Il Brasile crede ancora in Dilma (e in Lula)

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28 Ottobre 2014
Categoria: Marketing Internazionale
Paese:  Brasile

Il Brasile ha scelto di proseguire sulla via della continuità: Dilma Rousseff rimane l’inquilina del “Palazzo di Planalto” anche per i prossimi quattro anni.

I risultati del ballottaggio di domenica 26 ottobre - in un week end elettorale “affollato” a livello internazionale tra Tunisi, Kiev, Montevideo e Brasilia – hanno sancito la vittoria di misura (51,64%) della Presidente alla guida del Partido dos Trabalhadores - PT sullo sfidante Aécio Neves del Partido da Social Democracia BrasileiraPSDB. Dilma ha subito ringraziato il suo popolo su Twitter cinguettando “Muito Obrigada” (“Molte Grazie”) per averla confermata alla guida del Paese e ha commentato:

“Ho vinto delle elezioni storiche, sono disposta al dialogo e questo sarà il mio primo impegno di questo secondo mandato: governare in forma pacifica e democratica”.

Una competizione mai scontata

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Le elezioni presidenziali brasiliane del 2014 saranno sicuramente ricordate come tra le più combattute e incerte degli ultimi 25 anni con una campagna elettorale animata da duri scambi di accuse tra i candidati, ma anche segnata dalla tragedia di Edoardo Campos, candidato del Partido SocialistaPS, scomparso a causa di un incidente aereo il 13 agosto e sostituito nella corsa presidenziale dalla “pasionaria” Marina Silva che ha saputo in un primo momento attrarre consensi non preventivati.

Al I^ turno del 5 ottobre scorso la Rousseff (41,5%) l’aveva spuntata sullo sfidante Neves (33,6%), mentre la Silva (21,3%) aveva deluso le aspettative che inizialmente era stata in grado di generare, anche a causa del suo programma contraddittorio tra ambientalismo e sviluppo dell’industria pesante.

Il Brasile é il V^ Paese più esteso e la VII^ economia mondiale e i numeri delle elezioni sono impressionanti: 142,8 milioni di elettori, 425.000 seggi elettorali e 530.000 urne elettroniche, sono stati espressi 105.538.630 voti validi con un’alta affluenza (78,9%). Sorvolando sull’importanza e sul “peso” del Brasile sempre più globale, questi numeri dimostrano innanzitutto la voglia di partecipazione e cambiamento che hanno animato questa tornata elettorale.

Già perché ai nastri di partenza la competizione poteva sembrare scontata con una rielezione della Rousseff, malgrado gli scontri e le proteste che hanno animato il paese negli ultimi periodi, la delusione dei Mondiali e una situazione economica non proprio florida con una crescita stimata allo 0,2% e un’inflazione al 6,8%, ben lontani dai tassi galoppanti di crescita di qualche anno fa. 

La competizione - anche a causa della tragica uscita di scena di Campos - si é pian piano accesa e per il PT la rielezione della sua paladina é sembrata sempre meno scontata. Da un lato lo sfidante Neves ha provato a portare avanti la sua idea liberista di stato in contrapposizione allo statalismo del PT con un occhio agli squilibri macroeconomici del paese proponendo invece sul piano internazionale una riforma del MERCOSUR in un’ottica di partenariato possibile con USA e UE; dall’altro la già citata Silva ha inizialmente incantato le folle e dopo la sconfitta al I^ turno ha deciso di appoggiare lo sfidante rendendo ancora più incerto il risultato.

Va comunque constatato che l’elettorato del PS é comunque “antropologicamente” più vicino allo “statalismo” e ai programmi sociali lanciati negli ultimi 12 anni, prima da Luiz Iné�cio Lula da Silva e, portati avanti, dalla Rousseff negli ultimi quattro anni e probabilmente la chiamata a raccolta pro-Neves non ha avuto gli effetti sperati, così come va constatato che neanche l’ultima “bomba” della campagna elettorale, l’accusa da parte della rivista “Veja” sul fatto che sia Dilma sia Lula erano al corrente dei dettagli dello scandalo che interessa la Petrobras, “l’ENI brasiliana”, é riuscita a incidere in maniera decisiva.  

