Italia: corruzione, ma quanto ci costi?

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14 Aprile 2015
Categoria: Marketing Internazionale
Paese:  Italia

In questi ultimi anni numerose disdicevoli vicende hanno coinvolto e continuano a coinvolgere la classe dirigente italiana.

I dati a supporto non mancano, come dimostra il recente studio Cubbing corruption” pubblicato dall’Organizzazione per la Cooperazione e la Sicurezza Economica (OCSE).

Da questo studio emerge come gli italiani abbiano una percezione della corruzione nelle istituzioni governative e locali che sfiora il 90%, la più alta tra i paesi Ocse.

Inoltre c’é da dire che il costo della corruzione nel settore pubblico non é solo economico ma anche politico ed ha seri risvolti sulla legittimazione istituzionale e conseguentemente su efficacia e efficienza dei governi. 

Nell’ultimo anno si sono verificati tre episodi che hanno turbato non poco i cittadini italiani: gli scandali legati alle grandi opere a Venezia (MOSE) e Milano (Expo) e lo scandalo Mafia Capitale che ha scosso Roma.

 

Non é un caso allora che Transparency International nel suo “Corruption Perception Index 2014”, collochi il nostro Paese al primo posto, in coabitazione con la Romania, per il reato di corruzione in Europa.

 

L’indice misura il livello di corruzione percepito in una scala che va da zero (gravemente corrotto) a 100 (assolutamente onesto e trasparente).

 

L’Italia é ferma ormai da tre anni a questa parte a 43 punti, collocandosi così tra le nazioni che non riescono a raggiungere neanche la sufficienza e i dati 2014 sono impietosi: peggio di noi in Europa, non c’é più nessuno, mentre a livello globale, il nostro paese, si trova al 69° posto su 175 paesi.

 

Pur trattandosi di un indice misurato solo sulla base della percezione, é pur vero che proprio tale percezione orienta gli investimenti, specialmente quelli provenienti dall’estero, dei quali il nostro paese ha bisogno. La corruzione infatti per usare le stesse parole di Confindustria rappresenta “il vero freno per il progresso economico e civile” e una “zavorra per lo sviluppo”.

 

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Il Centro Studi di Viale dell’Astronomia, ha calcolato che se nel 2014 l’Italia avesse ridotto la corruzione al livello della Spagna, il tasso di crescita sarebbe stato di 0,6 punti percentuali più elevato e se, dopo la stagione di Mani pulite l’Italia avesse ridotto la corruzione a livello della Francia, il PIL oggi, sarebbe stato di circa 300 miliardi più elevato, vale a dire circa 5 mila euro in più a persona. Un’enormità, non c’é dubbio.

 

La stessa Commissione Europeainvecenella relazione 2014 sulla corruzione, si é fidata dei dati della Corte dei Conti che avrebbe calcolato come in Italia “i costi diretti totali della corruzione ammontano a 60 miliardi di euro l’anno pari a circa il 4% del PIL”.

In realtà intorno a questa cifra c’é un alone di mistero sia perché pare che la Corte dei Conti abbia smentito di aver diffuso questo dato e sia perché attribuire 60 miliardi al costo della corruzione tricolore, significherebbe attribuire addirittura la metà dei costi della corruzione di tutta Europa, calcolata in circa 120 miliardi di euro, al “Belpaese”.

 

Una misura dettagliata e/o scientifica del fenomeno della corruzione é praticamente impossibile, sia in Italia che nel resto del mondo, proprio perché stiamo parlando di un fenomeno che per sua stessa natura risulta essere molto difficile da indagare e di conseguenza quantificare.

 

Naturalmente é però possibile approvare normative più stringenti, in grado di rappresentare innanzitutto un deterrente nei confronti di “costumi” così diffusi.

 

Dalle ultime elezioni politiche sono ormai passati oltre due anni e da allora il Parlamento discute sull’opportunità di approvare una legge in materia senza tuttavia arrivare a una conclusione.

 

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Nelle ultime settimane qualcosa si sta muovendo e lo scorso 1 aprile il Senato ha dato il suo ok al ddl anti corruzione proposto dal governo.

 

Le misure, che ora dovranno passare all’esame della Camera, sono state molto discusse e sono state approvate per soli tre voti di scarto a testimonianza di quanto il tema sia scottante e le sensibilità dei parlamentari italiani molto diverse fra loro.

 

Tra le principali novità che dovrebbero essere introdotte, é opportuno ricordare:

 

- Falso in bilancio: dopo la depenalizzazione del 2002, torna ad essere reato e scattano pene più severe sia per le società normali, che però non possono più essere intercettate, sia per quelle quotate. Le società quotate in borsa rischiano condanne dai 3 agli 8 anni per false comunicazioni, mentre le società normali rischiano da 1 e 5 anni. 

- Pubblica amministrazione: stretta sui reati di mafia e condanne più dure per chi corrompe e si fa corrompere nella PA. In particolare per i reati di mafia é stata alzata la pena massima che arriva ora a 26 anni e sulla corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio – sempre considerando la condanna massima - si passa da 8 a 10 anni.

 

Queste norme, se approvate in via definitiva, rappresentano già un passo avanti nella lotta alla corruzione ma certamente non possono essere accolte come la rivoluzione di cui il nostro sistema avrebbe bisogno.

 

Ci sono senza dubbio altri provvedimenti che, se approvati, potrebbero garantire una lotta più efficace nei confronti delle pratiche corruttive e tra questi gli esperti segnalano:

 

- Incentivare il whistleblowing, appare strategico adottare misure di protezione a favore di chi, in buona fede e sulla base di ragionevoli sospetti, denunci casi di illegalità. Nell’ordinamento giuridico nazionale, il whistleblowing é stato introdotto con la legge n. 190/2012. La norma vigente però risulta essere piuttosto inefficace per vari motivi, innanzitutto perché considera esclusivamente l’ambito pubblico, ignorando quello privato ed in secondo luogo perché salvaguarda il denunciante in modo insufficiente, oltre a non prevedere incentivi economici per incoraggiare adeguatamente i whistleblower. Oltreoceano ad esempio, chi segnala episodi di illegalità riceve premi che oscillano tra il 15 e il 30 per cento di quanto recuperato o dell’ammontare dei danni evitati.

 

- Rafforzare il reato di autoriclaggio, fattispecie introdotta nell’ordinamento dal governo a dicembre 2014, ma in maniera che appare troppo morbida, dal momento che esclude dalla punibilità il reimpiego di danaro sporco in beni per il godimento personale come ad esempio l’acquisto di un immobile o di autoveicolo. La legge prevede inoltre pene ridotte, da 1 a 4 anni.

 

- Approvare il Daspo” per i corrotti, prevedendo l’interdizione perpetua dai pubblici uffici e l’incapacità perpetua di contrattare con la pubblica amministrazione.

 

- Eliminare divieto di effettuare intercettazioni sulle società non quotate in borsa, tra le quali rientrano tipologie di società e/o associative che nei fatti si sono dimostrare la cerniera fra corruttori e sistema politico-amministrativo.

 

- Semplificazione PA, per rendere il quadro giuridico di riferimento, più chiaro, meno confuso e quindi più trasparente.

 


Il lavoro da fare non manca a quanto pare e non bisogna mai dimenticare che é proprio l’alto livello di corruzione, “il neo” che rende il nostro paese spesso poco appetibile per gli investitori internazionali, che paradossalmente al netto di queste peculiarità tutte italiche, hanno tanta voglia di Italia.

 

Fonte: a cura di Exportiamo, di Marco Sabatini, redazione@exportiamo.it

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