante chiarire un punto chiave per chi lavora con l&rsquo;export:lo status di patrimonio culturale immateriale non &egrave; un marchio commerciale, n&eacute; una tutela giuridica assimilabile a DOP, IGP, STG o marchi registrati.
La Convenzione UNESCO sul patrimonio culturale immateriale mira principalmente a safeguardare pratiche, conoscenze e tradizioni &ndash; come tecniche artigianali, riti, saperi gastronomici &ndash; e non a regolamentare direttamente l&rsquo;uso commerciale di nomi e segni distintivi.
Gli strumenti giuridici che restano decisivi contro l&rsquo;Italian sounding sono:

Indicazioni geografiche (IG) e DOP/IGP, che conferiscono diritti di propriet&agrave; intellettuale sui nomi legati a uno specifico territorio;
marchi collettivi e di certificazione, gestiti da consorzi e associazioni di produttori;
accordi bilaterali e multilaterali tra UE e Paesi terzi per il riconoscimento e la tutela delle IG.

Tuttavia, il riconoscimento UNESCO aggiunge un tassello fondamentale:diventa un potentissimo asset di &ldquo;soft power&rdquo;, che pu&ograve;:

rafforzare le argomentazioni politiche e diplomatiche italiane nelle negoziazioni su IG e contraffazioni;
aumentare l&rsquo;attenzione mediatica e l&rsquo;interesse dei consumatori esteri verso l&rsquo;autenticit&agrave;;
dare alle imprese un &ldquo;ombrello reputazionale&rdquo; che valorizza l&rsquo;origine italiana.

Come il patrimonio UNESCO pu&ograve; aiutare a contrastare l&rsquo;Italian sounding
Pur non essendo un&rsquo;arma legale diretta, il riconoscimento UNESCO &egrave; una leva formidabile se messa a sistema da istituzioni, consorzi e aziende. Ecco come.
Educazione del consumatore e storytelling
La decisione dell&rsquo;UNESCO riconosce la cucina italiana come pratica sociale che &ldquo;favorisce l&rsquo;inclusione, promuove il benessere e rafforza il senso di appartenenza&rdquo;.Corriere della Sera+1
Le imprese possono tradurre questa narrazione in comunicazione concreta:

spiegando sui packaging, nei siti e nei materiali B2B che il prodotto &egrave; espressione di una cucina riconosciuta patrimonio UNESCO;
raccontando la filiera (territorio, produttori, ricette tradizionali) che lega quel prodotto alla cultura gastronomica italiana;
affiancando alle campagne di promozione classiche attivit&agrave; di education per buyer, distributori e ristoratori esteri (masterclass, degustazioni guidate, academy digitali).

L&rsquo;obiettivo &egrave; chiaro: rendere pi&ugrave; evidente al consumatore la differenza tra:

un prodotto che appartiene realmente al patrimonio gastronomico italiano;
un prodotto che si limita a &ldquo;suonare&rdquo; italiano.

