Myanmar: con il trionfo di Aung San Suu Kyi si allarga la strada verso la democrazia

Myanmar: con il trionfo di Aung San Suu Kyi si allarga la strada verso la democrazia
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13 Novembre 2015
Categoria: Marketing Internazionale
Paese:  Myanmar

L’esito definitivo delle elezioni di domenica 8 novembre in Myanmar o Birmania che dir si voglia è storico, segna uno spartiacque. E così le prime elezioni considerate libere nel paese dal colpo di stato del 1962 registrano il trionfo della Lega Nazionale per la Democrazia (NLD) guidata da Aung San Suu Kyi, uno dei simboli globali della lotta per la libertà a cavallo dei due millenni, candido esempio di coraggio e sacrificio.

Cresciuta all’estero e arrivata nel Paese solo nel 1988 per assistere la madre, Aung San Suu Kyi è figlia del fondatore della Birmania indipendente e orfana dall’età di due anni quando il padre venne assassinato.

La schiacciante vittoria elettorale corona il sogno di un popolo intero e arriva al potere con 25 anni di ritardo rispetto alle elezioni del 1990 il cui esito - la vittoria del “suo” NLD fondato nel settembre 1988 - non fu riconosciuto dalla giunta militare e da lì iniziò il suo calvario tra prigioni, privazioni e arresti domiciliari terminato nel 2010 con la sua definitiva liberazione. Nel 1991 fu insignita anche del premio nobel per la pace e usò i fondi ricevuti per costituire un sistema sanitario e di istruzione a favore del popolo birmano.

Alla BBC San Suu Kyi focalizzando la sua attenzione sulla nuova coscienza del popolo birmano, mentre si concretizzava il trionfo ha dichiarato:

I tempi sono cambiati, la gente è cambiata. Abbiamo ottenuto la maggioranza probabilmente intorno al 75% dei seggi in Parlamento. Trovo che la gente adesso sia molto più politicizzata, non solo rispetto al 1990 ma anche rispetto al 2012. La gente è molto più vigile rispetto a ciò che succede, c’è la rivoluzione della comunicazione, che ha fatto una differenza enorme: tutti vanno sulla Rete e informano tutti gli altri su quello che succede. Quindi è molto più difficile per coloro che vogliono commettere irregolarità farla franca”.

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Il suo partito si presenta con una forte carica politica, una buona strategia e un buon programma, ma deve confrontarsi con la realtà di fatto del regime birmano che solo nell’ultimo lustro ha avviato a piccoli passi il suo percorso di democratizzazione.

Secondo gli ultimi aggiornamenti NLD alle urne avrebbe ottenuto i seggi necessari per avere la maggioranza in parlamento e poter eleggere il prossimo presidente, surclassando l’Unione dello Sviluppo e della Solidarietà (UDSP), il braccio politico della giunta militare guidato dal presidente uscente Thein Sein. Bisogna però ricordare il “particolare” assetto istituzionale birmano caratterizzato dalla riserva del 25% dei seggi in parlamento per i militari.

Senza il consenso dei militari non potrà cambiare una virgola della Costituzione e inoltre sempre ai militari spettano i poteri di nominare il ministro della Difesa, il ministro degli Interni e il ministro degli Affari di confine, il dicastero che si occupa dei rapporti con le minoranze etniche, una delle materie più delicate e potenzialmente esplosive nel paese. Esiste poi il Consiglio nazionale per la sicurezza, organismo militare che può decidere la sospensione del funzionamento del parlamento e del governo in qualsiasi momento. Inoltre la leader democratica non può diventare presidente perché in base alla carta costituzionale fatta approvare dai militari, si impedisce a chi ha un congiunto - coniuge o figli - con cittadinanza straniera, e lei ha avuto un marito e ha due figli britannici, di ascendere alla più alta carica del Paese.

L’apertura politica degli ultimi anni ha rivalutato l’importanza economica e strategica del Myanmar che rappresenta lo snodo fondamentale per il controllo delle rotte commerciali da e verso l’oceano indiano, segnando l’inizio di una nuova fase per il Paese.

L’economia del Paese si caratterizza per una base ancora fortemente agricola (30% del prodotto interno lordo e 60% dell’occupazione) ma grazie all’ampia dotazione di materie prime – tra cui gas naturale, risorse forestali e pietre preziose – e una popolazione giovane di oltre 50 milioni di persone secondo il censimento del 2014 ha un elevato potenziale di sviluppo. Da tre anni il PIL cresce intorno all’8% con previsioni secondo la Banca Asiatica di Sviluppo per il biennio 2015-2016 altrettanto positive e tassi di crescita superiori all’8%.

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Lo sviluppo in questi anni ha attraversato e interessato quasi tutti i settori grazie al flusso degli investimenti stranieri che nei settori delle telecomunicazioni, idrocarburi, immobiliare e alberghiero e manifatturiero (soprattutto tessile) hanno attirato quasi 7 miliardi di dollari nel 2014 ma rimane ancora molto da fare. Nonostante la grande dotazione di risorse e la recente crescita impetuosa infatti il reddito medio pro capite del paese è di crica 1.270 dollari e rimangono problemi strutturali significativi con una rete infrastrutturale ancora molto carente, debole capacità dell’amministrazione pubblica, un settore privato domestico sottosviluppato e cresciuto all’ombra di divieti e protezioni, bassa produttività nell’agricoltura e nei servizi, e un capitale umano carente sul piano della formazione.

L’entusiasmo a Rangoon è molto e il momento è bello così come la consapevolezza che la storia sa stupire e il processo di emancipazione dei popoli attraverso l’affermazione di regimi democratici deve nascere e crescere all’interno, non si può nè importare e nè esportare come qualcuno ha infelicemente provato a fare. A marzo appena si insedierà il nuovo governo bisognerà dare subito le prime risposte per mantenere vive le speranze di un popolo intero.

La leader della ex opposizione birmana dovrà iniziare un lungo processo di negoziato politico con la forza di sapere dalla sua parte Pechino, storico alleato della giunta militare.

Bisogna considerare poi che al progredire del processo democratico in Myanmar corrisponde una progressiva disponibilità statunitense a collaborare con il Paese che nella strategia di Obama può rappresentare per l’America un alleato importante nel contesto geostrategico della regione.

Comincia un lavoro lungo e paziente perché dopo 50 anni di regime autoritario, arrivare alla democrazia nel giro di pochi mesi non è pensabile e già nella formazione del governo, serviranno compromessi con chi è sostenuto da quei militari che hanno schiacciato per decenni le speranze di libertà del suo popolo, ovvero ciò che San Suu Kyi incarna.

Fonte: a cura di Exportiamo, di Antonio Passarelli, redazione@exportiamo.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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