La presenza attiva dell’iniziatore del progetto di riforma del paese Lula, figura storica e mitica per buona parte della “sinistra” mondiale, durante la campagna elettorale a fianco della Rousseff ha avuto probabilmente gli effetti sperati forse andando a ridestare nei cuori dei brasiliani lo spirito della sfida iniziata qualche anno prima.

L’orgoglio delle riforme e il logoramento da potere

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La sfida elettorale brasiliana é stata innanzitutto una sfida tra visioni economiche diverse e contrastanti, tra l’orgoglio per le riforme degli ultimi 12 anni e il biasimo delle stesse additandole come causa della crisi attuale ma come ha dichiarato la Rousseff a risultato acquisito: “Capisco che abbiamo mobilizzato idee e emozioni a volte contraddittorie, ma mosse da un sentimento comune: cercare un futuro migliore. Invece di ampliare divergenze ho speranza che questa energia mobilizzatrice abbia preparato un buon terreno per la costruzione di ponti.”

Attualmente in Brasile si vive in un paradosso e si assiste ad una congiuntura economica negativa e alle migliori condizioni individuali di sempre perché le riforme del PT hanno prodotto nel tempo un aumento del reddito individuale, la quasi piena occupazione, il calo della povertà e la riduzione delle disuguaglianze: secondo i dati diffusi in settembre dall’ONU la povertà estrema si é ridotta del 75%, il livello di denutrizione si é dimezzato grazie al programma “Bolsa Familia” di cui beneficiano 56 milioni di persone e il tasso di disoccupazione ha toccato il minimo storico del 5%.

Dal 2000 (644,7 miliardi di dollari) al 2011 (2.477 miliardi di dollari) il PIL del Brasile é cresciuto tre volte e mezzo così come il PIL Pro Capite (3.694 $ nel 2000 a fronte della stima di 12.397 $ per il 2014).

“L’appetito vien mangiando” e un paese che ha conosciuto una crescita così importante pone sempre sfide maggiori al suo orizzonte e sono gli stessi “ex poveri”, primi beneficiari dei programmi governativi, a chiedere di più, uno sforzo ulteriore da parte dell’esecutivo, servizi sociali in grado di rendere sostenibile nel tempo la loro nuova collocazione sociale. 

Naturalmente nessuno vuole però veder perdere le conquiste degli ultimi anni come il programma “Bolsa Familia” (piccole somme di denaro alle famiglie più povere a patto che queste rispettino alcune condizioni quali l’accesso regolare a servizi sanitari e scolastici) e il programma “Minha Casa Minha Vida” (sviluppo immobiliare sovvenzionato dal governo per garantire una degna dimora alla popolazione brasiliana).

Come per il già citato scandalo Petrobras, se il “potere logora chi non ce l’ha” sicuramente il maneggiarlo non rende immuni dal rischio di inciampare in fenomeni vari di corruzione e clientelismo come é successo in maniera fisiologica al PT durante il suo “regno”, dando altri argomenti alle opposizioni.

De-ideologizzare o re-ideologgizzare?

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In questo contesto si colloca la sfida lanciata da Aécio Neves, economista e non nuovo alla politica, tipico esponente delle élite di origine europea del Sud del Paese nipote di Tancredo Neves, figura chiave nel processo di democratizzazione del paese, eletto nel 1985 presidente del Brasile e morto prima di assumere l’incarico.

Neves dal 2003 al 2010 é stato il Governatore di Minas Gerais, Stato natale di entrambi i candidati, e dal 2011 é senatore per lo stesso Stato.

Il suo mandato da governatore é stato caratterizzato dalla cosiddetta “gestione shock” ovvero riduzione delle spese e realizzazione di un nuovo modello di gestione dello Stato con un coinvolgimento di tutti gli organi e le agenzie dello Stato e l’obiettivo di migliorare la qualità e ridurre i costi dei servizi pubblici statali.

