É un Matteo Renzi combattivo e pimpante, quello che durante la conferenza stampa di fine anno si è intrattenuto con la stampa per quasi due ore e mezza. Il premier, deciso a difendere i risultati ottenuti fin qui dal suo esecutivo (già ad oggi il nono più longevo nella storia repubblicana), è pronto infatti a rilanciare sulle sfide future che attendono il Paese e l’obiettivo prefissato è ambizioso: “l’Italia tornerà ad assumere un ruolo guida in Europa, questo accadrà”.

Prendendo spunto da quanto ha detto il premier proveremo a “separare i fatti dalle opinioni” per capire quanto c’è di vero nella narrazione renziana e quanto rimane nel catalogo degli slogan e delle promesse.

L’argomento più forte, quello economico, il premier se lo gioca in apertura - “Il 2015 è andato meglio del 2014 e delle nostre previsioni” - omettendo però che l’iniziale previsione di crescita dello 0,7% era stata, nel mese di settembre, rivista al rialzo di due decimali di punto (0,9%) per poi invece attestarsi allo 0,8%. A sentire Renzi però, mettersi a discutere di uno 0,1% in più o in meno, non ha alcun senso perché l’Italia è ripartita grazie ad un governo che, oltre a confermare il bonus degli 80 euro (esteso anche alle forze dell’ordine), ha celebrato il “funerale” della Tasi e dell’Imu (anche agricola) e cancellato l’Irap per quel che riguarda la componente del costo del lavoro.

Poco importa se i provvedimenti, specie quello sulla casa, sono risultati indigesti all’Ue che aveva invece raccomandato di alleggerire gli oneri fiscali che gravano sul lavoro e spostare il carico proprio su consumi ed immobili, ma il messaggio politico è chiaro “le tasse da tagliare le decidiamo noi, non Bruxelles”.

Incontro alle richieste europee è invece andato l’Italicum definito da Renzi “un capolavoro” e senza dubbio “l’operazione parlamentare più difficile di quest’anno” che insieme alle riforme costituzionali dovrebbe dare al Paese un livello di stabilità politica in pratica mai sperimentata fino ad oggi. Su questo tema l’ex sindaco di Firenze si gioca il futuro della sua legislatura e, più in generale tutta la sua carriera politica:

“Si diceva che le riforme costituzionali sarebbero state l’ennesimo flop invece l’11 gennaio saranno votate dalla Camera e ragionevolmente si andrà a stretto giro al Senato e poi immaginiamo il referendum ad ottobre 2016 e saranno i cittadini a dire se sono riforme calate dall’alto”.

A seguire l’affondo: “Se perdo il referendum costituzionale considero fallita la mia esperienza in politica. Noi abbiamo fatto una scommessa sul referendum perché pensiamo che gli italiani vogliano un Paese più semplice e quindi lavoriamo su quello”.

Anche sulla questione meridionale il premier - malgrado le diverse e pressanti critiche che riceve sulla questione - non ha tuttavia indietreggiato, snocciolando una serie di provvedimenti assunti dal governo partendo dal credito di imposta, passando per i quasi 500 milioni di euro stanziati per la terra dei fuochi ed arrivando fino al completamento della Salerno-Reggio Calabria.

L’ultimo tema trattato con particolare passione è stato quello del rapporto con l’Ue e delle politiche di austerity, il premier ha rivendicato di aver ottenuto una flessibilità nel rapporto deficit/Pil pari all’1% che è stata usata “non solo per abbassare le tasse ma anche per mettere soldi su sicurezza e cultura”. Questo, secondo Renzi, è il principale risultato del semestre italiano ma precisa che all’Europa “l’Italia non chiede sconti, l’Italia non è al discount ma difende il sogno europeo nel rispetto delle regole”.

Sugli altri temi - riforma della PA, unioni civili, immigrazione e ambiente - il capo del governo è stato meno convincente e sicuro di sé tradendo un’azione politica dell’esecutivo solo abbozzata o del tutto assente.

In merito alla PA tutto è ancora da valutare dal momento che, ad oggi, i decreti attuativi della legge di riforma non sono ancora partiti, ma l’obiettivo sarebbe quello di completare il processo entro il prossimo mese di agosto. Un successo in questo campo rappresenterebbe un punto di svolta nella lotta agli sprechi e alle inefficienze che potrebbe liberare una grande quantità di risorse necessaria per quella grande riforma fiscale (programmata per il 2017) che tanto servirebbe al Paese ma a cui in pochi credono.

