Rapporto Italiani nel Mondo 2020: oltre 5 milioni i Residenti all’Estero

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29 Ottobre 2020
Categoria: Expatriamo

La Fondazione Migrantes ha da poco presentato la quindicesima edizione del Rapporto Italiani nel Mondo: il quadro che ne emerge è quello di un’Italia sempre più spopolata e privata delle sue risorse più vitali.

“Se nel 2006 gli italiani regolarmente iscritti all’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (AIRE) erano 3.106.251, nel 2020 hanno raggiunto quasi i 5,5 milioni: in quindici anni la mobilità italiana è aumentata del +76,6%, con un incremento pari a quello registrato nel Secondo Dopoguerra”. Questo è quanto emerge dal Rapporto Italiani nel mondo 2020, presentato martedì 27 ottobre dalla Fondazione Migrantes.

Il Rapporto, giunto quest’anno alla sua quindicesima pubblicazione, traccia un bilancio di questi 15 anni in una edizione speciale che raccoglie le analisi socio-statistiche delle fonti ufficiali, nazionali e internazionali, più accreditate sulla mobilità dall’Italia delineando le principali tendenze in essere.

Sono numerosi infatti i trend emersi negli ultimi anni sui quali vale la pena soffermare l’attenzione. 

Innanzitutto si è assottigliata la differenza di genere: le donne sono passate dal 46,2% sul totale iscritti 2006 al 48,0% sul totale iscritti 2020.

Inoltre, si tratta di una collettività che, nella sua generalità rispetto al 2006, si sta ringiovanendo a seguito delle nascite all’estero (+150,1%) e della nuova mobilità costituita sia da nuclei familiari con minori al seguito (+84,3% della classe di età 0-18 anni) sia da protagonisti giovani e giovani-adulti immediatamente e pienamente da inserire nel mercato del lavoro (+78,4% di aumento rispetto al 2006 nella classe 19-40 anni).

D’altra parte, occorre aggiungere alcuni recenti fenomeni che riguardano gli emigrati meno giovani che portano oggi a registrare un aumento degli iscritti all’AIRE, con età superiore ai 65 anni, del +85,4% negli ultimi 15 anni.

In primis occorre evidenziare quello del “migrante previdenziale” - che ha avuto il suo culmine nel 2018 - ovvero del pensionato italiano di lusso, colpito da precarietà o sull’orlo della povertà, che decide di partire per quei paesi dove è in corso una politica di defiscalizzazione per turisti o persone anziane, territori dove la vita costa molto meno rispetto all’Italia e dove il potere d’acquisto è, di conseguenza, superiore.

Ultimamente è emersa anche la figura del “migrante genitore-nonno ricongiunto” che per aiutare i propri figli in mobilità all’estero con tutta la famiglia composta anche da bambini in età scolare o, addirittura, più piccoli, trascorre periodi sempre più lunghi all’estero supportando figli e nipoti fino al completo trasferimento di tutto o di buone parti dell’anno solare, e del “migrante di rimbalzo, ovvero di colui/colei che dopo anni di emigrazione all’estero soprattutto in paesi europei (Germania, Svizzera e Francia) oppure oltreoceano (Argentina, Cile, Brasile, Stati Uniti) è rientrato in Italia per trascorrere la propria vecchiaia “in paese”, ma rimasto vedovo/a, e magari con i figli (e i nipoti) nati, cresciuti e lasciati all’estero, decide di ripercorrere la via del rientro nella nazione che per tanti anni lo ha accolto da migrante e che oggi, stante le difficili condizioni socio-economiche vissute dal Belpaese, gli assicura un futuro migliore.

Solo cervelli in fuga?

Il rapporto svela un costante errore nella narrazione della mobilità recente raccontata all’opinione pubblica come quasi esclusivamente composta da altamente qualificati occupati in nicchie di lavoro prestigiose e specialistiche quando, invece, a crescere sempre più è la componente “dei diplomati” alla ricerca all’estero di lavori generici.
Da un lato infatti è vero che se nel 2006, stando ai dati ISTAT, il 68,4% dei residenti ufficiali all’estero aveva un titolo di studio basso – licenza media o elementare o addirittura nessun titolo – mentre il il 31,6% era in possesso di un titolo medio alto (diploma, laurea o dottorato), dal 2006 al 2018 si assiste alla crescita della popolazione in formazione e scolarizzazione: nel 2018, infatti, il 29,4% è laureato o dottorato e il 29,5% è diplomato mentre il 41,5% è ancora in possesso di un titolo di studio basso o non ha titolo.
Dall’altro è vero anche però che, rispetto al 2006, la percentuale di chi si è spostato all’estero con titolo alto (laurea o dottorato) è cresciuta del +193,3%, ma per chi lo ha fatto con in tasca un diploma, l’aumento è stato di ben 100 punti decimali in più (+292,5%).

