Uno studio commissionato da Hsbc all’Università di Padova individua sette falsi miti sulle aziende italiane e il loro rapporto con l’internazionalizzazione. Scopriamo insieme quali sono…

“L’Italia è in svendita” o “all’estero c’è meno burocrazia” sono solo alcune di quelle espressioni talmente sedimentate nell’opinione pubblica da essersi trasformate in veri e propri luoghi comuni, che, per definizione, sono duri a morire.

Dati alla mano, l’indagine “Le aziende italiane alla conquista dei mercati esteri - Strategie e aspettative delle imprese italiane” commissionata da HSBC all’Università di Padova smentisce però alcuni dei falsi miti più diffusi sui processi di internazionalizzazione delle imprese italiane, tracciando un identikit realistico delle aziende italiane che vanno all’estero, delle loro strategie di business e delle loro aspettative.

Vediamo nel dettaglio i cliché da sfatare:

1. L’export aiuta le aziende a risolvere i propri problemi di produttività e profittabilità

È opinione comune credere che le aziende italiane vadano all’estero quando navigano in cattive acque. La ricerca dimostra invece ciò che caratterizza le imprese esportatrici è la loro maggiore produttività prima di affrontare i processi di internazionalizzazione, che consente loro anche di assorbire meglio i costi relativi all’internazionalizzazione stessa. L’export è infatti un amplificatore delle virtù e dei vizi delle aziende, non una panacea: più un’azienda è sana e robusta, maggiori saranno le possibilità di un export di successo; d’altra parte, un’azienda in crisi, con buona probabilità non riuscirebbe neppure ad affrontare un processo di internazionalizzazione.

2. L’Italia è un paese in (s)vendita

I numeri non mentono! Nonostante i gridi di allarme secondo cui l’Italia sarebbe un Paese all’asta, le medie e grandi imprese italiane sono più cacciatrici che prede: solo il 13% delle grandi imprese italiane è stata acquisita da player stranieri, mentre una quota decisamente più elevata, oltre il 40%, ha fatto acquisizioni all’estero. Il problema, semmai, è nelle dimensioni finanziarie: gli investimenti stranieri sono più ingenti perché a essere state acquisite sono state le nostre grandi aziende.

3. Le aziende italiane non innovano

L’Italia è un paese per vecchi con aziende altrettanto vecchie e obsolete? Non è esattamente questo il quadro che emerge dai risultati della ricerca: solo una percentuale inferiore al 30% delle aziende non innova, mentre quasi il 90% dei più grandi esportatori ha introdotto innovazioni di prodotto e di processo negli ultimi tre anni. E c’è di più: intraprendere un percorso di internazionalizzazione è un acceleratore delle strategie di innovazione.

4. L’Italia esporta solo manifattura

Il 95% delle più grandi imprese manifatturiere esporta soprattutto nei settori tessile, alimentare e metalmeccanico, ma la manifattura non è l’unico ambasciatore delle esportazioni italiane: infatti, lo studio rivela che anche oltre il 65% delle principali società italiane che operano nel settore terziario e dei servizi esporta.

5. Le imprese italiane vanno all’estero per tagliare i costi di produzione

Chi decide di internazionalizzare non lo fa solo per contenere i costi, come spesso si è portati a pensare: si tratta della motivazione che muove verso l’estero solo il 22% degli intervistati, mentre il 39% è spinto ad aprirsi ai mercati esteri per la presenza di clienti o fornitori chiave a livello locale, oltre alla disponibilità di partner locali qualificati (20%) e alla vicinanza dei mercati di sbocco (18%).

6. La burocrazia e la tassazione sono solo problemi italiani

Burocrazia, pressione fiscale e corruzione sono, inutile negarlo, tra i più grandi problemi del nostro Paese. Ma anche nel resto del mondo le cose non vanno meglio. Secondo la ricerca infatti, il 61,8% delle principali aziende italiane che esportano ha dichiarato che burocrazia e normative locali sono i principali problemi che si incontrano nell’operare all’estero. Il 53,2% degli intervistati ha riscontrato problematicità anche per quanto riguarda la regolamentazione fiscale. Le altre barriere ai processi di internazionalizzazione riguardano la difficoltà di reperire adeguato capitale umano (47,1%), la distanza geografica (41,6%), la protezione della proprietà intellettuale (39,2%), il protezionismo (38,4), le differenze linguistiche e culturali (32%). Inoltre, la corruzione rappresenta un aspetto problematico per una società su cinque (19%), anche se, secondo i ricercatori, questo dipende dal territorio in cui l’azienda opera.

7. Il marchio «Made in Italy» è l’unico fattore che sostiene l’export delle aziende

Il made in Italy è importante, ma (per fortuna) non è l’unico motivo di successo delle nostre aziende all’estero. Secondo la ricerca, solo un’impresa su tre (34,7%) utilizza il brand “Made in Italy” nel proprio business internazionale. Quelle che lo fanno, si trovano principalmente nel settore tessile e della moda (80%) e alimentare (59%). Chi lo impiega però, non ha dubbi: per il 90% infatti, il marchio genera un forte valore aggiunto, in grado di incidere fortemente sulle vendite.

Oltre a smentire i principali luoghi comuni sulle imprese italiane all’estero, la ricerca ha anche indagato su quali siano i soggetti e/o gli enti a cui le imprese si appoggiano per decidere i loro investimenti all’estero e l’organizzazione dei processi di internazionalizzazione. È emerso che da un lato, il 45%delle imprese è andato all’estero da solo, all’insegna del “fai-da-te”, senza rivolgersi ad alcun ente specifico; dall’altro lato, specularmente, il 55% interpella qualche soggetto in grado di adoperarsi per sostenerle nella progettazione, nella ricerca dei partner e così via. Di questi, la maggior parte (18,8%) si è rivolta a società di consulenza per l’export, a testimonianza di quanto l’emergere di nuove professionalità, come quella dell’export manager, stiano assumendo un ruolo sempre più significativo nello scenario globale attuale. In misura minore si sono rivolte ad altri enti quali: banche (7,7%), l’Istituto per il Commercio Estero – ICE (2,7%), società finanziarie (3,1%), associazioni di categoria (2,1%), Camere di commercio (1,1%) e Ambasciate (0,5%).

Lo studio ha inoltre delineato un interessante scenario sui mercati considerati più promettenti dalle imprese nei prossimi tre anni: quello domestico (60,9%) – costituito dall’Italia (34%) e dall’Unione Europea (26,9%) -, seguito da America del Nord (9%), Cina (7,1%), Paesi Arabi e Medio-Orientali (6,8 %), e Russia (5,2%).

Per quanto riguarda infine le prospettive sul commercio mondiale, secondo la grande maggioranza delle imprese intervistate (71%) nel futuro prossimo assisteremo ad un aumento del commercio mondiale, per un quarto (27%) la situazione rimarrà all’insegna della stabilità, mentre solo per il 2% registreremo una diminuzione. Secondo i ricercatori, questo risultato è dovuto però alla sensibilità molto limitata rispetto ad alcune minacce relative al commercio globale: la maggior parte delle società intervistate non ritiene infatti che i dazi USA (66,8%) o la Brexit (76%) possano incidere in alcun modo sull’esportazione di società italiane verso questi Paesi.

Un po’ di sano ottimismo in fondo non può guastare!

Fonte: a cura di Exportiamo, Miriam Castelli, redazione@exportiamo.it

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