Le Pmi (e l’innovazione) hanno trainato l’Italia fuori dalla crisi

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20 Luglio 2018
Categoria: Marketing internazionale

La ripresa italiana conta sempre di più sulle Pmi, imprese di dimensioni limitate che costituiscono la spina dorsale dell’economia del Belpaese e che si stanno dimostrando abili ad intercettare i cambiamenti del mercato riuscendo anche a riavvicinarsi ai livelli di redditività pre-crisi.

È l’analisi incrociata di tre rapporti pubblicati rispettivamente da Banca d’Italia, Infocamere e Cerved a delineare il quadro attuale del tessuto imprenditoriale italiano, caratterizzato dalla presenza di un’area industriale limitata nelle dimensioni (aspetto, questo, che da punto di debolezza si è trasformato in punto di forza), ma capace di agganciare la crescita e fare anche profitti.

Le piccole e medie imprese italiane hanno mostrato infatti una vitalità inaspettata, non solo crescendo ad un ritmo che ha fatto superare, in numero, i livelli antecedenti alla crisi, ma dimostrandosi anche in grado di intraprendere nuovi investimenti, soprattutto quelli con maggior carattere di innovazione, rappresentando questi la componente che più aveva sofferto durante la lunga fase di stagnazione economica.

Esaminiamo in dettaglio i fattori critici di successo e le potenziali aree di miglioramento.

Microimprese in crescita dimensionale e startup in aumento

Uno dei principali effetti della lunga fase di recessione e stagnazione che ha colpito l’economia italiana è rappresentato dal netto calo del numero di PMI sul mercato, passato dalle 150 mila unità del 2007 alle 136 mila del 2014, con una riduzione di circa il 10%.

L’inversione di tendenza del 2015, primo anno in cui il numero delle PMI è tornato a crescere (+3,1%), si è poi rafforzata nel corso del 2016, con una crescita di 5 mila unità, che ha portato il totale delle piccole e delle medie imprese a quota 145 mila (+3,6%).

Una crescita robusta a cui ha contribuito sia il saldo positivo tra PMI nate e “morte” sia, soprattutto, il netto aumento delle microimprese (+9,7%) che hanno aumentato la propria scala dimensionale fino a superare le soglie dei 10 addetti o dei 2 milioni di euro di fatturato o attivo.

Significativo anche il tasso di crescita delle startup: alla fine del 2015 le startup innovative iscritte alla sezione speciale del Registro delle Imprese erano poco più di 5mila. Secondo l’ultimo bilancio Infocamere, al 31 marzo 2018 erano 8.897, in aumento di 506 unità rispetto a fine 2017 (+6%).

La leva delle agevolazioni si è tradotta in un incremento del fatturato e del valore aggiunto rispettivamente pari all’8 e al 12% nei primi tre anni di attività. Sono inoltre più alte le performance relative all’accumulazione di capitale (del 15 per cento), in particolare in ricerca e sviluppo di brevetti e alla produttività del lavoro (+11%) a parità salari e occupazione.

Piccole e redditizie

Il dato più significativo però è che sono state proprio le imprese di piccole dimensioni a far salire la quota delle imprese in utile.
L’indagine sulle imprese industriali e dei servizi, svolta dalla Banca d’Italia nei primi mesi di quest’anno su oltre 4.000 imprese private non finanziarie con almeno 20 addetti, segnala che la quota di aziende in utile è passata dal 73 al 75% proseguendo la traiettoria di crescita che era iniziata nel 2013. Il saldo tra le quote di imprese in utile ed in perdita, ampiamente positivo in tutti i principali raggruppamenti, è aumentato in misura particolarmente intensa grazie alle PMI attive nel comparto dei servizi, mentre si è ridotto per le imprese di maggiori dimensioni e nel settore della chimica e della gomma e plastica.

Interessante notare anche come la redditività netta delle PMI sia tornata a superare i livelli del 2008 avvicinandosi molto a quelli pre-crisi. Secondo il Rapporto Cerved PMI 2017, il ROE (Return on Equity), che misura il ritorno sul capitale immesso nelle aziende, è tornato a doppia cifra, passando dal 9,2% al 10,2% e si conferma a livelli più alti di quelli fatti registrare dalle grandi imprese. Al miglioramento della redditività media è corrisposta una diminuzione del numero di PMI che hanno chiuso l’esercizio in perdita, il 22,4% del totale delle società esaminate.

Volano le “aquile” grazie ad investimenti e innovazione

Anche la crescita degli investimenti è stata più marcata per le piccole e medie imprese, fattore che ne ha in parte determinato la crescita. Dopo una fase di forte contrazione, che aveva portato quasi a dimezzare gli investimenti delle PMI tra 2007 e 2013, è infatti iniziata un’inversione di tendenza. Nel 2017 la spesa per investimenti è aumentata del 2,7%, crescendo in misura più intensa tra le imprese con meno di 500 addetti, mentre tra quelle di maggiori dimensioni è rimasta sostanzialmente stabile e inferiore a quanto inizialmente pianificato.

Inoltre, i dati relativi ai settori industriali a più alta automazione indicano che le PMI che operano in questi comparti sono caratterizzate da una maggiore propensione all’investimento, necessaria a tenere il passo dello sviluppo tecnologico. Queste PMI hanno registrato un differenziale di crescita di 15-20 punti percentuali in termini di ricavi e di valore aggiunto nel corso dell’ultimo decennio e una redditività netta quasi doppia rispetto a quella dei settori meno automatizzati.

Le analisi di Cerved indicano che le ‘aquile’ – società che ‘volano alto’ pur essendo ‘pesanti’ in quanto investono in innovazione ma anche in capitale fisico – sono mediamente più giovani, impiegano una forza lavoro più qualificata e con una maggiore quota di donne e di lavoratori under 45. La propensione agli investimenti di queste imprese è accompagnata da un indebitamento maggiore e da maggiori rischi di default, che però sono stati più che compensati in termini di crescita, produttività e redditività.

Viceversa gli ‘struzzi’imprese meno innovative e con una bassa propensione agli investimenti (non volano e, in molti casi, cercano di fuggire dalla globalizzazione piuttosto che affrontarla) – hanno visto crescere il proprio profilo di rischio, ridotto i ricavi e la produttività, con una forte contrazione dei profitti.

Già prima dell’introduzione degli incentivi a Industria 4.0, il piano lanciato dal Governo italiano con lo scopo di rilanciare l’industria e la produttività attraverso l’innovazione, gli investimenti erano cresciuti in modo più sostenuto nei settori manifatturieri ad alta automazione, proprio quelli che potrebbero beneficiare maggiormente delle misure messe in campo per stimolare la crescita.

Poco più della metà delle imprese, la cui spesa rappresenta il 70 % circa degli investimenti complessivi, ha infatti beneficiato di almeno una delle misure d’incentivo in vigore nel 2017 (Nuova Sabatini, credito d’imposta, super-ammortamento, iper-ammortamento o altro).

Tuttavia rimane però necessario aumentare l’occupazione ed accelerare il ritmo di crescita del Pil, ancora troppo lento rispetto ai nostri partner internazionali. In questo senso, sarà certamente decisivo sfruttare tutto il potenziale di Industria 4.0 e, possibilmente, mettere in campo nuove idee da convertire in ulteriori piani di crescita di cui l’Italia avrebbe un gran bisogno.

Fonte: a cura di Exportiamo, Miriam Castelli, redazione@exportiamo.it

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