Letture Consigliate: “Strategie e performance dell’industria alimentare”

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05 Aprile 2016
Categoria: Letture Consigliate

Abbiamo letto per voi i risultati dello studio “Strategie e performance dell’industria alimentare” - edito da McGraw-Hill Education e commissionato da Fiere di Parma ad un gruppo di ricercatori dell’Università Cattolica in occasione di Expo 2015 - in cui si è osservato l’andamento economico delle 448 imprese più grandi dell’industria alimentare italiana, nel periodo 2007-2013 che di certo non è stato florido per la nostra economia a livello nazionale.

Nell’indagine svolta, si approfondiscono le relazioni che si sono sviluppate, negli anni centrali della crisi economica globale, fra diverse variabili quali, caratteristiche, dimensioni e tasso di redditività delle imprese analizzate e i risultati fanno emergere più di qualche sorpresa.

Effettivamente i risultati della ricerca dimostrano come i ricavi aggregati delle imprese osservate abbiano fatto registrare una crescita significativa passando da 45,266 a 56,842 miliardi di euro, realizzando così, in soli sei anni, un incremento complessivo superiore al 25%.

A trainare questo trend positivo son stati i settori Diary (passato da 10,5 a 13,7 miliardi di euro), Carni (da 4,6 a 6,9), Pasta (da 5 a 6,3) ed il comparto Snack, Confectionery e Bakery (da 7,1 a 8,5). Non tutti i settori comunque hanno registrato variazioni di fatturato significative e fra questi occorre citare Olio (+1,43%), Acqua (+1,08%) e Birra (-0,29%).

Ciò che va evidenziato invece è come la crescita non ha riguardato solo i fatturati aziendali ma anche altri importanti indici, fra cui spiccano redditività e liquidità, che restituiscono un’immagine di complessiva solidità a livello patrimoniale-finanziario delle imprese in questione, pur non dimenticando l’esistenza di marcate differenze all’interno dei singoli sub-settori.

Le evidenze empiriche dello studio - condotto dai professori Antoldi e Cerrato coadiuvati dal dott. Campati - hanno inoltre messo in luce un altro dato non di poco conto ovvero che, nel settore agroalimentare, la dimensione dell’impresa è una variabile da tenere in assoluta considerazione.

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Spesso infatti imprese di maggiori dimensioni hanno a disposizione strutture più efficienti ed in generale più strumenti che le consentono di mantenere buoni margini di redditività anche in periodi di contrazione economica a dispetto di molte PMI che invece rimangono molto sensibili ai cambiamenti nel ciclo economico.

Gli autori dell’indagine hanno poi voluto focalizzare la loro attenzione su un selezionato gruppo di imprese (120) considerate “eccellenti”, in quanto in grado di trasformare le difficoltà scaturite dalla crisi economica, in un’opportunità di miglioramento del proprio business, a tal punto da riuscire a render più prospera la situazione economico-finanziaria aziendale.

Uno dei paragrafi più interessanti del volume è proprio quello in cui si è esplorato il grado di apertura delle imprese eccellenti sui mercati internazionali e - in particolare - le specificità dei singoli processi di internazionalizzazione intrapresi e consolidati negli anni.

In generale quello che salta all’occhio è che ad essere privilegiate sono ancora modalità “leggere” di internazionalizzazione come il ricorso ad agenti e/o distributori, mentre rimane ancora limitata la creazione di joint-venture o il dispiegamento di investimenti diretti esteri.

Il mercato interno rimane di gran lunga quello più importante per le eccellenze “Made in Italy” del settore Food&Beverage, “pesando” per il 64% sul totale dei fatturati societari e, solo il mercato UE (25%), sembra rivestire oggi un ruolo di una certa rilevanza fra quelli esteri.

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Appaiono marginali le vendite di prodotti italiani analizzati sia su altri mercati europei non appartenenti all’UE (2,5%) sia nel resto del mondo (8,5%). Questo però non significa affatto che il “Made in Italy” non sia presente sui mercati internazionali ed anzi la numerosità dei mercati raggiunti è molto elevata soprattutto sui mercati capaci di trainare il consumo a livello globale (su tutti Cina, India, Giappone Sud e Nord America).

Gli imprenditori italiani vedono un futuro in cui la Cina scalerà posizioni diventando il 5° mercato più importante per l’export tricolore, la Russia riguadagnerà un po’ di terreno (a patto che le sanzioni vigenti vengano al più presto attenuate o del tutto eliminate) e l’Africa (in particolare Ghana, Kenya e Sudafrica) si affaccerà sul nostro mercato con crescente intensità incrementando la richiesta di prodotti italiani.

Come spiegano gli autori Antoldi e Cerrato, l’unica strategia vincente sui mercati internazionali per il vero “Made in Italy”, non può che essere quella di “garantire, a prezzi competitivi per i clienti, una superiorità forte in termini di qualità supportata dalla tradizione”.

La ricerca, in ultima analisi, sottolinea quanto il ruolo della proprietà sia dirimente nel determinare il successo delle imprese agroalimentari, tanto sul mercato interno quanto sui mercati internazionali: a vincere sono le realtà imprenditoriali capaci di mantenere il giusto mix fra tradizione ed innovazione - e quindi investimenti - riuscendo a rimanere le più competitive e apprezzate in giro per il mondo.

Recensione a cura di Exportiamo, di Marco Sabatini, redazione@exportiamo.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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