Le reazioni del mercato statunitense ai “dazi di ritorsione”

Le reazioni del mercato statunitense ai “dazi di ritorsione”
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16 Dicembre 2019
Categoria: Dogane e Supply Chain
Paese:  USA

A distanza di due mesi dall’ultimo “scontro” in materia di commercio internazionale, l’Europa ha assistito alla messa in atto da parte degli Stati Uniti di dazi del valore di 25% su un gruppo ben definito di prodotti agroalimentari diretti nel territorio americano, del valore di circa 1.74 miliardi di dollari.

Olive, formaggi, yogurt, burro, salumi, prodotti a base di carne di maiale sono, appunto, alcune delle categorie di prodotto prese di mira. I paesi quali Regno Unito, Spagna, Francia e Germania sono, in parallelo, i paesi più colpiti. Si veda il nostro precedente articolo per maggiori informazioni.

Un fenomeno del genere ha inevitabilmente impattato sul mercato americano ed europeo, provocando reazioni difensive e precauzionali da parte dei diversi operatori di settore su entrambi i fronti. Nel seguente articolo vengono riportate alcune interessanti testimonianze a dimostrazione delle soluzioni messe in atto a fronte di questo fenomeno da associazioni di categoria, importatori, distributori e produttori.

Le reazioni delle associazioni di categoria:

Prima ancora dell’entrata in vigore delle tariffe, la Specialty Food Association (o SFA) , il principale attore americano del settore delle specialità alimentari dal valore di $148.7 miliardi di dollari, ha presentato una lettera a Robert Lightizer, US Trade Representative, in cui si richiedeva un’esenzione dai dazi di ritorsione su quei prodotti agroalimentari esportati dall’Europa prima del 2 Ottobre. A tale iniziativa hanno partecipato anche altre associazioni di categoria, come ad esempio l’American Cheese Society, l’Association of Food Industries e la National Coffee Association.

Nella lettera si afferma: “Applicando i maggiori dazi doganali a partire dal 18 Ottobre, gli Stati Uniti si troveranno ad imporre nuovi ed imprevisti costi su prodotti che sono stati spediti dai paesi soggetti prima del 2 Ottobre ma che arriveranno negli Stati Uniti dopo che i dazi entreranno in vigore”. Link al documento.

Il vice presidente della SFA, Ron Tunner, afferma, infatti, che il tempo intercorso tra l’annuncio delle tariffe e la data di entrata in vigore delle stesse è stato così ristretto che le aziende di settore non hanno potuto pianificare le proprie forniture oltreoceano diversamente. Conseguentemente, gli importatori ed i rivenditori hanno dovuto pagare più di quanto atteso per i prodotti che erano stati già ordinati e che erano attesi dopo il 18 Ottobre.

In risposta a questa iniziativa, la USTR ha dichiarato che le tariffe verranno rimborsate per tutte quelle aziende i cui prodotti erano in transito dopo il 2 Ottobre.

Le reazioni degli Importatori:

Per quanto attiene alla categoria degli importatori dei cosiddetti “Specialty food Products”, si sono manifestate delle reazioni diversificate: alcune aziende non hanno rinunciato alla qualità dei prodotti europei ed hanno dunque pianificato le rispettive forniture puntando a formati di prodotto di maggiore dimensione, perché, presentando un diverso codice doganale, non sono colpiti dalle nuove tariffe (ad esempio l’olio d’oliva è stato acquistato in confezioni più grandi di 10 litri oppure in bulk per essere poi imbottigliato internamente); alcuni importatori e distributori hanno previsto una riduzione nel proprio organico all’interno dei magazzini in previsione di un minor flusso di spedizioni nel periodo natalizio; altre aziende hanno deciso di ritardare l’introduzione di nuovi prodotti, per evitare di introdurre un prodotto troppo costoso; altri, invece, in qualità di importatori esclusivi di brand europei sul mercato statunitense, puntano ad una potenziale riduzione dei prezzi da parte dei loro fornitori, insieme alla riduzione dei propri margini, al fine di limitare al minimo l’impatto per il consumatore finale.

Siamo gli importatori esclusivi per diversi brand e dobbiamo continuare senza alcun cambiamento”, afferma Mike Nitzsche, proprietario della società di importazione di prodotti specializzati, Gourmet International, basata a Grand Rapids, Michigan: “quello che c’è da fare da parte nostra è lavorare con i produttori per verificare come possiamo ridurre il prezzo di acquisto, e probabilmente come ridurre il nostro margine, in modo che il prezzo finale possa incrementare di solo 10 punti percentuali.