Rafforzare il ruolo di DOP/IGP e dei consorzi
Nel mosaico del Made in Italy agroalimentare, il mondo delle DOP e IGP rappresenta gi&agrave; oggi una colonna portante dell&rsquo;export, con un peso rilevante in termini di valore generato all&rsquo;estero. Il riconoscimento UNESCO della cucina italiana offre a questo universo un ulteriore alleato: permette di presentare i prodotti certificati non solo come eccellenze di qualit&agrave;, ma come espressioni &ldquo;codificate&rdquo; di una tradizione gastronomica entrata ufficialmente a far parte del patrimonio culturale dell&rsquo;umanit&agrave;.
Turismo enogastronomico come &ldquo;corsia preferenziale&rdquo; verso l&rsquo;export
Il riconoscimento della cucina italiana come patrimonio immateriale si inserisce in un contesto in cui il turismo enogastronomico &egrave; gi&agrave; uno dei driver pi&ugrave; dinamici dell&rsquo;attrattivit&agrave; del Paese. Chi sceglie l&rsquo;Italia lo fa sempre pi&ugrave; spesso per vivere un&rsquo;esperienza a tavola: visitare cantine, partecipare a corsi di cucina, scoprire trattorie di territorio, assaggiare ricette tradizionali preparate &ldquo;come una volta&rdquo;. La consacrazione UNESCO aggiunge un sigillo ulteriore a questa esperienza, rendendola ancora pi&ugrave; desiderabile e riconoscibile a livello internazionale.
Ogni turista che sperimenta la vera cucina italiana diventa, una volta tornato a casa, un potenziale ambasciatore dell&rsquo;autenticit&agrave;. &Egrave; pi&ugrave; incline a cercare sugli scaffali prodotti coerenti con ci&ograve; che ha assaggiato in Italia e, soprattutto, &egrave; pi&ugrave; capace di distinguere tra un alimento davvero legato ai nostri territori e un generico &ldquo;Italian style&rdquo;. Per le imprese esportatrici questo significa poter contare su una domanda estera gi&agrave; &ldquo;educata&rdquo;, a patto di saper creare ponti tra l&rsquo;esperienza vissuta in loco e l&rsquo;offerta presente nei mercati di origine: collaborazioni con ristoratori e operatori turistici, presidio dei canali frequentati dai viaggiatori internazionali, sinergie tra promozione turistica e distribuzione dei prodotti. Il turismo, in altre parole, diventa una corsia preferenziale attraverso cui l&rsquo;UNESCO pu&ograve; trasformarsi da semplice titolo di prestigio a volano concreto per l&rsquo;export.
Il riconoscimento della cucina italiana come patrimonio culturale immateriale dell&rsquo;UNESCO non &egrave; soltanto un motivo di orgoglio nazionale: &egrave; una piattaforma strategica su cui costruire la prossima stagione dell&rsquo;export agroalimentare. Da un lato rafforza il posizionamento dell&rsquo;Italia come culla di qualit&agrave;, saper fare e convivialit&agrave;; dall&rsquo;altro offre una narrazione forte per distinguere l&rsquo;autenticit&agrave; dalle imitazioni, sostenendo in modo indiretto la battaglia contro l&rsquo;Italian sounding.
Perch&eacute; questo potenziale si traduca in risultati concreti, per&ograve;, il &ldquo;bollino&rdquo; UNESCO deve essere messo a sistema: nelle politiche pubbliche, nelle azioni dei consorzi di tutela, nei progetti di promozione e soprattutto nelle strategie delle imprese. Solo cos&igrave; la cucina italiana, da patrimonio immateriale, potr&agrave; diventare un vantaggio competitivo molto reale sui mercati internazionali, trasformando la propria storia in valore aggiunto lungo tutta la filiera del Made in Italy.
In quest&rsquo;ottica, consorzi di tutela, ICE, camere di commercio e rete diplomatico&ndash;consolare possono usare il riferimento all&rsquo;UNESCO come cornice comune per rafforzare iniziative promozionali e attivit&agrave; di lobby nei confronti dei Paesi terzi. Parlare di DOP e IGP non significa pi&ugrave; soltanto citare disciplinari e controlli, ma raccontare pezzi di una storia pi&ugrave; ampia: quella di una cucina che custodisce saperi, tecniche, paesaggi e comunit&agrave;. Anche gli strumenti di tracciabilit&agrave; e autenticit&agrave; digitale &ndash; dai QR code alle piattaforme blockchain di filiera &ndash; possono essere ripensati in questa chiave, diventando non solo strumenti tecnici, ma &ldquo;porte d&rsquo;accesso&rdquo; al racconto culturale che sta dietro ogni prodotto. In sostanza, la tutela UNESCO non sostituisce le certificazioni, ma ne amplifica il valore percepito e la forza comunicativa.
Fonte: a cura della Redazione di Exportiamo, a.gambino@exportiamo.it&nbsp; -&nbsp; Autore Alessio Gambino
&copy; RIPRODUZIONE RISERVATA]]></description>
