Dalla fine degli anni Sessanta ad oggi, parlare di “politica industriale” ha rappresentato un tabù e solo oggi forse ci si sta rendendo conto dell’importanza, soprattutto in un paese privo di materie prime e di conseguenza “costretto” a creare il suo valore nella trasformazione e nell’intermediazione.

Il fatto positivo é che a quanto pare, certe sensibilità stanno tornando anche se nel frattempo a cambiare é stata la stessa “industria” nella sua essenza, “travolta” dalla rivoluzione tecnologica digitale che la rende sempre più connessa e diffusa.

In questi ultimi mesi un sintetico rapporto stilato dalla società di consulenza tedesca Roland Berger, sta riportando l’attenzione dei governi europei sul tema, per far comprendere opportunità e rischi connessi alla rivoluzione digitale già in atto, “Industry 4.0” infatti interpreta le tendenze in atto negli ultimi 15 anni per cercare di tracciare uno scenario da qui al 2030 e per farsi trovare preparati.

Il punto di partenza é la considerazione che dall’inizio del secolo/millennio ad oggi, il peso dell’industria nella creazione di  valore si é lentamente trasferito alle economie emergenti.

Gli analisti autori del rapporto, fanno notare come confrontando i dati relativi al 1991 con quelli del 2011, le aree tradizionalmente sviluppate abbiano perso la leadership industriale e se all’alba del nuovo ordine nato dalla fine del sistema bipolare, l’80% del valore aggiunto dell’industria manifatturiera era concentrato in Europa occidentale, Nordamerica e Giappone, in due decenni i paesi emergenti hanno lentamente “conquistato” valore aggiunto, raddoppiando la loro quota nelle loro produzioni e rappresentando oggi il 40%.

I paesi tradizionalmente avanzati quindi con il passaggio al terzo millennio e l’affermazione di un mercato globale, hanno perso terreno ma l’occasione per recuperarlo come dimostra il rapporto, non manca.

Roberto Crapelli, Amministratore Delegato di Roland Berger Italia, pensando all’industria del futuro, più diffusa e connessa, disegnata sulle nuove tecnologie digitali, mette in risalto come bisogna cambiare i parametri nella valutazione delle capacità di un paese perché:

“Non sarà molto importante possedere l’intero ciclo produttivo ma individuare l’anello di quel ciclo in cui si concentra il valore. Non sarà tanto importante essere grandi, quanto essere flessibili e veloci nella risposta ai cambiamenti. E’ decisivo per un imprenditore individuare l’anello strategico della catena. Quello che  dà più valore aggiunto perché é in grado di modificarsi più in fretta al mutare delle richieste degli altri attori della filiera produttiva”.

A cambiare sono quindi modelli, strumenti e processi ma innanzitutto é necessario un salto culturale, un cambio di mentalità, dettato innanzitutto dai nuovi processi digitali che stanno trasformando il sistema industriale rendendolo diffuso, delocalizzato e immateriale, con la trasformazione dei flussi che da oggetti che si muovono diventano dati, che si materializzano poi a migliaia di chilometri di distanza, come dimostra il caso emblematico della rivoluzione in atto nei processi industriali con l’avvento delle stampanti 3D.

L’industria del futuro (già presente) é quindi un’industria istantanea in grado di tagliare i tempi ma anche di migliorare la capacità e la velocità nella risposta a nuove esigenze e gli analisti fanno notare come le potenzialità da sviluppare siano enormi, naturalmente associate a ingenti investimenti.

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L’obiettivo per il “Vecchio Continente” secondo lo studio é tornare a rappresentare il 20% di valore aggiunto manifatturiero, rispetto al 15% attuale e tutto ciò viene quantificato in investimenti per 1.300 miliardi di euro nei prossimi 15 anni, in media 90 miliardi di euro all’anno.

A Berlino - unico paese europeo che nel periodo 2001-2011 é riuscito ad aumentare la sua quota passando dal 22% al 23% nel giro di 10 anni – ben coscienti di come il vantaggio acquisito vada mantenuto, sono già al lavoro rispetto ai competitor europei che hanno perso terreno, basti pensare che sempre nel periodo 2001-2011 Francia e Gran Bretagna hanno visto scendere la loro quota da 15% a 11% mentre alle nostre latitudini si é passati dal 20% al 16%.

Il governo tedesco ha istituito infatti una commissione per studiare come investire al meglio i 45 miliardi di euro annui necessari per garantire la nuova rivoluzione produttiva mentre anche noi questa volta vogliamo provare a “stare sul pezzo” come dimostra la Task Force istituita dal Ministro dello Sviluppo Economico, Federica Guidi e da quello dell’Economia e delle Finanze, Pier Carlo Padoan che affida a 7 esperti tra i quali ad esempio, il Prof. Giorgio Barba Navaretti, il Prof. Carlo Altomonte e il Capo Ufficio Studi di Intesa San Paolo Gregorio De Felice, il compito di definire obiettivi e strategie ottimali per poter impiegare al meglio i 15 miliardi di euro annui di investimenti per poter essere protagonisti nell’industria del futuro.

Naturalmente trovare una via virtuosa alla digitalizzazione avrà effetti positivi su occupazione, crescita e competitività e - sempre secondo il già citato rapporto stilato dalla società di consulenza guidata da uno dei principali consiglieri economici dei governi di Gerhard Scheroeder in Germania – in valore assoluto ad esempio riuscire a garantire la quota del 20% dell’attività industriale sul totale del valore aggiunto europeo, significherebbe far salire il numero degli addetti nell’industria dai 25 milioni attuali a 31 milioni entro il 2030.

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Paradossalmente e inaspettatamente quindi secondo gli analisti, questa nuova rivoluzione industriale potrebbe restituire alla produzione industriale un “volto umano” andando a compensare l’occupazione sacrificata negli anni Settanta sull’altare dell’automazione produttiva e dell’introduzione dei robot nella produzione.

L’industria europea si appresta quindi a vivere questa sua nuova dimensione che porterà ad un nuovo modello industriale non più basato su occupazione e produzione di massa ma piuttosto su una nuova industrializzazione di qualità, d’altronde la sfida da vincere per i paesi europei é quella di continuare a collocarsi al posto giusto all’interno della catena del valore globale, quello immateriale, più flessibile e adattabile, cercando di evitare il rischio di cadere nelle “parti pesanti della catena”, dove il valore creato é inferiore.

La partita é già iniziata e la sfida per il nostro paese é fondamentale, servirà naturalmente tempo per vederne i risultati ma alla fine della corsa sul campo rimarranno vinti e vincitori come sempre.

La nostra speranza e la nostra consapevolezza dev’essere quella che alla fine del percorso avrà reso il nostro paese in grado di mettere in campo una razionalizzazione industriale per rendere le filiere produttive efficienti mettendo a sistema in maniera virtuosa le risorse disponibili (sempre minori) cercando di ascoltare le esigenze del sistema produttivo senza perdersi né in un dirigismo ottuso e né nella solita pioggia di finanziamenti senza merito.

 

Di certo dopo l’ubriacatura degli ultimi decenni, aver capito oggi che “politica industriale” non é un termine novecentesco da lasciare in cantina, ma una leva ancora strategica per fare la differenza al mondo d’oggi, é già un deciso passo in avanti.

 

Fonte: a cura di Exportiamo, di Antonio Passarelli, redazione@exportiamo.it

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