Rapporto ICE-Prometeia: Oltre la Crisi, le Opportunità dell’Export Italiano nel 2021-22

Rapporto ICE-Prometeia: Oltre la Crisi, le Opportunità dell’Export Italiano nel 2021-22
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05 Maggio 2021
Categoria: Marketing Internazionale

Agganciare la ripresa sarà la sfida principale che le nostre imprese saranno chiamate ad affrontare nell’immediato futuro. Difendere e consolidare la posizione competitiva acquisita all’estero negli ultimi anni sarà possibile a patto di saper intercettare i trend ed i cambiamenti in atto, primi fra tutti digitalizzazione, sostenibilità e innovazione.

Nel 2021 il commercio internazionale ripartirà del 7,6% in volume e la ripresa si consoliderà nel 2022 con un’ulteriore crescita del 5,3%, che dovrebbe consentire un graduale ritorno ai livelli pre-crisi. È quanto emerge dal XVIII Rapporto “Evoluzione del commercio con l’estero per aree e settori”, la guida pe le imprese esportatrici realizzata da ICE Agenzia in collaborazione con Prometeia.

Dal Rapporto traspare un cauto ottimismo che guarda con fiducia ai segnali incoraggianti che arrivano dai dati. Il presidente dell’ ICE Carlo Maria Ferro, ha infatti invitato a guardare il bicchiere mezzo pieno, e non solo perché nonostante il calo delle esportazioni dello scorso anno (-9,7%) il crollo dell’export italiano è stato tra i più contenuti tra i Paesi del G8, ma anche perché già nella seconda parte dell’anno si è registrata una crescita congiunturale del 30% nel terzo trimestre e del +3,3% nel quarto, trend in crescita che si è mantenuto anche ad inizio 2021.

Un altro segnale incoraggiante, che segnala la capacità delle nostre imprese di adattarsi agli shock inaspettati della domanda, viene dalle performance positive su determinati mercati, spesso a doppia cifra, di molte eccellenze settoriali Made in Italy che, per citare ancora Ferro, si sono guadagnate gli “Oscar dell’Export”. Per esempio, il riso verso la Germania è cresciuto nel 2021 del 34%, la pasta verso Giappone e Regno Unito rispettivamente del 18 e 21%, il vino verso la Corea del Sud del +39,5% e verso l’Olanda del +23,5%.

Ovviamente, sottolinea Ferro: “Non ci si può aspettare che la crisi dovuta alla pandemia risolva i problemi e le incertezze che esistevano prima dell’emergenza. Ciononostante, ci troviamo oggi di fronte a uno scenario che, una volta ristabilita una ‘nuova normalità’ nella circolazione di persone e merci, si prospetta più nitido e meno sfavorevole” ed il riferimento è alla transizione tutto sommato positiva della Brexit, che si è conclusa senza dazi e senza quote nonostante i nuovi adempimenti burocratici richiesti agli esportatori, ed alla nuova amministrazione americana che sembra meno incline alle spinte protezionistiche di quanto lo fosse quella precedente.

La mappa delle opportunità per l’export italiano

Il superamento dell’emergenza sanitaria e la graduale normalizzazione dei mercati internazionali (che dipenderanno, ça va sans dire, dall’esito delle campagne vaccinali a livello globale), consentiranno quindi un buon recupero della domanda mondiale nel prossimo futuro, offrendo alle imprese italiane la possibilità di riposizionarsi e cogliere nuove opportunità di business sia nei mercati maturi, ben presidiati, sia negli emergenti, più dinamici.

Nel dettaglio, i mercati maturi europei, tradizionale punto di riferimento per le imprese italiane, sono destinati a recuperare in parte nel 2021 quanto perso nel 2020, per poi superare i livelli di domanda pre-crisi nell’anno successivo.

Una ripresa più accelerata caratterizza l’area nord-americana che già nel 2021 andrà oltre i livelli di import del 2019.

Ancor più rapidi i tempi di recupero di altre aree, per via di una riduzione dei volumi meno intensa nel corso del 2020 (è il caso soprattutto dei Paesi asiatici, maturi e non) o di ripartenze mediamente più intense.

All’interno degli emergenti, e nonostante un recupero delle commodity che spesso finanziano la loro domanda internazionale, un andamento relativamente meno brillante riguarda l’Africa subsahariana e l’America Latina, le cui prospettive rimangono frenate anche da una minor fiducia verso i sistemi sanitari nazionali circa la messa in campo di un’immunizzazione diffusa.