Le reazioni dei rivenditori:

Già prima dell’annuncio delle tariffe, i negozi alimentari specializzati avevano annunciato di trasferire il costo aggiuntivo delle nuove tariffe sui prodotti europei importati ai consumatori. Le ripercussioni sui consumatori saranno piuttosto significative dal momento che in questo specifico periodo dell’anno molti rivenditori, soprattutto i più piccoli, hanno recentemente finalizzato la propria offerta natalizia (si pensi ad esempio al mercato dei cesti regalo contenenti anche i prodotti agroalimentari).

Le tempistiche sono pessime”, afferma Richard Sutton in un’intervista con la SFA. Richard è partner di St. James Cheese Company, importatore e rivenditore di prodotti agroalimentari specializzati: “Molte persone hanno definito il proprio assortimento per Natale già lo scorso luglio, ed i rispettivi prezzi dovranno essere modificati. Bisognerà fare un passo indietro e rielaborare I nuovi prezzi di vendita”.

Non c’è alternativa. Prima o poi, finiremo per aumentare i prezzi dei nostri prodotti”, aggiunge Richard. Nella stessa intervista, dichiara di essere preoccupato che un incremento dei prezzi al dettaglio potrebbe alienare tutti quei consumatori che già hanno un’impressione negativa specialmente su specifiche categorie di prodotto, come i formaggi. Inoltre, fa notare, questo fenomeno avrà ripercussioni anche sui ristoratori i quali, rivolgendosi ai negozi al dettaglio specializzati per la selezione dei formaggi, dovranno inevitabilmente aumentare il prezzo dei piatti a base di formaggio. Oltre il formaggio, altri prodotti vedranno aumentare i rispettivi prezzi, come ad esempio olive e salumi. Bisognerà in questo caso, specificare l’incremento dei prezzi nel punto vendita con delle insegne esplicative.

Della stessa opinione è Matt Caputo, CEO di Caputo’s Food Market & Deli, supermercato di prodotti agroalimentari specializzati con quattro punti vendita a Salt Lake City. Intervistato dalla SFA, Matt afferma: “Con i singoli fornitori con cui sono in contatto risulta che il costo dei più alti dazi doganali ricadrà su di me come negoziante, prima, e sui miei consumatori, poi. Il problema di fondo è che nessuno ha un margine tale da poter assorbire questo costo.” Sebbene il pubblico possa pensare che i cosiddetti “specialty foods”, come formaggio importato, possano essere acquistati principalmente dai consumatori con reddito più elevato, in verità, fa notare Matt, molti dei suoi consumatori appartengono alla fascia medio-bassa della popolazione e cercano di mantenere vive le tradizioni culinarie della propria famiglia. Da non sottovalutare, aggiunge, la possibilità che l’incremento dei prezzi dei formaggi importati possa garantire anche ai produttori locali di incrementare i propri prezzi.

Le reazioni dei produttori:

Al di là delle contrattazioni che possono essere già state intraprese con i rispettivi importatori statunitensi circa la ridefinizione dei prezzi di vendita, i produttori europei hanno messo in atto anche dei piani di azione collettivi e tempestivi al fine di evitare il prima possibile l’impatto dei cosiddetti “dazi di ritorsione”. A dimostrazione di quanto detto, nel settore delle bevande alcoliche, si sono verificati degli interessanti episodi degni di nota. In risposta alle misure tariffarie del 18 Ottobre, ben 15 associazioni di categoria hanno rivolto una lettera a Robert Lighthizer, rappresentante per il commercio negli Stati Uniti, richiedendo di mettere fine urgentemente al 25% di incremento dei dazi sui prodotti europei.

Altro caso ha visto protagonista i produttori di single malt Scotch i quali, in via del tutto straordinaria, hanno gestito le spedizioni di prodotto verso gli Stati Uniti via aerea in modo da garantire l’arrivo del prodotto prima della data di entrata in vigore delle tariffe: una decisione del genere ha sicuramente impattato sui costi di spedizione, più alti rispetto alla spedizione via mare, ma in linea di massima l’incremento finale è stato di gran lunga inferiore a quello atteso dall’applicazione dei dazi più alti (rispettivamente del 10% rispetto al 25%).

In qualità di produttori delle categorie prodotto colpite dai maggiori dazi, vi invitiamo a condividere con la nostra redazione di Exportiamo le vostre strategie ed operazioni di prevenzione applicate per far fronte alla manovra dello scorso 18 Ottobre.

Fonte: a cura di Exportiamo, di Maria Chiara Migliaro, redazione@exportiamo.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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