Sulle unioni civili è arrivato invece uno dei rari mea culpa: “Sono rammaricato perché avrei voluto fossero già legge ma dico che noi dobbiamo portarlo a casa e che il 2016 dev’essere un anno chiave. Da segretario Pd farò di tutto perché dibattito al via il 28 gennaio in Senato sia il più franco e aperto possibile” ma nessuna questione di fiducia sarà posta su questo tema, ufficialmente per lasciare libertà di coscienza individuale anche se è difficile essere considerati malpensanti se si collega ciò con il fatto che l’esecutivo, supportato da partiti di centro e centrodestra, non ha i numeri e vuole dunque evitare pericolose prove di forza in aula.

Sull’immigrazione invece Renzi se l’è cavata dicendo che nel 2015 le statistiche ci dicono che “c’è il minor numero di immigrati che permangono sul territorio italiano” nonostante gli sbarchi non accennino a placarsi e “che il problema ha assunto finalmente una dimensione europea”.

Anche sull’ambiente più promesse che realizzazioni: “Nella discussione di qualche giorno fa con l’amministratore delegato dell’Enel e con i ministri Galletti e Delrio, ci siamo dati un obiettivo, passare da duemila a ventimila colonnine di ricariche elettriche. È il tentativo di fare una mobilità sostenibile, insieme al rinnovo del parco mezzi del trasporto pubblico, al provvedimento in stabilità per efficientare le case popolari”.

Per sostenere la bontà delle politiche in questo settore ha distribuito meriti agli esecutivi precedenti: “L’Italia ha ridotto le emissioni negli ultimi 25 anni, non è merito del governo Renzi, di almeno un quarto rispetto a ciò che avevamo nel 1990, non tutti in Paesi europei hanno fatto la stessa cosa. L’Italia ha prodotto una tra le migliori curve di riduzioni”.

Su un altro fronte caldissimo, quello relativo alle banche ha tenuto a rassicurare gli animi: “Chi è stato truffato, avrà indietro i suoi soldi, chi ha subito un danno deve sapere che il governo è dalla sua parte e il governo farà di tutto perché abbia indietro i suoi soldi, abbiamo a cuore le persone truffate”.

Solo verso il termine del discorso è partita la stoccata riservata al Movimento 5 Stelle che sembra essere il principale competitor del segretario PD, non solo per le amministrative che si terranno in primavera ma anche per le politiche del 2018: “Ve lo ricordate dove eravamo 2 anni fa?” – ha incalzato il premier – “bloccati in una legislatura incapace di eleggere il capo dello stato” mentre il titolo del 2015 è “politica batte populismo 4-0 (elezione Presidente della Repubblica, riforme costituzionali, riforma della scuola e gestione del fenomeno immigrazione)”.

Qui Renzi si infervora di nuovo perché il 2015 non sarà stato “solo luci” ma “il Paese si è rimesso in moto ed oggi è più solido e stabile” ed adesso, archiviato “l’anno delle riforme”, l’obiettivo è rendere il 2016 “l’anno dei valori”, nel quale si investiranno risorse ed energie in scuola, università, ricerca e servizio civile.

Appare difficile poter dare un giudizio netto e definitivo su quanto fatto o non fatto dal governo proprio perché in alcuni casi le riforme sono state solo avviate, è evidente però che oltre alla crescita, seppur modesta, del PIL alcuni numeri giocano a favore del primo ministro come i 300.000 occupati in più rispetto al 2014 e la crescita di oltre venti punti su base annuale della fiducia di consumatori (117,6 punti) e imprese (105,8), certificata lo scorso 29 dicembre dall’ISTAT che ha spiegato che nonostante un leggerissimo calo, la fiducia resta “sui livelli elevati”.

Certo è che alcuni nodi fondamentali come la riduzione della spesa pubblica, la lotta alle inefficienze, il contrasto dell’evasione fiscale e la riforma della giustizia non sono stati sciolti e, allo stato attuale, non si intravede un orizzonte positivo al riguardo nel breve-medio termine.

A Matteo Renzi non si possono non riconoscere indubbie capacità comunicative, carisma ed una discreta riserva di energie ma l’impressione è che a mancare sia un disegno complessivo alla base dei provvedimenti approvati e che il governo, perda tempo prezioso in battaglie inutili contro i “nemici di turno”, stampa o gufi che siano.

L’Italia è un grande Paese, su questo il nostro premier ha pienamente ragione, è forse ora che la sua classe politica dimostri di essere al suo livello.

Fonte: a cura di Exportiamo, di Marco Sabatini, redazione@exportiamo.it

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