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        <title><![CDATA[MAPIC Cannes 2025: opportunit&agrave; globali per il real estate italiano]]></title>
        <link>https://www.exportiamo.it/settori/1636/mapic-cannes-2025-opportunita-globali-per-il-real-estate-italiano/</link>
        <pubDate>Fri, 07 Nov 2025 09:24:58 +0000</pubDate>
        <description><![CDATA[Il MAPIC di Cannes ha celebrato nel 2025 la sua trentesima edizione, confermandosi come uno dei principali appuntamenti internazionali per il mercato immobiliare commerciale e per la trasformazione degli spazi retail. In un contesto di profondo cambiamento del settore, l&rsquo;evento ha messo in luce come il valore di un asset non sia pi&ugrave; determinato solo dal prezzo, ma sempre pi&ugrave; dalla capacit&agrave; di creare esperienze significative e multifunzionali.
Negli ultimi anni, infatti, i centri commerciali stanno evolvendo verso modelli ibridi, capaci di integrare tempo libero, food &amp; beverage, salute e benessere, arte e cultura, trasformandosi in vere e proprie lifestyle destinations. A questo si aggiunge l&rsquo;impatto crescente dell&rsquo;intelligenza artificiale, che sta ridefinendo la catena del valore del commercio &mdash; dalla creazione dei prodotti alla logistica, fino all&rsquo;esperienza in negozio.Parallelamente, le piattaforme social stanno diventando un&rsquo;estensione naturale del punto vendita fisico, favorendo l&rsquo;integrazione tra esperienza digitale e retail tradizionale e spingendo i brand a definire strategie di influence marketing sempre pi&ugrave; sofisticate.
Un momento centrale della manifestazione &egrave; stata la cerimonia dei MAPIC Awards 2025, che ha celebrato i Pioneers of Places, ovvero i protagonisti che stanno ridisegnando il futuro delle citt&agrave; e del retail. Tra i premiati, spiccano figure di rilievo come Maurice Bansay (Apsys), Chadatip Chutrakul (Siam Piwa), Philippe Journo (Compagnie de Phalsbourg), Alexander Otto (ECE Group) e Alain Taravella (Altarea).Due riconoscimenti speciali hanno invece celebrato i trent&rsquo;anni dell&rsquo;evento: Zara &egrave; stata eletta Most Influential Retail Brand, mentre Westfield London ha ricevuto il premio per il Most Influential Retail Property Project.
Le opportunit&agrave; per le aziende italiane
L&rsquo;Europa si conferma il principale epicentro delle strategie di sviluppo internazionale nel real estate commerciale, e l&rsquo;Italia &ndash; insieme a Francia e Regno Unito &ndash; figura tra i Paesi pi&ugrave; rappresentati al MAPIC 2025.La presenza italiana, coordinata anche da Confimprese, ha messo in evidenza la vitalit&agrave; del comparto retail nazionale e la capacit&agrave; delle aziende italiane di coniugare design, innovazione e ospitalit&agrave;, elementi sempre pi&ugrave; centrali nei nuovi format immobiliari.
Per le imprese italiane del settore, il MAPIC rappresenta una piattaforma strategica per sviluppare partnership internazionali, individuare nuovi mercati di espansione e proporre concept retail capaci di valorizzare l&rsquo;eccellenza del Made in Italy anche nel real estate commerciale.Dalle food hall tematiche ai boutique mall, fino ai progetti di rigenerazione urbana legati al turismo e alla cultura, le opportunit&agrave; di sviluppo per i player italiani sono numerose, con una domanda crescente per format esperienziali, sostenibili e a forte impatto estetico.
A trent&rsquo;anni dalla sua prima edizione, il MAPIC continua dunque a essere non solo un luogo di incontro tra investitori, sviluppatori e brand internazionali, ma anche un laboratorio di idee e tendenze dove l&rsquo;Italia gioca un ruolo sempre pi&ugrave; da protagonista.
La partecipazione italiana al MAPIC Cannes 2025 dimostra la forza e la capacit&agrave; di adattamento delle aziende nazionali in un contesto competitivo e in rapida evoluzione.Per le imprese che operano nel real estate commerciale, l&rsquo;espansione internazionale rappresenta oggi una leva strategica per crescere, innovare e consolidare la propria presenza sui mercati esteri.
Eventi come il MAPIC offrono l&rsquo;occasione di fare networking con investitori e sviluppatori globali, esplorare nuove opportunit&agrave; di investimento nel retail e nell&rsquo;hospitality e portare nel mondo i valori distintivi del Made in Italy: qualit&agrave;, creativit&agrave; e bellezza.Un percorso che, se sostenuto da una visione internazionale e da politiche di internazionalizzazione mirate, pu&ograve; aprire la strada a nuove forme di collaborazione pubblico-privato e a progetti di sviluppo immobiliare sostenibile e integrato in Europa, Medio Oriente e Asia.








