Che cos’è la Web Tax?

Che cos’è la Web Tax?
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15 Marzo 2018
Categoria: Fiscalità Internazionale

Con il termine web tax si definisce, in generale, quell’insieme di leggi che regolano la tassazione sui guadagni delle grandi aziende che operano sul web e che hanno sedi all’estero ma che vendono in Italia come Google, Amazon, Booking, Facebook e molti altri.

La Web Tax in Italia

La Web tax, è una nuova tassa che entrerà in vigore in Italia a partire dal 1° gennaio 2019.

Con la Legge di Bilancio 2018, è stato accolto l’emendamento presentato alla commissione di Bilancio al Senato da Massimo Mucchetti del PD che prevede l’istituzione della Web Tax, imposta che garantirà una corretta ed adeguata tassazione ai colossi del web.

Il nuovo prelievo sulle transazioni digitali si presenta come una imposta indiretta ad valorem e speciale, in quanto commisurata al corrispettivo/ricavo lordo della transazione e su una sola categoria di servizi. Si differenzia dunque dall’IVA che è invece una imposta generale sul valore aggiunto.

La struttura della nuova imposta è il risultato di un percorso legislativo particolarmente complesso nel corso del quale la formula inizialmente proposta del prelievo è stata significativamente modificata. Nella versione conclusiva il prelievo si applica al valore della singola transazione (al netto dell’IVA) con un’aliquota del 3 per cento.

Come funzionerà la Web Tax?

A partire dal 1° gennaio 2019, entra in vigore la nuova imposta sulle transazioni digitali con un’imposta pari al 3% (precedentemente del 6%).

Nella prima versione si stabiliva che i clienti italiani di questi servizi web dovessero trattenere questo 6% dalla fattura, versarlo all’erario e godere di un credito d’imposta di pari importo mentre con la nuova versione il credito d’imposta viene abolito e il 3% viene prelevato applicando una ritenuta alla fonte.

La nuova imposta, perciò, sarà prelevata con l’applicazione di una ritenuta da parte dell’acquirente e non più da parte della banca, che nella formulazione di Mucchetti avrebbe dovuto fare da sostituto di imposta.

L’obbligo di versamento però scatta solo quando in un anno solare sono state effettuate almeno 3mila transazioni digitali. Scompare il limite relativo al valore delle compravendite, che la prima versione fissava ad almeno 1,5 milioni di euro. La base imponibile, si legge nella relazione tecnica, è stata valutata in 6,34 miliardi, tre volte quella (oltre 2 miliardi) della pubblicità online, con trend di crescita medio dell’8%.

Alla pubblicità vanno infatti aggiunti gli altri servizi che andranno individuati con un decreto del Tesoro entro aprile, compresi data analytics, cloud computing e sistemi di integrazione ICT.

In sostanza verrà tassato il fatturato che le imprese italiane generano operando con soggetti come Airbnb, Google, Amazon, Facebook, Booking e molti altri perché non hanno stabile organizzazione in Italia.

A chi si applica e chi sono i soggetti esclusi?

Sul piano soggettivo l’imposta si applica a tutte le imprese che erogano un servizio digitale (residenti e non residenti), con la sola esclusione delle imprese soggette al regime forfettario (legge di Stabilità per il 2015) e dei soggetti agevolati per imprenditoria giovanile e lavoratori in mobilità (art. 27 del DL 98/2011).

Nello specifico sono esclusi:

• contribuenti nel regime forfettario;
• contribuenti nel regime dei minimi;
• imprese agricole;
• e-commerce (tagliando fuori un colosso come Amazon);
• per i corrispettivi sotto a 30 euro di importo;
• tutte le transazioni con soggetti che hanno una organizzazione stabile in Italia.

La Web Tax in Europa

Per poter stimolare la crescita, l’innovazione e lo sviluppo dell’economia europea, la Commissione UE ha dichiarato la necessità di definire un sistema di tassazione moderno e strutturato per la digital economy.

Per questa ragione, il prossimo 21 marzo, il Collegio dei commissari presenterà - salvo cambiamenti di programma - la sua proposta sulla web tax, che prevede l’introduzione di norme comuni sulla tassazione dei profitti delle multinazionali derivanti da attività svolte nell’ambito dell’economia digitale.

Per quanto riguarda la tassazione, i policy maker stanno lavorando per garantire delle soluzioni compatibili con il contesto economico, al momento compromesso dalla differenza di tassazione per le imprese che operano nel settore dell’economia digitale e le imprese tradizionali. Tali differenze rappresentano una minaccia per i principi di equità fiscale e sostenibilità del modello economico e sociale dell’UE.

Le regole fiscali vigenti non sono adeguate all’economia digitale e danneggiano la libera concorrenza: questo emerge dalle risposte ricevute dalla Commissione UE nell’ambito della consultazione pubblica sulla web tax.

In vista della presentazione della sua proposta sulla web tax, la Commissione UE ha pubblicato i risultati della consultazione pubblica, sull’introduzione di un sistema di tassazione per la web economy nell’Unione. Dai contributi ricevuti emerge la necessità di adeguare al più presto, a livello internazionale ed europeo, le norme fiscali per tutelare la libera concorrenza nel contesto della digital economy.

La tassazione digitale non è più una questione di sé”, dichiara Pierre Moscovici, commissario europeo per gli affari economici. “L’annuncio della proposta sulla web tax da parte della Commissione Europea è previsto per il 21 marzo”, ha aggiunto. Il commissario ha spiegato chiaramente che la web tax è irrinunciabile nell’Ue, perché non è più possibile ignorare l’elusione fiscale dei giganti del web.

Gli Over the Top pagano un’aliquota media dell’imposta sulle società del 9% in tutta l’Ue, mentre le imprese tradizionali pagano un’aliquota fiscale effettiva del 21%”, ha chiarito. Poi senza nominare Facebook ha detto: “una social media company, che genera oggi ben oltre la metà delle sue entrate dalle attività internazionali, ha pagato solo il 5% delle sue tasse totali in quei Paesi”. Infatti più della metà delle entrate totali di FB nel 2015 proviene dalla sua attività al di fuori degli Stati Uniti, secondo i dati forniti dalla stessa società alle autorità Usa.

Fonte: a cura di Exportiamo, Giancarlo Cabillon, redazione@exportiamo.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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