Dove sono gli Italiani nel mondo?

La presenza italiana nel mondo si conferma soprattutto europea. Il Vecchio Continente con il 54,4% degli iscritti AIRE, quasi 3 milioni – di questi, 2,2 milioni residenti nei paesi dell’UE 15 – registra i numeri più consistenti. A seguire, l’America con il 40,1% (oltre 2,2 milioni) e soprattutto l’America centro-meridionale (32,3%, oltre 1,7 milioni) mentre il 2,9% (158 mila) si colloca in Oceania. Infine, oltre 73 mila presenze si registrano in Asia e poco più di 70 mila in Africa (entrambe 1,3%).

Le comunità più consistenti sono, nell’ordine, quella argentina (869.000), tedesca (785.088), svizzera (633.955), brasiliana (477.952), francese (434.085), inglese (359.995), statunitense (283.350) e belga (274.404). Seguono nazioni – Spagna, Australia, Canada, Venezuela e Uruguay – con comunità al di sotto delle 200 mila unità e, dal Cile in poi, paesi al di sotto delle 62 mila unità.

Da dove vengono?

La tendenza all’espatrio è cresciuta anche nel 2019: nell’ultimo anno, infatti, ben 131mila italiani hanno scelto di andare a vivere all’estero e si tratta di un fenomeno che riguarda soprattutto uomini e donne tra i 18 e i 35 anni d’età.

È vero che la prima regione da cui si parte per l’estero oggi in Italia è la Lombardia (seguita dal Veneto), ma l’attuale mobilità non è una questione del Nord Italia. A svuotarsi sono i territori già provati da spopolamento, senilizzazione, eventi calamitosi o sfortunate congiunture economiche. L’esempio citato dal Rim è il terremoto più catastrofico della storia repubblicana, quello che colpì Campania e Basilicata nel 1980, di cui il prossimo 23 novembre cadrà il 40° anniversario: “ancora oggi – spiega la redazione del RIM – queste aree sono provate nelle loro zone interne da numerose partenze, ma contemporaneamente mantengono all’estero il grande valore di comunità numerose con tradizioni e peculiarità specifiche”.

A spopolarsi è soprattutto il Sud – Sicilia (-35.409), Campania (-29.685) e Puglia (-22.727) – mentre gli iscritti all’AIRE crescono soprattutto nel Nord Italia.

La presenza italiana nel mondo è soprattutto meridionale (2,6 milioni, 48,1%) di cui il 16,6% (poco più di 908 mila) delle Isole; quasi 2 milioni (36,2%) sono originari del Nord Italia e quasi 861 mila (15,7%) del Centro.

Scendendo al dettaglio provinciale, il primo territorio che si contraddistingue, con 371.379 iscritti, è quello di Roma e, a seguire, due province “minori” – Cosenza (178.121) e Agrigento (157.709) – rispetto ai successivi luoghi che comprendono nuovamente le metropoli più grandi e, allo stesso tempo, i capoluoghi di regione come Milano (149 mila), Napoli (quasi 146 mila), Salerno (144 mila) e Torino (quasi 132 mila).

Il dettaglio comunale, invece, riporta nelle prime posizioni per numero di iscritti all’AIRE, solo le città italiane più grandi, tutte capoluoghi di regione: nell’ordine, Roma, Milano, Torino, Napoli, Genova e Palermo. Dal confronto tra gli iscritti all’AIRE e la popolazione residente emergono, ad esclusione di Roma (11,7%), incidenze al di sotto dell’8%. Proseguendo nella graduatoria, la Migrantes sottolinea in particolare la presenza di in classifica di città molto più piccole – la cui popolazione residente è al di sotto delle 40 mila unità – e quindi con incidenze molto più elevate: Licata (12° posto, incidenza 47,1%), Palma di Montechiaro (20°, 53,1%) e Favara (24°, 33,0%). Tutti territori meridionali, siciliani, agrigentini, che più a sud non si può. 

Il quadro che emerge da questo rapporto è quello di un’Italia sempre più spopolata e privata delle sue risorse più vitali. Per un Paese come il nostro, sempre più stretto in una grave morsa demografica, è una grave perdita. I punti deboli del sistema Italia, diventano i punti di forza dei sistemi che ospitano gli espatriati italiani, persone disposte ad accettare anche posizioni lavorative inferiori alle loro qualifiche, perché hanno la certezza di poter migliorare la propria condizione dal momento che creatività, entusiasmo e formazione sono qualità che all’estero vengono riconosciute e premiate. Se dunque è vero, come sottolineato dal premier Conte durante la presentazione del Rapporto, che l’emigrazione italiana rappresenta un arricchimento per il paese e la sua immagine nel mondo, è vero anche che non può prescindere da una riflessione politica sugli incentivi necessari a limitare questa emorragia.

Fonte: a cura di Exportiamo, di Miriam Castelli, redazione@exportiamo.it

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