Fonte: a cura della Redazione di Exportiamo, a.gambino@exportiamo.it&nbsp; -&nbsp; Autore Alessio Gambino
&copy; RIPRODUZIONE RISERVATA







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        <title><![CDATA[Vino italiano: record storici dell&rsquo;export, ma i dazi USA ...]]></title>
        <link>https://www.exportiamo.it/settori/1635/vino-italiano-record-storici-dell%e2%80%99export-ma-i-dazi-usa/</link>
        <pubDate>Thu, 02 Oct 2025 08:27:14 +0000</pubDate>
        <description><![CDATA[L&rsquo;export del vino italiano chiude l&rsquo;ultimo anno con un nuovo massimo storico: 8,136 miliardi di euro in valore e 21,7 milioni di ettolitri spediti, confermando l&rsquo;Italia primo esportatore mondiale per volumi e secondo per valore dopo la Francia. Anche sul fronte produttivo si vede una netta ripresa: 48 milioni di ettolitri nel 2024 (+13% sul 2023), dopo l&rsquo;annata difficile dell&rsquo;anno precedente. Numeri che raccontano un settore vitale, capace di crescere in valore oltre che in quantit&agrave;.
A turbare la festa, per&ograve;, &egrave; la nuova stagione dei dazi statunitensi: dal 1&deg; agosto 2025 sono scattate tariffe sul vino europeo che, per l&rsquo;Italia, valgono un impatto potenziale di circa 317 milioni di euro nell&rsquo;arco di dodici mesi. I segmenti pi&ugrave; esposti? Moscato, Pinot Grigio, Prosecco e rossi toscani, colonne del nostro export sul mercato a stelle e strisce. Considerato che gli USA restano il primo mercato in valore per il vino italiano, l&rsquo;effetto-prezzo rischia di comprimere margini e listini proprio dove eravamo pi&ugrave; forti.
La reazione delle imprese &egrave; gi&agrave; in corso e passa da due traiettorie: diversificazione dei mercati e ottimizzazione operativa. Sul primo fronte spiccano le dinamiche positive di Canada (+15,3%) e Russia (+40%), insieme a opportunit&agrave; in America Latina e Asia. Sul secondo, molte cantine stanno lavorando su logistica pi&ugrave; efficiente, packaging alleggerito, contratti pi&ugrave; flessibili e una spinta alla digitalizzazione: dall&rsquo;e-commerce (canale globale atteso a 6,7 miliardi di dollari nel 2025) ai sistemi di CRM, cloud e AI per conoscere meglio i clienti e segmentare le offerte.&nbsp;
Guardando dentro il mix esportativo, cresce il peso dei vini di qualit&agrave;: i DOP valgono il 68% dell&rsquo;export e gli spumanti il 29%, con il Prosecco DOC che da solo rappresenta circa un quarto della produzione DOP nazionale. Negli USA il Prosecco ha messo a segno un +17% nel 2024, e i primi mesi del 2025 hanno visto +10,2% negli imbottigliamenti: &egrave; il traino che ha reso &ldquo;pop&rdquo; l&rsquo;Italian Sparkle nel mondo e che ora va difeso con strategie commerciali mirate, soprattutto in un contesto di tariffe.&nbsp;