Anche nel suo caso oltre alle lodi per i buoni risultati raggiunti non mancano però le critiche legate a corruzione e clientelismi favoriti dal governatore.

A questa tornata elettorale, Neves forte della sua esperienza da governatore e dal tentativo in parte riuscito di creare un modello di “gestione alternativa” rispetto alle politiche del PT in Minas Gerais, ha presentato le sue credenziali e ha provato a giocare le sue carte.

Il suo programma per un Brasile che non può non continuare nel rinnovamento sociale ed economico parte dalla riduzione dei costi con tagli fiscali e alla burocrazia per generare un aumento della competitività ed attrarre investimenti anche con la promozione di processi di privatizzazione di asset statali.

Sul piano internazionale invece Neves - in contrasto con la Rousseff e il suo impegno a far emergere il Brasile tra i paesi che contano collocandosi fieramente e attivamente tra i BRICS e favorendo le partnership regionali – si é fatto promotore di una de-ideologizzazione necessaria che deve puntare su un nuovo MERCOSUR in grado di essere partner per progetti di libero scambio con l’Unione Europea e gli Stati Uniti, riavvicinando il Paese agli ambienti più tradizionali della diplomazia e mettendo da parte la venatura “latino-americanista” della Rousseff, sostenuta anche dagli endorsement continentali di Rafael Correa (Ecuador), Evo Morales (Bolivia) o Cristina Kirchner (Argentina).

Le sfide di Dilma

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“Diamoci la mano e avanziamo in questa camminata che ci aiuterà a costruire il presente e il futuro. Oggi sono molto più forte, serena e matura per il compito che mi é stato dato. Brasile, questa tua figlia non fuggirà dalla lotta neanche stavolta.” con questa esortazione all’intera popolazione brasiliana e all’opposizione che come abbiamo visto non é troppo lontana, Dilma Rousseff ha concluso la sua conferenza stampa a risultato acquisito.

La lotta stavolta passa attraverso la capacità di saper continuare a dare slancio al processo di rinascita del Brasile degli ultimi anni, sapendo realizzare le ambiziose sfide lanciate durante la campagna elettorale, per realizzare un paese migliore e offrire servizi sempre maggiori e sempre più efficienti ai propri cittadini.

Ci sono sfide importanti da affrontare sul piano interno come quella della sicurezza, dell’educazione e della salute pubblica, così come sul piano internazionale con la Presidente impegnata a ribadire l’appartenenza del Brasile agli stati emergenti facendosi portavoce della saldatura possibile BRICS-Latinos già sperimentata in sede ONU nel rifiutare la condanna della Russia sulla Crisi Ucraina e rifiutando definitivamente un Brasile impegnato ad essere il tramite, il mediatore, il pivot tra gli Stati Uniti e i paesi a loro non affini.

Un primo sentore sul sapore della sua vittoria la danno i mercati che puntavano su una vittoria di Neves. Il Real, la valuta brasiliana, perde il 4,19% nei confronti del dollaro Usa, che ha raggiunto la quotazione di 2,56, la piu’ alta dal 2008. All’apertura della Borsa di San Paolo, l’indice BOVESPA registrava un calo del 6%. Tutti aspettano tra l’altro i nomi nuovi della squadra economica visto che come ha dichiarato in campagna elettorale cambieranno i vertici sia alla Banca Centrale che al Ministero delle Finanze.

Il successo per Dilma passerà sicuramente dal saper garantire la solidità economica di fronte alle nubi all’orizzonte così come il mantenimento e l’ampliamento delle politiche sociali, riuscendo ad incidere però anche sull’innalzamento della competitività produttiva: a quel punto i mercati potranno solo apprezzare l’affermarsi di una regola aurea per lo sviluppo inclusivo e tra quattro anni trovarsi di fronte di nuovo Lula.

 

Fonte: a cura di Exportiamo, di Antonio Passarelli, redazione@exportiamo.it

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