Giamaica, un’isola dominata da criminalità e settore privato

Giamaica, un’isola dominata da criminalità e settore privato
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16 Luglio 2018
Categoria: Focus Paese
Paese:  Giamaica

La Giamaica è un Paese meraviglioso capace di attrarre ogni anno un cospicuo numero di turisti nonostante una criminalità diffusissima ed un tasso di omicidi assai elevato (5° su scala globale). Il governo guidato dal primo ministro Andrew Holness, in carica dal 2016, non sembra tuttavia in grado di mettere in campo misure efficaci che possano portare ad una normalizzazione della situazione.

Un paradiso terrestre minacciato dalla mafia locale: questa è, in buona sostanza, la Giamaica – piccola ma bellissima isola nel cuore dei Caraibi – tenuta in ostaggio dalla Jamaican Posse capace di mettere a ferro e fuoco il piccolo stato centroamericano. Come si legge sul sito della Farnesina (viaggiaresicuri.it) infatti “il livello di criminalità è elevato principalmente nella capitale Kingston per la presenza di gruppi criminali (gang) che controllano il traffico di stupefacenti. Si registrano aggressioni a scopo di rapina a danno di turisti stranieri. A seguito di violenze e sparatorie ad opera di criminalità organizzata e gang, è in vigore lo stato di emergenza a St James Parish, che include la località turistica di Montego Bay e a St Catherine Parish nella Greater Kingston. Si raccomanda massima prudenza, di limitare i movimenti al di fuori dei resort, affidandosi esclusivamente ad operatori affidabili per la circolazione in Montego Bay e per recarsi all’aeroporto, e attenendosi in ogni circostanza alle indicazioni delle Autorità locali”.

L’economia locale è letteralmente dominata dal settore privato sia locale che straniero che è riuscito a sostituirsi quasi completamente allo stato centrale per quel che riguarda il controllo degli asset nevralgici del Paese vale a dire infrastrutture, estrazione di materie prime e turismo.

Un ruolo di primo piano è svolto dal Private sector of Jamaica (Psoj), organizzazione attiva dal 1976, e che mira a promuovere lo sviluppo di un settore privato competitivo e produttivo tentando di influenzare significativamente le politiche pubbliche. Come recentemente dichiarato da Howard Mitchell, presidente del Psoj “non possiamo lasciare gli affari del governo al governo; i tempi sono cambiati. Non sono più in grado di prendersi cura di noi da soli; dobbiamo partecipare per garantire che ci forniscano i servizi che il governo è obbligato a fornire quando paghiamo le nostre tasse”.

Fondamentalmente il Psoj propone un modello di democrazia partecipativa ritenuto indispensabile per lo sviluppo del Paese e che sostiene l’applicazione del programma Vision 2030. Va però detto che, in linea generale, il Psoj esprime soprattutto gli interessi della classe benestante della popolazione giamaicana stimata in appena 100mila abitanti su un totale di quasi 3 milioni.

Tuttavia la verità è che, al di là di questo o quel programma, per dare una scossa all’economia del Paese servono investimenti che il governo non può fare per via dell’elevato debito pubblico (117% del Pil) e dei gravosi interessi che Kingston deve pagare a Fmi e Banca Mondiale che, fra l’altro, richiedono politiche improntate all’austerity.

Servirebbero quindi investimenti esteri che però sono scoraggiati da una serie di fattori fra cui: criminalità diffusa, elevati costi di servizi come luce ed acqua ed alti costi di adempimento fiscale.

Il settore sanitario è fortemente privatizzato (anche se negli ultimi anni si segnalano lievi miglioramenti anche nel servizio sanitario pubblico) così come l’istruzione secondaria cui hanno possibilità di accedere in pochi fortunati perché il costo dei libri di testo è proibitivo per le famiglie del ceto basso. Il Paese che ha dato i natali a Bob Marley oggi fonda la propria economia prevalentemente sul turismo, che rappresenta circa il 70 percento del Pil, ma può contare anche sull’esportazione di alcuni prodotti agricoli come canna da zucchero, caffè, banane e tabacco e sulla presenza di svariati giacimenti di bauxite ed alluminio.

La terza più grande isola dei Caraibi, dopo Cuba e Repubblica Domenicana, ha però una grande opportunità fornita dal Jamaican Logistics Hub (JLH), una strategia indirizzata a trasformare Kingston nel quarto snodo nella catena globale della logistica, dopo Rotterdam, Dubai e Singapore. Un progetto che prevede una serie di interventi fra cui alcuni già completati (dragaggio del porto di Kingston ed istituzione di zone economiche speciali) che dovrebbero aprire importanti opportunità in termini di crescita ed occupazione.

Rapporti con l’Italia

I rapporti commerciali fra Roma e Kingston sono piuttosto contenuti dal momento che la Giamaica rappresenta il 129esimo mercato di destinazione dell’export Made in Italy. Tuttavia nel 2017 le vendite verso l’isola sono aumentate del 93,3% rispetto all’anno precedente attestandosi a 47,6 milioni di euro (il 55% sono costituite da mezzi di trasporto). Una buona notizia per i futuri rapporti fra i due Paesi è arrivata lo scorso 19 gennaio quando l’ambasciatore italiano in Usa Armando Varricchio, che rappresenta il nostro Paese anche in Giamaica, ha firmato con il ministro delle finanze giamaicano Audley Shaw un accordo bilaterale contro le doppie imposizioni. L’accordo intende promuovere gli investimenti italiani in Giamaica e si configura come un interessante strumento per le Pmi italiane per penetrare il mercato locale, che costituisce anche un punto d’accesso privilegiato al più vasto mercato caraibico.

Fonte: a cura di Exportiamo, di Marco Sabatini, redazione@exportiamo.it

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