Sul mercato interno emerge una fotografia interessante (e utile a chi esporta per leggere i trend globali): beviamo meno ma meglio. Solo il 29% degli italiani (circa 8,5 milioni di persone) consuma vino ogni giorno; il resto si distribuisce tra consumatori occasionali e abituali, per un consumo medio stabile attorno a 37,8 litri pro capite l&rsquo;anno. Crescono le preferenze per bianchi, rosati e spumanti, mentre i rossi pi&ugrave; strutturati perdono un po&rsquo; di appeal, soprattutto tra i giovani. Curiosit&agrave;: la categoria no/low-alcohol &egrave; ancora piccola (0,7% dei volumi), ma prevista in forte aumento (circa +20% cumulato al 2029), segnale di un cambiamento culturale che le cantine pi&ugrave; innovative stanno gi&agrave; intercettando con linee dedicate.
Un altro vantaggio competitivo, spesso sottovalutato all&rsquo;estero, &egrave; la leadership italiana nella viticoltura biologica: 133.000 ettari certificati, pari al 23% della superficie vitata nazionale, con punte del 40% in Toscana e del 36% in Sicilia. &Egrave; un asset chiave nei mercati premium e nel turismo del vino, che vale ormai quasi 3 miliardi di euro e 15 milioni di visite l&rsquo;anno (+11% sul 2023). Il turista del vino spende in media il 35% in pi&ugrave; rispetto al turista &ldquo;generalista&rdquo;, combinando degustazioni, ristorazione, acquisti in cantina e visite culturali: una filiera dell&rsquo;esperienza che fa bene ai territori e rafforza il brand Italia.
Anche l&rsquo;alta gamma d&agrave; segnali di resilienza: l&rsquo;indice &ldquo;Italy 100&rdquo; dei principali marchi di fine wine italiani &egrave; rimasto leggermente positivo (+0,6%) a inizio 2025, proprio mentre il segmento globale correggeva; e ai Decanter World Wine Awards 2025 l&rsquo;Italia ha portato a casa 138 medaglie, di cui 6 Best in Show. Piccole &ldquo;medaglie&rdquo; che contano molto nelle carte dei vini dei ristoranti internazionali e nelle aste.
Che cosa significa tutto questo per chi esporta? Primo: i dazi non sono una condanna, ma un invito a ribilanciare geografie e canali, spingendo su mercati dinamici e su partnership di lungo periodo. Secondo: la competizione si gioca sempre pi&ugrave; su valore percepito (denominazioni, sostenibilit&agrave;, enoturismo, storytelling) e efficienza operativa (costi, logistica, dati). Terzo: la domanda mondiale premia freschezza, trasparenza e sostenibilit&agrave;&mdash;elementi in cui l&rsquo;Italia, quando fa sistema, non teme confronti. Il record a 8,1 miliardi &egrave; un traguardo, ma anche un promemoria: per rimanere in testa bisogna correre meglio, non solo pi&ugrave; veloce.&nbsp;
Articolo basato sul report &ldquo;Il vino italiano: record storici all&rsquo;export a quota 8,1 miliardi, ma i dazi USA mettono a rischio 300 milioni&rdquo;, a cura di Rome Business School.
Fonte: a cura della Redazione di Exportiamo, a.gambino@exportiamo.it&nbsp; -&nbsp; Autore Alessio Gambino
&copy; RIPRODUZIONE RISERVATA]]></description>
        <guid>https://www.exportiamo.it/settori/1635/vino-italiano-record-storici-dell%e2%80%99export-ma-i-dazi-usa/</guid>
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