Baladin: il primo birrificio Made in Italy a sbarcare negli States

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16 Agosto 2017
Categoria: Un'Italia da Export

Fabio Mozzone, Marketing Manager di Baladin, ci ha raccontando la storia del primo birrificio italiano ad essere commercializzato negli USA ed oggi presente su ben 35 mercati internazionali.

Ci racconti brevemente la storia della sua azienda…

Il birrificio Baladin nasce come brewpub nel 1996 a Piozzo, un piccolo paese che si affaccia sulle Langhe, in Piemonte. Da subito ho scelto di creare le mie birre pensando di abbinarle al cibo e di conseguenza, iniziandone la distribuzione in bottiglia, siamo stati i primi artigiani a distribuire in bottiglia la birra in Italia. Inoltre abbiamo deciso di concentrare tutta l’attenzione sul canale dell’HORECA, con particolare riferimento alla ristorazione. Baladin è considerato un birrificio “pioniere” ed un attore fondamentale per la nascita del movimento birrario artigianale italiano e nel 2012 è diventato un birrificio agricolo con lo scopo di dimostrare lo stretto legame tra la birra e la terra. Produciamo esclusivamente “birra viva” non pastorizzata con oltre 30 etichette in catalogo, birre ad alta fermentazione in cui ricerchiamo equilibrio e personalità. Gestiamo direttamente 13 locali in Italia che ci permettono di contribuire alla diffusione della conoscenza del nostro prodotto e più in generale del mondo della birra artigianale nazionale in particolare attraverso i locali Open che ospitano un’ampia scelta di prodotti selezionati nella maggior parte delle regioni italiane.

Quali sono gli elementi e le condizioni che hanno decretato il successo della sua azienda sul mercato attuale?

Ci sono diverse chiavi di lettura. Sicuramente la storicità del marchio accompagnata da un percorso che ha reso Baladin quasi una filosofia da raccontare. Il nostro prodotto, essendo dedicato al mondo della ristorazione, ha alti parametri qualitativi costantemente giudicati da un pubblico attento e legati ad una scelta precisa: abbinare la nostra birra al cibo per esaltarne le caratteristiche e mai per sovrastarne i sapori. Anche la scelta di distribuire direttamente la birra ha avuto il suo peso. Ci siamo potuti dedicare esclusivamente al frutto del nostro lavoro ed avere un legame stretto e diretto con il mercato. A legare tutto questo la costante voglia di rinnovarci ed innovarci restando legati al territorio ed alla nostra terra. Non siamo mai paghi e abbiamo sempre nuovi progetti aperti e la voglia e volontà di impegnarci a condividerli.

In questi anni di crisi, quanto la ricerca del successo sui mercati internazionali è stata una scelta e quanto una necessità per la sua azienda?

Vendiamo principalmente in Italia ma da sempre esportiamo e anzi, siamo stati il primo birrificio italiano ad essere commercializzato negli USA. Il mercato della birra artigianale è cresciuto esponenzialmente in Italia e questo ha consentito di non risentire pesantemente della crisi economica se non per un ovvio contenimento generale dei consumi. Siamo però consapevoli dell’importanza di differenziare il nostro fatturato ed è per questo che stiamo espandendo la nostra presenza all’estero. Attualmente sono oltre 35 i Paesi in cui siamo presenti e, da qualche anno, è stato creato uno staff dedicato allo sviluppo e al consolidamento di questi mercati. I risultati sono incoraggianti e ci fanno ben sperare malgrado la complessità di gestire la vendita di un prodotto alcolico.

Quale metodologia di ingresso ha adottato per fare business all’estero ed in quali mercati siete oggi presenti?

Scegliamo partner che abbiano la principale caratteristica di essere specialisti dell’HORECA. Il nostro non è un prodotto da GDO se non per quei mercati dove la distribuzione organizzata è sinonimo di alta qualità come nel caso del Giappone. Ai nostri partner chiediamo di venirci a trovare prima di iniziare una collaborazione, devono assorbire il “mondo Baladin” per divenirne ambasciatori nei loro Paesi di origine. Non è retorica, per noi è un punto fondamentale. Attraverso le nostre birre noi parliamo con il pubblico e il messaggio deve essere ben condiviso per poter arrivare nel modo giusto.

Qual è il “peso” delle attività internazionali oggi sul suo business?

Circa un 15% del fatturato totale ma con un incremento molto significativo già a fine 2017.

Nel vostro percorso di espansione all’estero siete stati supportati da strutture pubbliche e/o da società di consulenza private?

Tutto lo sviluppo è stato gestito internamente. In alcuni Paesi come il Giappone abbiamo intrapreso dei rapporti di collaborazione continuativi con figure professionali che potessero rappresentarci in un mercato molto diverso dal nostro, considerato che il nostro prodotto va raccontato e fatto conoscere, specie nella ristorazione.

Com’è il rapporto con la burocrazia all’estero e, più in generale, quali sono state le principali difficoltà riscontrate?

È molto complessa la parte di gestione burocratica della vendita di un prodotto alcolico sia per quanto riguarda la gestione delle ACCISE (tassa sull’alcool) sia per quanto riguarda le informazioni di carattere nutrizionale e di ingredientistica da fornire in ogni singolo paese di entrata. Ogni stato ha le sue regole anche in termini di etichettatura, cosa che ha reso necessario notevoli investimenti in termini di macchinari e personale nel reparto di confezionamento.

Quali sono i vostri piani futuri di sviluppo? Avete già in mente nuovi mercati da conquistare?

Come precedentemente indicato i nostri obiettivi sono di consolidamento in primo luogo con l’obiettivo di rendere redditivo l’export. A questo si affianca un’attività di selezione dei mercati potenzialmente appetibili sia in termini economici che di immagine. A tal proposito abbiamo un export manager che si dedica costantemente a queste attività.

Quale consiglio si sente di dare agli imprenditori che intendono affacciarsi nello stesso contesto estero?

È difficile dare consigli ma forse suggerirei di fare attenzione a non illudersi dei primi successi esteri. Ogni mercato ha bisogno di novità da introdurre ma ai primi successi si rischia di avere altrettante delusioni per una repentina discesa dell’interesse e di conseguenza delle vendite. Bisogna lavorare tanto ed avere pazienza per costruirsi un mercato ed una reputazione all’estero.

Fonte: a cura di Exportiamo, di Marco Sabatini, redazione@exportiamo.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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