Industria Ue: il Manifesto franco-tedesco esclude l’Italia?

Industria Ue: il Manifesto franco-tedesco esclude l’Italia?
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26 Febbraio 2019
Categoria: Marketing internazionale
Paese:  Germania Francia

Mentre Germania e Francia hanno recentemente presentato il Manifesto franco-tedesco per una nuova politica industriale europea, il Belpaese pare procedere senza una strategia chiara nonostante il proprio comparto industriale evidenzi difficoltà crescenti.

Se oggi solo 5 delle 40 più grandi imprese a livello globale sono europee allora c’è qualcosa che non va. Da questo presupposto è nato il Manifesto franco-tedesco in materia di politica industriale Ue firmato dai due ministri dell’economia – Peter Altmaier e Bruno Le Maire – preoccupati che le trasformazioni che stanno coinvolgendo l’economia mondiale possano “lasciare indietro” il Vecchio Continente. Soprattutto qualora esso non sia in grado di elaborare, in tempi rapidi, una strategia che gli consenta di rimanere una potenza manifatturiera ed industriale competitiva ed all’avanguardia.

In particolare, il fenomeno più importante che si sta affermando sul panorama mondiale di oggi è senza dubbio la capillare diffusione dei processi di digitalizzazione che stanno apportando dei cambiamenti quasi genetici al settore industriale. Per questo motivo secondo Berlino e Parigi “la scelta è semplice se parliamo di politica industriale: unire le nostre forze o lasciare che la nostra base industriale e la nostra capacità scompaiano gradualmente”.

Insomma le due più grandi potenze europee sono persuase che, senza un’industria forte, il destino dell’Ue sia quello di un lento ed inesorabile declino e, per evitare che ciò accada, i due Paesi propongono di elaborare una chiara strategia industriale, da qui al 2030, che si fondi su tre importanti pilastri:

1) Investire sull’innovazione

Il primo pilastro si basa sull’assunto che senza innovazione è impossibile immaginare un futuro di successi e dunque, per agevolarla, il documento suggerisce di mettere in campo dei corposi finanziamenti comunitari in favore delle iniziative tecnologiche innovative. Ma non basta, perché il documento si pronuncia anche a favore della cosiddetta innovazione disruptive e quindi di tutti i progetti tecnologici ad alto rischio ai quali non è sufficiente concedere finanziamenti dal momento che richiedono anche il supporto delle migliori competenze e tecnologie private.

Fra le azioni concrete da intraprendere, Francia e Germania hanno espresso la loro ferma intenzione di “di promuovere la cooperazione franco-tedesca in materia di ricerca e sviluppo e di applicazione dell’intelligenza artificiale sostenendo strutturalmente il partenariato con una rete comune di ricerca e innovazione. La rete riguarderà, tra l’altro, il trasferimento della ricerca alle imprese, anche nei settori della sanità, dei trasporti e della robotica”. Infine i due colossi europei hanno sottolineato l’importanza degli Important Projects of Common European Interest (IPCEI) come quello sulla microelettronica lanciato dalla Commissione Europea.

2) Modifiche al quadro normativo

Il secondo pilastro nasce dalla preoccupazione che molte imprese Ue possano essere fortemente danneggiate da sussidi ed aiuti di stato concessi da molti Paesi extra-Ue al proprio tessuto imprenditoriale. Se le condizioni di concorrenza non sono eque diventa infatti, per le imprese del Vecchio Continente, sempre più complicato crescere e competere. Per evitare quindi che la situazione fra imprese Ue ed extra Ue sia impari spicca la richiesta franco-tedesca di aggiornare gli attuali orientamenti in materia antitrust per tenere maggiormente conto della concorrenza a livello mondiale, della concorrenza potenziale futura e dei tempi previsti per lo sviluppo della concorrenza, in modo da consentire alla Commissione europea una maggiore flessibilità nella valutazione dei cosiddetti “mercati rilevanti”.

3) Difendere tecnologie, imprese e mercati

Il terzo pilastro, infine, intende specificare che il successo Ue dipenderà dalla capacità di difendere le proprie tecnologie, imprese e mercati. In particolare, secondo il Manifesto, è assolutamente necessario garantire la piena attuazione del quadro europeo di monitoraggio degli investimenti esteri per proteggere le tecnologie strategiche e gli asset critici dell’Europa, nel tentativo quindi di bloccare le acquisizioni ostili da parte di imprese extra Ue. Inoltre Berlino e Parigi avanzano altre richieste fra cui: creazione di un sistema reciproco di appalti pubblici con i Paesi terzi, maggiore apertura dei mercati e promozione di un’ambiziosa politica commerciale Ue, misure considerate “fondamentali, in particolare per garantire la competitività internazionale, la creazione di posti di lavoro, gli investimenti e l’innovazione e per resistere a tutte le forme di protezionismo”.

E l’Italia?

L’assenza italiana dall’elaborazione e dalla presentazione di tale manifesto è un evento che potrebbe avere degli effetti sull’economia potenzialmente perniciosi negli anni a venire, specialmente se si tiene a mente che il Belpaese rimane la seconda manifattura a livello europeo dopo la Germania. Per tale ragione l’Italia non dovrebbe accettare il ruolo di “spettatore” su questioni che riguardano così da vicino gli interessi nazionali ma, al contrario, dovrebbe muoversi – a livello istituzionale – per proporsi come assoluto protagonista di una nuova politica industriale europea.

Ed invece la prima legge di bilancio del governo giallo-verde ha prodotto una sforbiciata alle misure contenute nel piano Industria 4.0, tanto apprezzate dalle imprese, evidenziando – inoltre – non solo un calo degli investimenti in ricerca, innovazione e formazione ma anche la volontà di ridiscutere il finanziamento di importanti progetti infrastrutturali. Nel frattempo, come se non bastasse, il 2018 si è chiuso con il quarto calo mensile consecutivo della produzione industriale (-0,8%). La situazione risulta ancor più preoccupante se si compara il dato di dicembre 2018 con quello di dicembre 2017, poiché tale raffronto evidenzia la diminuzione tendenziale più accentuata dal dicembre del 2012 (-5,5%).

Assistere dunque all’accelerazione franco-tedesca in tema di politica industriale dovrebbe portare la nostra classe dirigente a riflettere sul perché, ad ora, l’Italia non sia della partita. Una partita che non possiamo non giocare perché la creazione di una politica industriale europea risulterà dirimente per la nostra economia nel prossimo futuro. Certo è che se che la tendenza rimarrà quella osservata nella scorsa legge di bilancio sarà complicato promuovere, a livello Ue, massicci investimenti in tecnologie d’avanguardia quando – a livello nazionale – le misure approvate vanno esattamente nella direzione opposta. L’Italia quindi dovrebbe cercare di riavvicinarsi all’asse franco-tedesco al più presto perché, in caso contrario, rischia seriamente di essere esclusa da uno dei tavoli strategici più importanti per il futuro del Vecchio Continente e della propria economia.

Fonte: a cura di Exportiamo, di Marco Sabatini, redazione@exportiamo.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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