Altro elemento differenziante rispetto al passato e soprattutto una chiave di lettura con cui guardare allo scenario dei prossimi anni riguarda il ruolo delle politiche commerciali. Nel continente asiatico, infatti, l’anno della pandemia è stato anche l’anno del più grande accordo di libero scambio mai siglato, un’intesa che può modificare gli equilibri competitivi in una delle aree a maggior potenziale in chiave prospettica. Con un contributo al commercio mondiale di 9.300 miliardi di euro e con oltre 2,2 miliardi di persone coinvolte, i 15 firmatari dell’accordo RCEP (Regional Comprehensive Economic Partnership) hanno posto le fondamenta per un’intesa che, a dire di molti, potrebbe risollevare le sorti dell’economia globale. Per l’Italia si tratta di mercati che valgono nel complesso 39 miliardi di euro (l’8% del suo export) e il cui presidio rimane fondamentale per la ripresa dei prossimi anni. Già nel 2021 per esempio la crescita dell’import di questi Paesi sarà superiore di almeno due punti a quella attesa per la media degli scambi mondiali. Appare evidente, dunque, come l’asse commerciale si stia spostando sempre più verso oriente.

I settori in crescita

Il recupero di domanda atteso in molti mercati già per il 2021 non si tradurrà in ogni caso in un ritorno al passato in senso stretto. La crisi del 2020 porta con sé una modifica dei fattori competitivi che favoriscono il successo delle imprese sui mercati internazionali, agevolando alcuni settori e penalizzandone altri. Per esempio, nell’ultimo anno i flussi dei beni legati all’emergenza (dai dispositivi di protezione, ai prodotti farmaceutici, al materiale medico/sanitario) sono cresciuti in valore del 17%. Il settore più collegato all’emergenza sanitaria, la chimica farmaceutica, ha sperimentato un’espansione della domanda internazionale dell’8%.

Il dato si confronta con flessioni superiori al 20% per i settori collegati alla mobilità (automotive e altri mezzi) o a oltre il -10% di alcuni comparti tecnologici (meccanica in particolare) e di consumo (sistema moda e arredo), tra quelli di particolare rilevanza per l’Italia.

Dal punto di vista settoriale si rafforzano quindi nuovi trend che condizioneranno il commercio estero sia dei beni di consumo sia di quelli d’investimento. Nei primi, un ritorno all’essenziale ed una maggiore attenzione per la salute favoriranno l’alimentare e l’arredo Made in Italy (rispettivamente +8,5% e +8,4% la crescita nel 2021) ma anche un recupero, rispetto alla flessione del 2020, per il sistema moda, più legato alla socialità (+6,7% la variazione attesa nel 2021). Gli aspetti salutistici risulteranno premianti anche dopo il superamento della crisi sanitaria, mantenendo la filiera agroalimentare e quella farmaceutica tra le più attrattive.

Nei beni d’investimento si vedrà una crescita della meccanica, primo settore dell’export nazionale (+6,8% la previsione del 2021 e un tasso di sviluppo poco sopra il 5% nel 2022) nonostante l’eccesso di capacità produttiva accumulato ne frenerà le prospettive di sviluppo, e dell’elettronica (+8,2%), comparto che ha mostrato una delle migliori tenute già durante la fase più acuta della crisi.

Le sfide per le imprese

Più che i settori in sé saranno premiate le strategie di quanti faranno propri gli stimoli verso digitalizzazione, sostenibilità e innovazione, i nuovi paradigmi che guideranno politiche industriali, modelli di produzione e consumo nell’epoca post-Covid.

Il loro senso strategico per le imprese non dovrà quindi limitarsi a un’occasione d’incentivo, ma investe a tutto tondo il modello organizzativo e tecnologico delle imprese. Nel caso dell’e-commerce, per esempio, la lettura del nuovo paradigma non può limitarsi alla messa on-line di prodotti, altrimenti non accessibili attraverso canali tradizionali. Chiama in causa invece la gestione di magazzini per la rapidità degli approvvigionamenti, l’organizzazione di sistemi di assistenza e la tracciabilità dei processi a tutela della clientela finale.

Analogamente i temi cosiddetti green non si esauriscono nel controllo delle emissioni dei processi produttivi o a campagne di marketing, ma si allargano ai criteri di sourcing dell’impresa, alla catena logistica, alla riduzione degli sprechi, alla predisposizione di processi volti a favorire la resilienza nei confronti di tutti i rischi ambientali e reputazionali collegati.

Le imprese italiane, come l’intera economia globale, sono oggi prossime a un bivio che divide lo scenario tra un prima e un dopo Covid. Si tratta di un punto critico non tanto o non solo in termini di quadro sanitario di riferimento, che necessariamente subiscono. Possono invece essere protagoniste della trasformazione sulla base delle scelte che le stesse affronteranno per rispondere allo scenario competitivo degli anni a venire; nuovi paradigmi strategici su cui misurarsi (equilibri regionali, modifiche delle filiere, modelli di spesa, tecnologie digitali e temi ambientali), ma anche più banalmente maggior selezione alla luce del ridimensionamento dei mercati indotta dalla crisi. È un contesto ricco di incognite, ma allo stesso tempo non privo di opportunità, una sorta di reset forzato degli equilibri pre-esistenti, a partire da cui le imprese potranno trovare nuove strade e canali di sviluppo.

Fonte: a cura di Exportiamo, di Miriam Castelli, redazione@exportiamo.it

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